A Napoli c’è un rumore che nessuno vorrebbe imparare a riconoscere. Eppure, c’è chi, sentendolo, non si affaccia più nemmeno al balcone. Aspetta qualche minuto, controlla il telefono, apre un sito di notizie. Se non è successo niente nel proprio quartiere, la giornata continua.

È forse questa la sconfitta più grande: non gli spari in sé, ma il momento in cui smettono di sorprenderci.

Negli ultimi mesi la cronaca cittadina è tornata a riempirsi di nomi, volti e strade. Quartieri diversi, storie diverse, ma quasi sempre lo stesso finale. Una lite degenerata. Un’arma che compare in pochi secondi. Una famiglia che da quel momento in poi vivrà con una sedia vuota a tavola.

La vicenda di Santo Romano, ucciso a soli diciannove anni dopo una discussione nata per motivi banali, ha colpito Napoli proprio per questo. Non era un boss. Non era coinvolto in una guerra di camorra. Era un ragazzo. E il fatto che una vita possa interrompersi così, quasi per caso, dovrebbe continuare a farci paura.

Perché oggi la violenza non è soltanto quella della criminalità organizzata. C’è una violenza quotidiana, più imprevedibile. Quella che nasce dall’incapacità di accettare un no, da una provocazione sui social, da uno sguardo interpretato male, da un orgoglio che vale più della vita di chi si ha davanti.

È una rabbia che attraversa l’Italia, ma a Napoli assume un peso diverso. Perché questa città ha già pagato un conto altissimo alla violenza e sa bene quanto sia difficile liberarsi dell’etichetta costruita da decenni di cronaca nera. Proprio mentre il mondo scopre una Napoli fatta di cultura, turismo, università, imprese e rinascita, gli episodi di sangue rischiano ancora una volta di raccontarne soltanto una parte.

Il problema è che ci stiamo abituando. Ogni omicidio resta in prima pagina ventiquattr’ore. Poi arriva quello dopo. Cambiano il quartiere e il nome della vittima, ma il copione è sempre lo stesso. Anche la nostra indignazione sembra avere una scadenza.

Eppure, basterebbe fermarsi un momento. Dietro ogni titolo ci sono genitori che aspettano un figlio che non tornerà, amici che continuano a scrivergli messaggi sapendo che nessuno li leggerà più, fratelli che dovranno imparare a convivere con un’assenza improvvisa.

La sicurezza non si costruisce soltanto con più pattuglie o con pene più severe. Si costruisce quando un ragazzo trova nello sport, nella scuola, nel volontariato o in un educatore qualcuno che gli insegni che il rispetto non si conquista con la paura. Napoli queste realtà le conosce bene: esistono associazioni, parrocchie e presìdi sociali che ogni giorno lavorano in silenzio nei quartieri più difficili. Fanno meno rumore di una pistola, ma cambiano molte più vite.

Forse è da qui che bisogna ripartire. Perché una città può rialzarsi dopo tante ferite, ma non può permettersi di perdere la capacità di indignarsi. Il giorno in cui gli spari diventeranno soltanto un altro rumore di fondo sarà il giorno in cui avremo smesso di difendere la parte migliore di Napoli.