RIFLESSIONI: 

  1. Non posso lasciar d’amare…

Il titolo di quest’intervento – Non posso amare, e nemmeno lasciar d’amare – non è del grande cantautore e cantante appena scomparso, Gino Paoli. È la voce di una donna e paroliera, ma non dei nostri tempi, anzi del secolo XIII. 

Eppure, proprio in queste ore di comune riflessione sulla morte, non inattesa (vista l’età) di Paoli, chi sosta, almeno per via digitale, di fronte alle sue ceneri, non può non percepire il peso di queste parole: non poter lasciar d’amare. Sì, un uomo che vale (dall’album Le più belle canzoni di Gino Paoli: 1965-1967) mai può smettere d’amare, non può mai lasciar d’amare, anzi non può mai espellere dal cuore qualcosa che è vero come l’amore: «Un uomo che vale qualcosa di più/ non tradisce l’amore che la sua donna gli dà;/ lo tiene nel cuore perché sa che la vita non dà mai due volte/ qualcosa di vero»

Secondo quanto si apprende, le ceneri del cantautore saranno disperse in mare (sempre nel rispetto della volontà del defunto e con l’autorizzazione del Comune, nonché il nulla-osta della Capitaneria di porto). Ma le canzoni e i versi di Paoli non si perdono, né si disperdono… Sì, ci pare, la morte di Paoli e la dispersione delle sue ceneri, possono essere pensate non cantando la morte e il morire – che caratterizza, peraltro, ogni finitudine – bensì cantando, sempre da capo, l’amore e l’amare, come Paoli ci ha continuamente ricordato lungo la sua lunga e avventurosa vita, con la sua scrittura e voce così intime e sofisticate: «Come ti amo/ non posso spiegarti/ non so cosa sento per te/ ma se tu mi guardi/ negli occhi un momento/ puoi capire anche da te/ che cosa c’è/ c’è che mi sono innamorato di te/ c’è che io ora vivo bene/ se solo stiamo insieme/ se solo ti ho vicino:/ ecco che c’è». Chi non ricorda queste due strofe di “Una lunga storia d’amore”, tratta dall’album di Gino Paoli “Senza contorno … solo per un’ora”? Una lunghissima, anche dal punto di vista cronologico, storia d’amore, vissuta e cantata, quella di Paoli, con uno stile e una voce quasi da chansonnier. La sua storia corre insieme a quella della nostra Italia, risorto dalle ceneri della dittatura e della guerra per dare avvio a un’epoca di inesauribile creatività, dove un giovane uomo di genio e sregolatezza alterna enormi successi a momenti di crisi. Ma tutte le volte che cade, si rialza più fiero di prima.

Nato a Monfalcone nel 1934, venuto a mancare durante la notte del 24 marzo di quest’anno, nella sua Genova, Gino Paoli ha sempre avuto una scrittura intima e sofisticata, che dava “corpo” alle note. Scrittura e musica, che abbiamo tutti conosciuto, ri-conosciuto, e forse amato, a partire dalla voce di Mina, che interpretò e incise per prima Il cielo in una stanza (testo e musica di Paoli). Scrittura e musica che fungevano, talvolta, da controcanto ai suoi amori terreni, ai suoi impegni parlamentari, alle sue cadute nel baratro dell’alcol, da cui si disintossica nel 1976, dopo la morte del fratello causata proprio dall’abuso di alcolici. Il Diario di Gino (Cosa farò da grande. I miei primi 90 anni, Bompiani, 2023) raccontava, alla data 11 luglio 1963, giorno del tentato suicidio: «Io, in quel momento, avevo tutto. Successo. Soldi. La casa più bella di Genova, le due donne più belle d’Italia erano innamorate di me. Sapore di sale, uscita da poco, era in tutte le classifiche. Ripensandoci, forse troppo per un ragazzo di nemmeno trent’anni. Avevo tutto, sì. Ma non sentivo più niente. Ne hanno dette di ogni genere per cercare di spiegare. Questione di donne, è stata l’ipotesi più frequente… Ma il mio amico di lunga data Arnaldo Bagnasco, giornalista e geniale autore televisivo, sostiene che io mi sono sparato perché non mi ero perdonato quello che era successo il 20 settembre dell’anno prima» (un grave incidente d’auto in cui un suo amico fraterno aveva perso la vita).

  1. Cantare e scrivere d’amore… anche con voci di donne

Una vita come continuo inno all’amore. Gino Paoli utilizza spesso metafore legate agli astri, come “luna e stelle”, per esempio in Senza fine. Pur non utilizzando la specifica locuzione “stella d’amore”, egli ci ha fatto capire, anzi cantare, come la forza dell’amore, in tutta la sua tastiera – dall’eros a quello che i cristiani denominano agàpe -. vinca e domini su ogni altro sentimento vitale e umano. Rileggendo alcuni suoi testi e musiche in queste ore, mi sono ritornate alla mente le Poesie strofiche, le Poesie miste, le Visioni e le Lettere, di una donna medievale: Hadewijch di Anversa. 

Questa mistica degli inizi del secolo XIII, riscrivendo nuovi testi su musiche e melodie precedenti, utilizzava anche lei dei versi e delle musiche da cantare, musiche d’amore. Lei lo faceva come “metodo” per una peculiare attività: quella di “direttrice spirituale”, che svolgeva in un gruppo di donne. Queste donne, lei voleva accompagnare, appunto, nel 1220, sulla via dell’amore. Peraltro, stava quasi anticipando quanto poeti e letterati del secolo di Dante Alighieri – un altro grande poeta dell’amore – teorizzeranno e realizzeranno a proposito di amore e di amori. Nel presunto buio e maschilismo della stagione medievale, insomma, ho visto brillare davvero una stella d’amore, nei versi di Hadewijch: una bella figura di donna nordica, lei, che, insieme con Sara, Emma, Margriet e la sua ‘lieue kint’ (letteralmente, dal fiammingo medievale, la sua dolce figlia), andava cantando, scrivendo, pregando… sull’amore e sull’amare. Gli storici del cristianesimo possono fondatamente parlare di quella donna, perciò, come mistica dell’amore o anche di mistica affettiva. Solo che, con Hadewijch, nasceva ormai una mistica d’amore che svolgeva al femminile quanto, agli esordi – che si erano registrati negli ambienti dell’infermeria di Clairvaux (Chiaravalle), avevano appena cominciato a fare i due cisterciensi Bernardo di Chiaravalle e Guglielmo di SaintThierry. La supplica di Bernardo alla Vergine, nell’ultimo canto del Paradiso dantesco, non si spiegherebbe senza gli accenti d’amore di quella donna fiamminga che, in versi, aveva sviluppato, appunto, una spiritualità tutta al femminile e tutta intrisa d’amore, che non si può non cantare. Lo si vede nei ben quarantacinque canti d’amore spirituali di Hadewijch di Anversa, che si manifesta oggi come un unicum in tutto il Medioevo occidentale. Ecco i suoi accenti attualissimi: piacere, gioia dell’anima, bisogno, lamenti, lotte del cuore, desiderio di saziarsi, morir d’amore…: «Ah, amore, spero nella tua fedeltà, perché tu sei tutta la gioia della mia anima, il piacere del mio cuore: abbi pietà del mio bisogno, guarda la mia lotta, ascolta il lamento del mio cuore// Ah, che io guadi le profondità o risalga i pendii, che sia affamata o sazia, potessi darti, amore, piena soddisfazione e morire bene». Sono due strofe, le più famose, esplose dall’anima di questa mulier religiosa, nella stagione della cosiddetta Poesia storica, come c’informano gli esperti: quella donna alternava, alla sua lingua nordica, parole latine d’amore su una melodia già esistente. Si parla tecnicamente di contrafactum, ovvero di una sequenza mariana latina, il cui testo è stato riscritto su una musica già esistente, quasi una cover con testo nuovo). 

  1. Intonazioni d’amore… da ritrovare nell’ufficio delle cose perdute

Gino Paoli, nel Novecento, ci ha guidato a lungo, per ritrovare amore nell’ufficio delle cose perdute: «Ed è l’ufficio delle/ Cose perdute quelle/ Che son sparite in fondo/ A qualche momento chiuso/ Ed è un ufficio pieno/ Di vecchie cianfrusaglie/ Nei giorni poco usati e di candeline/ Di un’altra età» (tratta dall’album: Senza contorno … solo per un’ora). In quell’ufficio si può, si deve, oggi ritrovare l’amore. 

Non posso amare, e nemmeno lasciar d’amare, cantava la religiosa donna fiamminga nel suo gineceo mistico e religioso, che talvolta è andata anche lei a finire, purtroppo, nell’ufficio delle nostre memorie perdute. Le corde femminili dei versi d’amore hanno sempre intonazioni particolari, anche quando, nel Medioevo, con la poetessa fiamminga, ci si provav ad esprimere la propria esperienza dell’intensità dell’amore divino. Forse capiamo perché un’altra grande mistica medievale, Ildegarde di Bingen (1098-1179) – passata dall’abbazia madre, il Disibodenberg, ad un cenobio autonomo, il Rupertsberg – aveva già cantato: “Oh se fossi un uomo”, pur essendo una donna. Identificando infatti, nello Spirito Santo trinitario. il “principio femminino” dell’Assoluto, quel suo augurarsi di voler diventare maschio non era un grido femminista ante-litteram, bensì il desiderio di unirsi intimamente a tale principio d’amore. Un amore con tutta la sua intensità femminile, che si manifestava anche attraverso l’esaltazione della musica e del canto: simboli di chi si è liberato dal peccato e dalla guerra e, quindi, recupera la voce angelica perduta dal primo Adamo e, infine, si può fondere con lo Spirito che aleggia ancora sulle acque primoridiali.

Sì, sulla base della Bibbia e, soprattutto, sulla base del Cantico dei cantici – che lo storico della teologia Andrea Milano ha definito libro dell’eros allo stato puro , si può cercare, ancor oggi, di andare a fondo nelle questioni legate all’eros e all’amore in tutta la sua tastiera, esplorarne la complessità, ma anche goderne i lampi di luminosità, «senza sfuggire mai alla perenne inadeguatezza rispetto a un compito di cui si deve rendere conto tanto agli uomini e alle donne del proprio tempo quanto a Dio» (sono parole di Marinella Perroni, Colloqui non più possibili con Michela Murgia, Prefazione di Antonio Autiero, Piemme, Casale Monferrato 2024). 

Il tutto nell’orizzonte che non infantilizza mai il Dio di Gesù Cristo che, per amore, è nato uomo da una donna: «Non è un Dio-bambino, ma è l’unico bambino che, per fede, riconosciamo come Dio» (ivi, p. 70); e che non può mai relegare la religione dell’amore in paradigmi premoderni, che inducono la “consolazione” allo scopo di non offendere i “semplici”, ma non provano neppure a fronteggiare le questioni di questo nostro tempo per non scandalizzare, annacquando la carica, anche affettiva ed erotica, che la fede cristiana conserva.