È opinione diffusa che l’esperienza di un trasloco abitativo esponga ad una condizione potenzialmente stressante; anche ricerche recenti hanno confermato che il cambio di una casa abituale sia la terza causa di disagi emotivi e di stress psicologico, in classifica dopo un lutto familiare e un licenziamento lavorativo. Insomma, cambiare casa, quartiere o addirittura città ha una portata destabilizzante, con cui bisogna necessariamente confrontarsi alla ricerca di nuovi equilibri. Questo anche spiega il diffuso ricorso all’acquisto immobiliare, che ha una dimensione di estesa assicurazione e di stabilizzazione di abitudini, di conoscenze, di ritualità dei comportamenti quotidiani. Nei giorni scorsi, come spesso accade in simili emergenze, le interviste agli sfollati di Niscemi in Sicilia hanno raccontato un mondo di relazioni sociali franate e distrutte insieme alle proprie dimore, ripetendo un sentimento di comune di-sperazione: non abbiamo più nulla; abbiamo perso tutto! L’aria di un luogo, oggetti personali, fotografie e ricordi di famiglia sono un punto di vista sul mondo, sul proprio mondo, che rischia di franare irrimediabilmente insieme alle proprie attese. Simili drammatiche esperienze di vita ci offrono la misura di ciò che non è solo ricordo di una vita, ma è la sua intima trama, la narrazione di una condizione che spesso richiamiamo quando parliamo di noi stessi come di un’appropriazione personale unica ed irripetibile. Della nostra vita abbiamo, dunque, ricordi, che hanno a che fare non solo con lo scorrere del tempo, ma ancor più con il cuore: il ri-cordo [dal latino: re- indietro cor cuore. richiamare in cuore] non è solo un’immagine che ritorna all’attenzione della mente, ma soprattutto è un lessico emozionale del cuore; il ri-cordo, infatti, è un’emozione forte del cuore, che fa rivivere ciò che si riteneva ormai chiuso in un passato. Questa fondamentale attitudine viene ancor più esaltata dal suo profilo psichico, che trova nell’esplorazione della propria memoria una narrazione esclusiva di sé stessi, una condizione memorabile, che ci rende unici sul piano psichico insieme a ciò che si è capito del patrimonio genetico: siamo, dunque, fatti di memoria*, portando con noi esperienze belle o drammatiche, in cui vi è la traccia di un piede affondato nella carne umana del vivere. La memoria, infatti, è l’esaltazione significativa dei ricordi; è un romanzo di vita e di senso, che ci colloca in un mondo, nel nostro mondo, fino a farne il supporto di quanto ci fa essere ciò che siamo piuttosto che il suo contrario. A volte i ricordi della memoria appaiono fugacemente, squarciando il sottile velo del tempo andato, e, in una dimensione che non è solo sogno ma neanche ancora realtà, tutto ritorna come se non fosse mai andato via, magari provando a dare quelle risposte che allora non si è stati in grado di offrire a noi stessi e ai comportamenti altrui. La memoria è come una seconda possibilità di vita, una replica a ciò che è già stato, un punto di ripartenza magari per fare diversamente rispetto a come avvenne e, in tal senso, è non solo emozione di un ricordo, ma liquidità del tempo e superamento delle sue convenzionali barriere di separazione tra passato, presente e futuro. Questo esercizio della memoria oggi è divenuto quasi quotidiano, prima stimolato solo all’immagine riemersa dal dimenticatoio, oggi invece rapidamente praticato nell’affollamento delle nostre gallerie fotografiche sui nostri smartphone e dispositivi digitali. Prima vi erano gli album familiari a raccoglierne le istantanee; ricordo ancora quale rito familiare, tra compostezza e magia, era lo scatto di una foto per la quale c’era da mettersi in posa, poiché era irrimediabile: ti si immortalava in una foto! Gli scatti di una macchina fotografica si sviluppavano e c’era da attendere; fu quasi una rivoluzione, negli anni 80 del secolo scorso, sapere che nel giro di un’ora alcuni studi fotografici si erano attrezzati allo scopo, senza più dover attendere dei giorni. Nulla a che vedere con lo scatto compulsivo dei tempi digitali, quando i cellulari hanno esteso il loro campo d’azione oltre la parola e l’udito e sono diventati sentinelle della visione: il farsi vedere è parte essenziale del godimento dell’esperienza. La stessa innovazione tecnologica di mercato punta ormai più alla nitidezza delle immagini, che fa di un moderno smartphone una potenziale macchina da presa con risoluzione in 8k. Limitandoci al solo nel 2025, il premio Oscar Danny Boyle ha deciso di riscrivere le regole del cinema con il suo film 28 Years Later, interamente girato con l’ausilio di 20 cellulari: un IPhone 15 Pro max con alcune riprese, che hanno visto la contemporanea azione di tutti e 20 i dispositivi. Insomma, siamo ben oltre la sperimentazione, ma sta nascendo un diverso stile del racconto e gli smartphone, non più solo cellulari, ne sono lo strumento esecutivo. D’altra parte, provate pure ad acquistare un nuovo smartphone: insieme all’indagine di mercato, a cui si è costretti per l’enorme offerta di modelli e possibilità di prestazioni, vi è poi un banco di prova delle proprie abilità digitali, quando si tratta di doverlo non solo configurare, ma di “traslocare”, portando con sé gallerie intere di istantanee, decidendo che cosa far sopravvivere e che cosa, invece, per l’affollamento delle memorie digitali e dei vari iCloud dover definitivamente eliminare. Non si dovrà più ricorrere all’esorcismo lungamente praticato di sforbiciare delle foto un tempo memorabili, per tranciare di netto la figura di un amore passato o di un amico poi divenuto un traditore. In un attimo, si corregge la carrellata dei ricordi e la memoria digitale pure ringrazia per averne sfoltito la sequenza di anni e di foto. La vera rivoluzione digitale non è data solo dalla possibilità di nuove connessioni, come l’AI ci sta abituando, ma nel fatto di avere tra le mani e sempre a disposizione una memoria attuale, un passato sempre presente, che potrebbe esautorare, invece, quell’arte tipicamente umana di immaginarne un futuro possibile. La memoria umana è fatta di emozioni da ricordare e di inattese visioni; quella, invece, digitale ti offre solo il tempo di decidere se salvare o ridurla definitivamente ad uno spazio vuoto e finalmente liberato: d’altra parte, l’avvertenza dei nostri software di archiviazione all’atto della cancellazione di bytes suona quasi come un imperativo categorico tra salvataggio o consapevole eliminazione. L’impostazione, invece, sui cosiddetti messaggi effimeri segna già una preventiva linea di difesa all’affollamento delle nostre memorie: solo digitali o anche umane?

*Georgia, Gocce di memoria (2003) – https://youtu.be/SvfeZoFUcUg