Era il 7 agosto del 2006, molti di noi eravamo in vacanza al mare o in città d’arte, quando l’allora Ministro della Giustizia del Governo Prodi, il perenne democristiano Clemente Mastella, firmava una direttiva con la quale ripristinava l’uso di un’unica iscrizione per tutte le aule di giustizia nei tribunali presenti nel nostro Paese: La legge è uguale per tutti. Di origine greca, questo principio è stato per la prima volta enunciato nel 1793 con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, mentre fu recepito anche in Italia con la Costituzione delle Repubbliche giacobine tra il 1796 ed il 1799; da allora fu affisso nelle aule di giustizia anche sotto il Regno d’Italia (1861-1946) e poi con la proclamazione della Repubblica Italiana (1946).
Nel 2006 l’indicazione ministeriale, come un monito, era giunta dopo che nel 2005 il leghista Caselli aveva promulgato la sua riforma del sistema giudiziario. Con questo atto si intese così richiamare il valore di un principio costituzionale fondante del nostro ordinamento, che all’articolo 101 del titolo IV, dedicato alla Magistratura, sancisce che “La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Nel nostro ordinamento costituzionale le due affermazioni costituiscono un unico principio di esercizio di garanzia, lasciando alla possibilità legislativa del Parlamento di regolare i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all’amministrazione della giustizia” (art. 102). D’altra parte, i tre gradi di giudizio rappresentano una soglia di avvertenza giudiziaria e non sono solo un effettivo rallentamento processuale, come giustamente da più parti denunciato.
L’equilibrio democratico nell’esercizio dei poteri è l’eredità antifascista più chiara, che i padri costituenti hanno lasciato ai posteri all’atto della costituzione della nostra Repubblica Italiana e che nell’immediato dopoguerra si è voluto tripartito tra assemblea legislativa, autorità di governo e potestà giudicante, sotto la guida del Presidente della Repubblica in quanto “capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale” (art. 87). Solo un’Italia ridotta in macerie e mortificata dal fascismo e dall’assedio dei nazisti tedeschi, può spiegare questa linea di equilibrio tra i poteri della statualità rispetto alla cui necessità democratica la memoria collettiva rischia sempre più di diluirsi sotto la spinta di nuove paure e di altre sollecitazioni emotive. Eppure, quel patto costituzionale ha offerto all’Italia dei mille campanili una possibilità di governo e di cura contro l’individualismo atavico delle nostre popolazioni, per le quali ci sarebbe sempre un buon motivo di distinzione separatista, perché “da soli” si andrebbe più veloci. In realtà, siamo in tempi in cui solo i processi unificanti e di network, al di là delle legittime forme di governance da adottare, possono offrire possibilità di risposta ad una complessità così veloce e soprattutto a vocazione globale. Di fatto, la nostra Carta costituzionale* ne ha vissuti di cambiamenti e revisioni, ma mai dimenticando l’art. conclusivo – il n. 139 – con cui si ricorda che “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Per il resto da quando è entrata in vigore (il I gennaio 1948), la Costituzione italiana è stata modificata circa una volta ogni quattro anni: in 75 anni sono state approvate 46 leggi costituzionali, tra cui 20 di riforma della Costituzione.** Saremo, dunque, nuovamente chiamati ad esprimere il nostro parere elettorale, trattandosi di un referendum confermativo di una riforma parlamentare: ma di che cosa si tratta al di là dei tecnicismi giuridici?
In questo caso, il prossimo quesito referendario, infatti, ci interroga indirettamente sul limite ultimo oltre il quale si possa modificare la nostra carta costituzionale, sino a rischiare di stravolgerne l’assetto complessivo, l’equilibrio tra le parti ed i suoi principi ispiratori svilendo quel minimo di cultura unitaria e nazionale, che dovrebbe ispirare la nostra condizione repubblicana. La complessità in atto sembrerebbe motivare semplificazioni autoritarie, invocando l’avvento di qualche uomo della provvidenza, di cui le prove generali in USA con Trump e in Israele con Netanyahu non sembrano offrirci riscontri democratici rassicuranti, senza considerare gli autoritarismi oligarchici di Putin in Russia o di Xi Jinping nella Repubblica Popolare Cinese. Insomma, se la vita democratica in Occidente è ancora una forma desiderata di governo dei popoli, se le libertà individuali e collettive sono al cuore delle nostre civili convivenze, allora bisogna fermarsi in tempo e riflettere, partendo dalla consapevolezza che nessuna forma giuridica possa mai sanare la genetica parzialità di ogni esperienza umana sotto il Cielo. Al contrario, proprio la coscienza della fallibilità umana detta l’avvertenza di fermarsi molto prima della linea di confine come motivo precauzionale.
D’altra parte, per una coincidenza, neanche troppo strana, proprio nel rievocato 2006 un regista, come al solito ispirato e preveggente, dedica un suo lavoro cinematografico a Silvio Berlusconi, indiscusso protagonista della cosiddetta Seconda Repubblica che ne occuperà la scena dopo il crollo di un’intera classe politica, travolta dalle inchieste giudiziarie del pool milanese di Mani Pulite. La questione giudiziaria ed il suo esercizio, dunque, è una sola cosa con l’Italia post-democristiana, post-comunista e post-socialista, solo per rievocare le maggiori culture politiche della sua Costituzione repubblicana. Il Caimano*** si conclude con una scena drammatica, tra finzione cinematografica e rievocazione di cronache politiche, in cui il protagonista – interpretato per l’occasione dallo stesso Nanni Moretti regista – pone sul tavolo della discussione pubblica alcune lapidarie affermazioni proprio sul rapporto tra investitura popolare e potere giudiziario, che vale la pena di virgolettare:
-a suo avviso, il Caimano denuncia come l’uso politico della giustizia costituisca un’anomalia tutta italiana;
-dinanzi, infatti, alla legittimazione popolare su base elettorale, il principio costituzionale fondativo che “La legge è uguale per tutti”, deve considerare che il Presidente condannato è, in realtà, un cittadino “più uguale degli altri, visto che la maggioranza degli italiani, in libere elezioni, mi ha conferito il mandato per governare”.
– “In una democrazia liberale, chi governa può essere giudicato solo dagli eletti dal popolo. La casta dei magistrati vuole decidere al posto degli elettori. È dunque arrivato il momento di fermarli”.
La scena finale del film mostra, esposto e vilipeso, il giudice del tribunale di condanna del Presidente eletto, mentre viene attaccato impunemente dal popolo strumentalmente aizzato. Rivedendo queste immagini a distanzi di anni, laddove la cronaca politica e la finzione cinematografica si specchiano, mi sono ricordato delle immagini televisive del 6 gennaio 2021 con l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti d’America – sede del Congresso dei deputati – subito dopo il discorso di Donald Trump ai suoi sostenitori, contestando il risultato elettorale di sconfitta e chiedendo al vicepresidente Mike Pence e di rifiutare la proclamazione di Joe Biden a 46.mo Presidente USA.
Che nel Paese vi sia un’inascoltata domanda di giustizia veloce ed efficace, questo è un dato di fatto, che, tuttavia, si associa alla percezione di una generale burocratizzazione della cultura pubblica del nostro essere Stato, che esercita la sua autorità quasi sempre in una perenne condizione di emergenzialità e di sostanziale marginalità. Questa valutazione generale, tuttavia, ad eccezione di una buona tenuta dell’istituto della Presidenza della Repubblica, la si potrebbe tranquillamente indirizzare a tutte le varie forme di esercizio statale dei poteri repubblicani (legislativo, esecutivo e di giudizio): ovvero, se – ad esempio – volessimo valutare genericamente la sensazione di incapacità o gli indici di corruzione della nostra classe politica, allora dovremmo sciogliere tutte le assemblee rappresentative e non indire più elezioni o – ed è lecito e doveroso chiederselo! – forse è proprio questo l’esito atteso verso il quale ci siamo via via incamminati, svuotando di fatto il principio rappresentativo della vita democratica ?
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Bibliografia
* https://www.cortecostituzionale.it/documenti/download/pdf/Costituzione_della_Repubblica_italiana.pdf
** Tutte le volte che è stata modificata la Costituzione | Pagella Politica
