NAPOLI – Uno degli aspetti della crisi del nostro secolo è la fuga dalla realtà. Imprigionati da un uso astratto della ragione facilmente finiamo vittime dell’intellettualismo o, se intrappolati dal sentimento, siamo succubi del soggettivismo. Nell’uno e nell’altro caso fatichiamo a riconoscere e accettare la realtà per quel che è. Eppure, essa è il luogo dove il divino s’incontra con l’umano. Consapevoli o meno, siamo figli dell’unico Dio, rivelatoci da Cristo, che continua a parlarci in molti modi attraverso la storia. San Paolo ci ricorda: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi tempi parlò a noi per mezzo del Figlio …» Questa volta ha scelto Napoli per parlarci in uno dei suoi modi: un prodigio nella centralissima piazza di Trieste e Trento, nella Chiesa di san Ferdinando. Il 24 luglio, mentre don Pasquale Silvestri ungeva più di cinquecento presenti alla funzione religiosa, usando olio benedetto con le reliquie di san Charbel, l’olio si è materializzato dal nulla davanti a tutti, fino a riempire una bottiglia vuota. Non mi soffermerò sulla dinamica dell’accaduto, testimoniata in una dichiarazione scritta e debitamente firmata dallo stesso don Pasquale allegata di seguito. Mi limiterò solo ad aggiungere che il sacerdote in questione non è un tipo incline al miracolismo. È un uomo molto concreto, ponderato, razionale; ama la santità ordinaria, fatta dal compimento del dovere quotidiano e dallo spirito di sacrificio giornaliero. E questo, se ce ne fosse bisogno, dovrebbe avvalorare ancor di più la sua deposizione. Ma perché parlare di un fatto accaduto da più di un mese? Perché ci sono questioni che hanno un valore oltre il tempo cronologico e chiedersi cosa il Signore voglia dire all’anima non è mai anacronistico. Senza la pretesa di anticipare il giudizio della Chiesa, il prodigio dell’olio di san Charbel, appare un evidente tentativo di risvegliare la nostra fede, abbattere quella barriera di razionalismo che pretende di spiegare tutto, ma anche un certo scetticismo che sembra essere diventato quasi un’abitudine mentale che ci accompagna. A quanti diffondono il germe della diffidenza su tutto ciò che non è spiegabile con la sola ragione andrebbe rispettosamente posta una domanda: è più plausibile che la chiesa abbia, da duemila anni a questa parte, istituito un ufficio truffe talmente ben congeniato che dura nei secoli e si propaga in tutto il mondo sotto un’unica regia, o che esiste Dio Onnipotente che può operare prodigi, perché ci ama e non vuole che nessuno si perda? C’è sempre un tempo personale in cui interrogarci diventa un’urgenza. Non siamo insensibili alla vita che passa. Abbiamo bisogno di risposte che troppo spesso cerchiamo in teorie o religioni che ci lasciano più smarriti di quando avevamo cominciato a cercare. Abbiamo bisogno di ritornare al reale, di riscoprire la realtà come luogo sacro in cui Dio si manifesta, in cui fare esperienza del suo abbraccio infinitamente tenero di Padre. Come circa settecento anni prima di Cristo, quando il profeta Isaia in un contesto politeista invitava i popoli ad un confronto per provare chi fosse l’unico Dio, così anche oggi, il prodigio di san Charbel sembra invitare tutti, ma oserei dire, innanzitutto i napoletani, a guardare la realtà, a confrontarsi, a cercare la Verità che certamente nessuno può insegnare se prima non la si trova dentro di sé. Abbiamo la ragione che è una via di conoscenza e che non si contrappone alla fede. Ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra. Capisco per credere e credo per capire, direbbe sant’Agostino.Non permettiamo che questo nuovo segno dell’amore di Dio ci scivoli addosso lasciandoci indifferenti. Il Signore ci vuole felici, ne va innanzitutto del nostro bene.