NAPOLI – Piazza San Domenico Maggiore è diventata il palcoscenico di un teatro dell’assurdo. Da un lato il Comune sventola ordinanze di ferro che vietano l’alcol dopo le 22:30, dall’altro la realtà racconta di vicoli trasformati in latrine e piazze che sembrano dormitori spettrali. In questo scontro frontale tra il “diritto al sonno” e il “diritto alla vita”, Palazzo San Giacomo ha scelto di lavarsene le mani, alimentando una guerra civile urbana senza fine.

Le voci dal “fronte”

L’Ingegner de Falco (Residente): “Vogliamo vivere, non sopravvivere”
“Hanno ragione a dire che la piazza è di tutti, ma io ho il torto di aver pagato una casa per non dormirci mai. Alle tre di notte ho le urla dei ragazzi direttamente in camera da letto. Il Comune? Ha firmato il divieto e poi è andato a dormire pure lui. Non vedo una pattuglia dopo le undici. Hanno creato un cimitero di regole che nessuno rispetta, lasciandoci soli a gestire l’anarchia.”

Luca (Studente Universitario): “Ci state scacciando dalla nostra città”
“Il mio torto sarebbe non voler spendere una fortuna nei locali esclusivi di Chiaia? Questa piazza era l’ultimo spazio democratico rimasto. Vietare la birra alle dieci e mezza non ferma il degrado, uccide solo la socialità sana. Ci colpevolizzano perché stiamo in strada, ma i bagni pubblici dove sono? I cestini dove sono? Il Comune ci vuole invisibili, utili solo come comparse per le foto dei turisti.”

Il verdetto: Ragioni che diventano Torti

In questo caos, nessuno è innocente, ma le colpe hanno pesi diversi:

  • Il torto dei residenti: La pretesa assurda di trasformare il cuore pulsante di una metropoli millenaria in una quieta residenza di provincia. Chi sceglie il Centro Storico ne accetta il caos vitale; pretendere il silenzio monastico sotto un obelisco barocco è un atto di egoismo urbanistico che nega l’identità stessa di Napoli.
  • Il torto dei giovani: Confondere la libertà con l’inciviltà cronica. La piazza non è né un bidone della spazzatura né un vespasiano a cielo aperto. Il rumore molesto e la totale mancanza di rispetto per chi deve lavorare il giorno dopo hanno fornito all’amministrazione l’alibi perfetto per calare la scure dei divieti.
  • Il fallimento del Comune (Il Ponzio Pilato): È il vero artefice del disastro. Ha scelto la via più pigra: proibire invece di governare. Minaccia i commercianti con multe folli (fino a 20.000 euro), trasformandoli in sceriffi non pagati, ma non garantisce trasporti notturni per svuotare la piazza, né presidi fissi di legalità dopo la mezzanotte.

Il risultato è un cimitero della convivenza civile. I locali onesti agonizzano, i residenti restano esasperati e i giovani si sentono espulsi dalla propria terra. San Domenico non è più una piazza, è il simbolo di una città che ha smesso di gestire se stessa, preferendo spegnere le luci piuttosto che affrontare il buio della propria inefficienza amministrativa.