Dalla sfida a viso aperto alla gestione dei beni confiscati: come la nascita di Libera ha trasformato la lotta alla Mafia in un impegno di popolo. 

La libertà in Italia ha avuto molti nemici, ma nessuno così insidioso come la mafia. Per decenni, l’oppressione mafiosa non si è manifestata solo con il piombo, ma con il controllo invisibile dei territori, l’omertà forzata e il furto del futuro. Ma in questo mese di marzo, la storia ci ricorda che a ogni forma di schiavitù corrisponde, prima o poi, un grido di liberazione.

Il 25 marzo 1995 segna il confine tra il “prima” e il “dopo”. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, l’Italia non poteva più limitarsi a contare le vittime. La nascita di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, sotto la guida di Don Luigi Ciotti, ha rappresentato la risposta più potente mai data alla cultura mafiosa: non una semplice protesta, ma una proposta di vita alternativa.

Sebbene l’idea sia germogliata a Torino, all’interno del Gruppo Abele, la rete di Libera è una creatura policentrica. Don Ciotti stesso ha ricordato come i primi semi siano stati gettati in Friuli Venezia Giulia, per poi trovare la sua consacrazione ufficiale a Roma, dove fu firmato il primo statuto. È in questi luoghi che l’impegno civile ha iniziato a tessere una tela capace di avvolgere l’intera nazione.

Il cuore di questa rivoluzione è stato colpire la mafia lì dove fa più male: nel portafoglio e nel prestigio. Grazie a una mobilitazione popolare senza precedenti, con oltre un milione di firme, Libera ha ottenuto la legge sul riutilizzo sociale dei beni confiscati. Quel terreno che apparteneva al boss diventa oggi una cooperativa; quella villa costruita con i soldi del narcotraffico diventa una biblioteca o una casa famiglia. È la dimostrazione fisica che la mafia può essere sconfitta, espropriata e cancellata dal tessuto sociale.

Ogni anno, il 21 marzo, la lettura dei nomi delle vittime innocenti nelle piazze italiane — un rito solenne iniziato per la prima volta nel 1996 in Campidoglio — non è solo un atto di memoria. È un atto di ribellione. È gridare che la mafia non ha l’ultima parola. Ricordare chi è caduto significa restituire loro la libertà che gli è stata strappata e, contemporaneamente, rivendicare la nostra. 

Oggi, scegliere i prodotti di “Libera Terra” o partecipare a un campo di volontariato sui beni sottratti ai clan significa fare resistenza attiva. La libertà non è un concetto astratto: è il profumo del vino prodotto su una terra che non paga più il pizzo, è la voce di un ragazzo che studia in una scuola dedicata a un magistrato ucciso dalla mafia. È l’Italia che, finalmente, ha deciso di camminare a testa alta.