In queste settimane il risveglio del mattino, quando le prime luci fronteggiano il buio della notte, è accompagnato da motivi di apprensione. Per chi, infatti, si ritrova come me a scegliere tra l’abbraccio del sonno e la tentazione dello zapping, le immagini dei canali TV “all news” ci restituiscono una stupefacente e a tratti incredibile immagine delle questioni mondiali, come se leggessimo la sceneggiatura di un film western. Il fatto che ci ritroviamo in quella porzione di globo protetta dai danni diretti di un attacco militare, non basta a sospendere la preoccupazione e, soprattutto, la solidarietà con quanti hanno nei loro occhi lacrime e terrore.
Eppure il crescente vento identitario ha mandato al governo dei popoli esponenti politici, che hanno assicurato al proprio elettorato la fine di conflitti esterni e una maggiore attenzione alla sicurezza interna, che si è, invece, ben presto trasformata in atti di criminale aggressione a popoli inermi. Vale qui la pena di riepilogare l’impressione dei tempi con le parole del primo Papa statunitense a capo dell’Urbe romana e dell’Orbe cattolico, che dall’Africa dimenticata così dice con semplici e chiare parole: “È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a U – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. Il mondo è distrutto da pochi dominatori ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!”. E a dirlo non è proprio un pericoloso rivoluzionario, ma papa Leone XIV, che si è presentato al mondo dalla Loggia centrale delle benedizioni nel giorno della sua elezione (8 maggio 2025), auspicando “una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante”.
Dinanzi a queste doglie del mondo, verrebbe da dire che il grido sessantottino di voler rivoluzionare la società portando la fantasia al potere, dopo la disillusione delle utopie del ‘900, si è trasformato nell’esagerazione della follia al governo, tanto per non sfigurare nei confronti della reale o presunta egemonia culturale dei comunisti. Questa giostra impazzita travolge tutto con continui rilanci da svariati profili social, rispondendo certamente ad una strategia della comunicazione, al calcolo politico ed anche – per non farci mancare niente! – ad un possibile impazzimento narcisistico. Opposte narrazioni si fronteggiano alla finestra del mondo contemporaneo ed hanno il primario effetto di disorientare, di rendere le paure più stringenti, di far sentire tutti più fragili ed indifesi, sempre che non si sia da quell’altra parte del globo dove la paura ha solo il drammatico realismo della guerra vissuta sotto la cieca violenza delle bombe. Gli eventi sono così netti e sorprendenti che non si può non rimanerne emotivamente coinvolti, tentando di mettere ordine ai pensieri, di disporli in una forma sensata, che motivi il ricorso alla guerra guerreggiata a vocazione planetaria, dopo tanti decenni di guerra fredda e di una “terza guerra mondiale a pezzi” come felicemente denunciò un altro Papa, quel Francesco “venuto quasi dalla fine del mondo”, tornando da Seoul il 18 agosto del 2014. Come tentare di comporre queste alternative narrazioni di paure a confronto? Qual è, a. es., l’orizzonte di senso – se ve n’è uno possibile! – con cui abbiamo ben presto archiviato la promessa di una ritrovata sicurezza nazionale con le convulsioni quotidiane, alle quali assistiamo impotenti? Vi era stato forse un errore di calcolo nella politica estera? Si era stati fin troppo ingenui e sprovveduti dinanzi al pericolo denunciato? Insomma, tante possibili domande per le quali i cittadini meriterebbero pure delle risposte come assunzione di responsabilità, al di là dell’agone parlamentare da “question time”.
I buoni pensieri, infatti, hanno sempre inizio da delle domande ben formulate; sono, infatti, le domande che portano in grembo le risposte e, talvolta, la risposta potrebbe addirittura rimanere a lungo insoluta come un punto interrogativo sul futuro. Orfani delle grandi narrazioni del ‘900, ognuno fa quel che può, rifugiandosi in altrettante narrazioni ed orizzonti di senso, per dare un ordine ed un significato a pensieri sparsi. Questo è lo sforzo di coltivazione che chiamiamo cultura; nelle sue svariate espressioni, infatti, la cultura non è uno spazio residuale – o peggio ancora elitario – quando tutto è stato già detto, ma coincide con la vita stessa della gente, quando le gioie e i dolori formalizzano domande e le risposte si dovrebbero chiamare impegno civile e responsabilità, piuttosto che illusioni elettorali a buon mercato. L’attenzione alla fantasia delle espressioni culturali rende più umana la vita, più accettabile di fronte ai suoi inevitabili drammi. È opinione condivisa che la destra conservatrice italiana abbia rincorso una legittimazione popolare, sfidando narrazioni considerate, a torto o a ragione, delle strumentali manipolazioni alternative e di sinistra. Ritengo anche estremamente interessante e legittimo il confronto democratico su questo piano complessivo, come una visione costellativa di pensieri sul mondo della vita, purché se ne abbiano gli strumenti adeguati e si decida di non abdicare ad una regola aurea, che regola la coltivazione dei pensieri con la sua nativa aspirazione alla libertà.
La mediazione culturale – conservativa o progressista che sia – si attiva solo quando il pensare sorge come appello alla coscienza della libertà, oltre le idee precostituite. Quando tutto è sempre abilmente spiegabile, senza più obiezioni o nodi da sciogliere, verrebbe da avvertire che quei pensieri non rispondono al pensare, ma sono solo dei cibi precotti. Non si trasforma una credenza fideistica in appartenenza con un pò di fiction della domenica sera o con testi sanremesi, che inneggino alla nostra Patria censurando chi chiede la liberazione della Palestina. Peggio ancora accade con la diffusione pomeridiana di serie tv che allietano le solitudini ed il meritato riposo di una platea casalinga, viaggiando dalle latitudini latino-americane degli anni’80 a quelle oggi più di moda della Turchia. Rivedendo ancora in Tv, per quanto con volti segnati dal tempo e dai ritocchini estetici, i personaggi della celeberrima soap opera di “Beautiful” – in onda dal 23 marzo 1987 e trasmessa in circa 100 paesi con 300 milioni di telespettatori ogni giorno – non si sa se sono diventati prigionieri dello schermo televisivo ed anche loro si attendono di essere finalmente liberati o se sono proprio loro i carcerieri dei telespettatori. Una narrazione apologetica ed avvolta ripetitivamente su sé stessa, anche quando si tratta di Santi e di Papi, più che fare cultura, fa solo istupidimento collettivo o indottrinamento a buon mercato. Questa prigionia del senso comune – o come prima dell’era del web si ripeteva come un mantra “l’ha detto anche il telegiornale” (solitamente il TG1) – è una costante e progressiva erosione della mente come spazio della libertà, che la diffusione dei “log in” all’intelligenza artificiale renderà ancora più centrale come questione democratica. È, infatti, evidente come la denunciata tirannia dei potenti e dei signori della guerra si saldi con la tecnocrazia del digitale, in un Grande Fratello in cui tutto si tiene.
L’Intelligenza Artificiale non può divenire l’erogatrice di un pensiero unico, poiché un conto è l’accesso ad un mondo di informazioni da consultare con le sue riconducibili fonti plurime, altro è la sua assunzione come verità univoca per tutti, senza mai dar conto del suo orientamento. Si dirà che anche le mitiche enciclopedie, proprio quelle che affollavano qualsiasi salotto familiare con figli in età scolastica, erano accumuli cartacei di informazioni, a cui attingere per sviluppare ricerche ed ampliare le proprie conoscenze di base. Quei mitici totem con la copertina in pelle e le scritte dorate ispiravano autorevolezza e rispetto, ma non avevano nulla a che vedere con “il copia e incolla digitale” di questi tempi. In quel caso, la lettura era accompagnata almeno dallo sforzo della sintesi e della riscrittura in una forma linguistica adeguata all’età dello scolaro, per non essere immediatamente sgamati dal professore di turno. Oggi si assiste, purtroppo, alla diffusione di queste pratiche, contro cui talvolta nulla possono anche gli stessi software di controllo testuale. Si assiste così alla pianificazione di “un determinismo incantato”, che riduce la complessità dell’umano ad un formalismo matematico. Verrà, dunque, il momento – e mi sembra dietro l’angolo – in cui l’atto del pensare, senza ulteriori specificazioni, sembrerà ancor più del passato una pericolosa azione eversiva e rivoluzionaria e non perché non lo si sia mai sinora sperimentato. È la forma nascosta di un vento di censura latente e globale, che rende il pericolo pervasivo ed inquietante, in cui le parole devono con-vincere come il verbo sommessamente già avverte. Pensare è un atto di coraggio in faccia all’opinione più comune e diffusa: è lo sforzo di rischiare il proprio punto di vista, scegliendo l’inevidenza della minoranza e non andando a braccetto con l’ovvietà. Questa confusione portata nella facile approvazione della maggioranza sarà vissuta come un atto di pura eversione. Mi si dirà, ma che cosa c’è di nuovo?
Questa è la storia di sempre attraverso cui si avanza tra libertà e servilismo! Tuttavia, mai si erano addensati due apposti moloch: la disponibilità di tanti dati insieme con la contestuale possibilità di conoscere il comune stato d’animo o come oggi più correttamente si indaga con il sentiment delle utenze digitali. Pensare è una liberazione di possibilità e non una ripetizione dell’identico. L’atto del pensare sfugge al principio classico dell’identità, per avventurarsi nella selva delle contraddizioni del reale, nel non-senso delle nostre vite, cercando ipotesi, formulando teorie, argomentando in ragione dei nostri desideri, perché sono le contraddizioni che sfidano l’unicità del vero a comando. In tal senso, risultano essere ancora illuminanti le parole che un uomo libero ed una coscienza critica della Chiesa cattolica e della società italiana del ‘900 come don Lorenzo Milani, rivolse in una memorabile Lettera ai cappellani militari il 22 febbraio del 1965. A motivo di questa lettera don Lorenzo fu denunciato e rinviato a giudizio con l’accusa di apologia di reato. Non volle essere difeso da un avvocato di fiducia, ma scrisse una lettera ai giudici come autodifesa (30 ottobre 1965), in cui invitò ad “avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”.
Al processo don Lorenzo fu assolto, ma in appello su ricorso del pubblico ministero il tribunale ribaltò il giudizio di primo grado condannando lo scritto, ma Don Lorenzo il 26 giugno del 1967 era già entrato nel Regno dei Giusti. All’epoca Robert Francis Prevost aveva soli 10 anni – essendo nato nel 1955 – ma don Lorenzo lasciò in eredità, anche per il futuro Leone XIV, “parole disarmate e disarmanti”.
1. Papa Leone XIV, Incontro per la pace con la comunità di Bamenda. Cattedrale di San Giuseppe – (16 aprile 2026), link
2. Kate Crawford, Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA, Milano, RCS Media Group 2023.
3. Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze1965.
