di Gianni Lepre*

Il decreto con cui il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giorgetti ha disposto l’adeguamento delle pensioni, nella misura del 7,3% a partire dal primo gennaio 2023, è un provvedimento doveroso. Mai come in queste circostanze la tempestività nel sostenere la capacità reddituale dei soggetti più vulnerabili è un fattore decisivo per la tenuta economica e sociale. La grande maggioranza dei pensionati riscuotono assegni medio-bassi e l’inflazione galoppante, tornata a imperversare da più di un anno a questa parte, ha colpito pesantemente il cittadino comune. I pensionati hanno per ovvi motivi minori possibilità di compensare la perdita di potere d’acquisto. Di qui l’importanza del decreto, che si spera sia giunto al termine di una congiuntura sfavorevole ma in procinto di arrestarsi, con una frenata degli aumenti dell’energia e delle materie prime.

L’adeguamento delle pensioni servirà a ridurre più o meno a un terzo i danni di una corsa dei prezzi che è arrivata a sfiorare i dodici punti percentuali in un anno. C’è ora da intervenire sul lavoro e sull’impresa. In questo caso, l’auspicio è che non ci si limiti a interventi emergenziali, finalizzati ad esempio a ridurre i costi effettivi della bolletta energetica, ma che si faccia di più.

Il Rubicone da varcare, in questo caso, si chiama cuneo fiscale. È tempo che si dia una sforbiciata di cinque-sei punti al costo del lavoro, intervenendo sugli oneri che appesantiscono la busta paga senza far entrare denaro nelle tasche dei dipendenti. 

Il Governo deve imprimere una svolta che nessuno degli esecutivi passati ha saputo assicurare. Ci sono, sì, stati degli interventi, ma con tagli irrisori. Il costo del lavoro italiano è rimasto largamente superiore a quello di altri stati europei. 

Si può, si deve cambiare. A chiederlo, per una volta, sono le organizzazioni sindacali che rappresentano sia i datori di lavoro, a cominciare da Confindustria e dal suo presidente Bonomi, sia i lavoratori, non ultimo il leader della Cgil Landini. Non è quindi per evitare di scontentare una delle parti sociali che il Governo evita di intervenire. Il motivo sta nell’entità della cifra da rinvenire nelle casse dell’erario. 

Il Governo Meloni, sotto questo profilo, dovrebbe essere meno sensibile alle resistenze corporative che hanno finora impedito di risparmiare alcuni miliardi di spesa corrente per risolvere il problema del cuneo. Ci affidiamo insomma al suo decisionismo, che potrebbe essere premiato da una stagione di rilancio dei consumi e quindi dell’economia di questo Paese.

*Economista – Pres. Commissione Reti e Distretti Produttivi ODCEC Napoli

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