- Imbarcati sulla “nave dei folli”?
La nave dei folli – stultifera navis – è il titolo di un’opera di Sebastian Brant (1457-1521), edita a Strasbourg da Johann Grüninger, il primo giugno 1497. In essa, si descriveva un viaggio allegorico di una nave carica di folli – emblemi di tutti i vizi umani -, che si dirigevano verso “Narragonia”, il paradiso della follia. Era, quello, un modo per criticare la decadenza morale e sociale di un tempo che, peraltro, aveva appena scoperto il nuovo mondo. Con la metafora della navigazione di una nave di folli, non solo si stigmatizzavano i comportamenti insensati, ma si proponeva, in alternativa, la saggezza come virtù.
La nostra attuale stagione sociale, economica, culturale, etica e politica, sembra farci assistere a una sorta di nuova navigazione della stultifera navis, come si vede nella nostra società contemporanea, soprattutto italiana. Essa sembra, infatti, avanzare irrimediabilmente in un mare di trasformazioni ritenute radicali, e forse irreversibili (anche perché segnate dalla situazione attuale di terza guerra mondiale). E tuttavia, si tratta pur sempre di situazioni e di navigazioni più subìte che ragionate da parte dei naviganti, che non raccontano più soluzioni concrete e operative. E tutto questo è giunto oggi fino al punto che non stupisce più di tanto che certi fenomeni, pur così poderosi e determinanti per la specie umana, non si accompagnino quasi per niente ad un serio dibattito pubblico.
Urge una discussione pubblica in cui, oltre a lamentarsi degli esiti terribili della folle navigazione in corso, si provi ad intercettare dei possibili scenari di cambiamento e d’inversione di tendenza. Si pensi, ad esempio, alla cosiddetta smartizzazione dell’esistenza umana, oggi favorita, da un lato, dalla triste esperienza della pandemia globale, e, dall’altro, dalle scelte ipertecnologiche, dominate dalla cosiddetta Intelligenza Artificiale (IA). Che cosa fare, che cosa porre in agenda?
Se si continua a lasciar andare così le cose, la narrazione viene affidata ad apparenti discussioni tra esperti, ma per lo più si tratta di discussioni drammaticamente rozze, articolate con degli pseudo-concetti e delle parole d’ordine indotte da politici e da studiosi di turno (opportunità, rischi, sfide, equità…). Non viene, però, mai messo in scena, come si desidererebbe, il vero e proprio sdoppiamento in corso nella lettura dell’attuale assetto/navigazione del mondo. Come naviganti, siamo adesso avvisati: da un lato, perdura tra noi una specie di fideismo apologetico (che addirittura assimila l’azione bellica degli USA e di Israele a una vicenda analoga alla passione e morte di Cristo!); dall’altro, viene indotta una vera e propria assuefazione agli eventi, subìti piuttosto che governanti. È come se ognuno di noi naviganti fosse costretto a ripetere un mantra: io ho fiducia (anzi devo aver fiducia!) che qualche soluzione positiva sarà trovata dagli “esperti” e dai “politici” di turno.
C’è qualche alternativa a questo vero e proprio catastrofismo inevitabile? Ecco la deriva: mentre io ritengo che non ci sia più nulla da fare e che soltanto un dio ci possa salvare, intanto non faccio nulla per attivare delle possibili diverse letture delle cartine nautiche e geografiche della navigazione personale e collettiva. Sembra dover ritornare inevitabile quell’io speriamo che me la cavo, che caratterizzò già la nostra vita scolastica, culturale e sociale ai tempi del maestro Marcello D’Orta.
- Invertire la rotta
Tuttavia, nonostante tutto, vi sono almeno tre piani su cui dovremmo/potremmo lavorare in molti, al fine d’invertire la rotta. È questo che, oggi, ci viene suggerito da alcuni intellettuali che tracciano coraggiosamente un’agenda per il Paese. Si tratta di percorsi che, a loro volta, si legittimano e possono darsi forza a vicenda: a livello politico-istituzionale, infatti, sembra possibile invertire la contro-rivoluzione teoretica ed economica avvenuta alla fine degli anni ’70; a livello filosofico, anche se la scienza economica appare in ritardo di un secolo sul pensiero del Novecento, potrebbe essere coraggiosamente assunta e gestita la cosiddetta crisi del soggetto, ovvero la crisi della mente strumentale: essa ha avuto, infatti, la pretesa di concettualizzare la totalità dell’ente su un fondamento non più metafisico, bensì scientifico, con l’esito di eclissare l’esigenza opposta, e forse da rilanciare, di un possibile risveglio contemplativo e spirituale generale. Rispetto a quello che qualcuno denomina un positivismo sciancato, a livello spirituale urge, in sintesi, una rinascita coraggiosa, forse anche re-investendo coraggiosamente sulla nozione di persona (che mostra chiare ascendenze di sapore cristiano).
Se qualcuno ci ricorda che restar fermi a contemplare il declino del nostro Paese sarebbe non solo inutile, ma senza speranza, in molti chiedono ancora, comunque, di offrire al nostro Paese (e non solo) un’agenda: concreta, positiva, capace di trasformare la rabbia in proposta e la paura in coraggio. Si tratterà di prendere atto della vera e propria situazione di “sospensione”, in atto, del normale funzionamento giuridico-politico. Purtroppo, tale situazione è diventata quasi un nuovo paradigma politico – oggi, peraltro, rinforzato da situazioni di guerra, finanza, clima, comportamenti individuali -, fino a spingere più di uno a teorizzare come inevitabile l’emergenza, e quindi la necessitò d’imporre sacrifici, addirittura di sospendere il normale funzionamento giuridico-politico del Paese.
Su quali rotte si dovrà/si potrà passare in vista di un ripristino della civiltà? Ecco la vera scommessa. Se qualcuno suggerisce di far leva, ad esempio, su una nuova anima del sindacato – chiamato a tornare ad essere motore del conflitto sociale, ovvero forza capace di rompere con le ingiustizie e i soprusi e aprire spazi di emancipazione -, un’agenda diversa esigerebbe la riscoperta della persona umana, nell’orizzonte di un’antica dinamica spirituale. Ecco, mi sembra, la domanda che ri-emerge prepotentemente: quale idea di uomo guiderà le politiche pubbliche prossime venture, soprattutto quelle relative ai diritti sociali fondamentali, a partire dalla salute, il cui emblema di degrado socio-politico si è avuto emblematicamente nel caso del piccolo, morto al Monaldi nonostante l’innesto di un cuore nuovo?
Se un costituzionalista – uno che credeva che gli interessi privati fossero da sottomettere alla regolazione arbitrale perequativa dello Stato» – è oggi, per così dire, costretto a commentare lo stato di “stanchezza” della società attuale, e non solo italiana, non manca, in molti altri settori di analisi, il ri-emergere generalizzato della necessità di una nuova agenda per il paese. Una non governata diffusione dell’idea di emergenza, anzi dell’attesa della catastrofe inevitabile, comporterebbe il rischio, anche politico, di far spazio ai salvatori di turno, ai messia, ai filantropi, agli illuminati da qualche ragione superiore, soprattutto da qualche tecnica “salvifica”, magari senza più delle libere elezioni!
- Le possibili coordinate della nuova rotta
Purtroppo, questa peculiare vulnerabilità della navigazione italiana attuale si è accentuata nello scenario di guerra incontrollata; in esso si va evidenziando il prevalente carattere gregario della nostra politica estera. Vi sarà ancora spazio per un rinnovamento? Sì, insistono gli Autori della Agenda per il Paese; ma a condizione d’imboccare la strada della ricostruzione delle capacità di soluzione politica delle controversie, anche riprendendo il discorso antico sul destino del nostro Vecchio Continente. Non è un caso, infatti, che dal 1994 ad oggi, tutti i servizi, un tempo pubblici, risultino governati dalle leggi del mercato, e ciò persino nel settore della salute, o dell’energia.
Cosa fare?, si chiedono in molti, soprattutto di fronte al declino economico del nostro Paese, dove non basta la riconversione produttiva, né sono più sufficienti indicazioni di carattere meramente “tecnico”. In particolare, attendono urgenti soluzioni plausibili i mondi dell’educazione scolastica e dell’Università. La scuola italiana, da almeno tre decenni, appare, com’è stato notato, malata cronica di riformite, con l’esito uno sfacelo totale: anzitutto per la sostituzione di contenuti e di scopo, a favore di una paccottiglia informe di progetti, attività, distrazioni, effetti speciali e giri di giostra, fino all’uso-abuso del digitale. Il “sacro” spazio, dell’educazione scolastica, oggi abusivamente occupato, non andrebbe di nuovo restituito ai suoi legittimi abitanti, bonificato dall’artificio, protetto invece dai predatori di turno?
Ora, tutto questo va ulteriormente correlato con la mutazione antropologica in corso dell’università italiana, il cui pericoloso esito si vede negli ultimi reclutati tra i docenti, i quali tendono, comprensibilmente, a tenere in gran conto le famose, o meglio famigerate, liste di riviste, e le soglie nell’ottica del publish or perish, invece d’inseguire, come si dovrebbe, le proprie passioni intellettuali, liberamente e senza condizionamenti. Si avrà il coraggio di far marcia indietro anche in tale ambito, cioè di liberare l’università dalla burocrazia, dagli accreditamenti, dalle metriche valutative…, fino ad eliminare gli organismi inventati a fungere soltanto da “braccio armato” di un controllo dall’alto, che inibisce il senso profondo della libertà della docenza e della ricerca?
Forse non soltanto sono state abbandonate le politiche culturali italiane degli ultimi decenni, così come sono stati abbandonati i borghi del centro Italia; ma perfino il cinema italiano, costretto a finanziarsi quasi esclusivamente con soldi pubblici, è diventato, a sua volta, la parodia di se stesso. Forse gli ideologi e attuatori di un “modello disumano” stanno procedendo a uno smantellamento della pianificazione urbanistica e territoriale a favore del mercato? È questo il timore, che fa chiedere a molti – anche a coloro che ora ci offrono un’Agenda per il Paese – d’invertire la rotta e di governare le trasformazioni urbane e territoriali nell’interesse della popolazione, redistribuendo la ricchezza e perseguendo obbiettivi di giustizia spaziale e ambientale.
Frattanto gli obiettivi di smartizzazione totale della gestione delle città e dei popoli, per liberare il campo dall’imprevedibilità dell’azione umana, sembrano perseguire soltanto un progetto di controllo e di gestione, i cui futuri possibili risultano, però, sempre più circoscritti e compressi in un eterno presente, che riproduce autisticamente se stesso con il plauso dei più.
- Conclusione: un giusto proposito
Gabriele Guzzi ricorda un proposito giusto da perseguire da parte di tutti: provare a ri-dare una direzione alla politica italiana, seppur all’interno di una crisi che sta sempre più prendendo i tratti di un vero e proprio smottamento, come già avvenuto a Niscemi e a Peticciato. E ciò anche riprendendo la linfa spirituale del cristianesimo che, seppur secolarizzato fino a giungere quasi al suo punto zero, sembra comunque possedere ancora le risorse per una nuova fioritura possibile. Ovviamente, tutto a partire da nuove analisi politiche, sociali, culturali e religiose, da offrire, discutere e dibattere.
