Cosa conosciamo del nome di Dio? Se non siamo cristiani completamente distratti possiamo spingerci fino al comandamento che ci ricorda di «non nominare il nome di Dio invano». Si tratta di un comandamento a volte disatteso con bestemmie che spesso si ascoltano anche per strada. Quanta bestialità illogica contiene in sé la bestemmia! Se non si crede, ha forse senso maledire qualcuno che non esiste? E se si crede, perché maledire Qualcuno che è tanto migliore e più grande di noi? A parte ciò, se ci addentriamo nell’ambito dei cristiani un po’ più impegnati, ci ricordiamo che nel testo della Genesi troviamo il dialogo tra Dio e Mosè. Ad un certo punto Mosè chiede a Dio cosa rispondere agli israeliti quando gli chiederanno a nome di chi si presenterà a loro e Dio gli dice il suo nome: Io sono colui che sono. Da questo contesto deduciamo che il nome di Dio esprime l’identità, l’Essere di Dio e, infatti, è questo il significato biblico del nome. Inoltre, noi sappiamo che l’identità di Dio è essenza comunicativa, un’essenza che è il volto stesso dell’amore; proprio in quanto amore non può che comunicarsi alla sua creatura. L’amore si dona per definizione, cerca il bene dell’altro; lo corregge delicatamente se erra; dà gratuitamente senza cercare il suo interesse; non s’impone, ma si pone a servizio. Quest’ultima considerazione è da capogiro: Dio creatore si annulla facendosi servo della sua creatura; anzi molto di più, dà la vita per salvare la sua ceratura in pericolo di morte eterna. Dona la vita, non in quanto Dio, poiché come Dio non è soggetto a morte, ma nella natura umana che assume nel Figlio Gesù. Ora, il mezzo attraverso cui Dio comunica se stesso, e dunque la vita, è il soffio, definito anche come alito di vita. La Genesi ci ricorda che Dio plasmò l’uomo con «polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente.» Questo alito di vita è Dio che comunica una parte della sua vita, in qualcosa che prima non viveva. Ma cosa centra ciò con il nome di Dio? Alcuni studiosi moderni hanno evidenziato che il nome ebraico di Dio era יהוה, poi traslitterato in latino nel Tetragramma più conosciuto YHWH. Tale nome si può pronunciare con il duplice movimento del respiro, con due suoni che imitano l’ispirazione e l’espirazione: il primo suono è yah, che imita l’ispirazione e il secondo suono è weh o veh, che imita l’espirazione. In questa suggestiva considerazione c’è, dunque, un profondissimo legame tra pronuncia del nome di Dio e il respiro, tra Dio e l’alito di vita trasmesso all’uomo. C’è pure un legame che ci riconduce alla morte di Gesù, che nei Vangeli di san Marco e san Luca è descritta con il verbo spirare, cioè emettere l’ultimo respiro. Ed è ancora con il soffio che Gesù insuffla negli apostoli dopo la Risurrezione quando passa a loro lo Spirito Santo. Si disegna, quindi, una meravigliosa parabola dell’intervento di Dio nella storia: dalla creazione del primo uomo, alla morte di Gesù per fare una nuova creazione mediante il soffio che trasmette lo Spirito Santo. Se così stanno le cose, senza esagerare, potremmo dire che nel respiro di Dio c’è la sintesi della storia universale.
