La riflessione

Ciò che l’uomo rivendica come possesso è, paradossalmente, ciò che l o ha generato: la violenza contro una donna
non è l’affermazione del proprio ego, ma la negazione d i ciò che l o nutre. Persiste un’idea inflazionata, figlia di una
prospettiva superficiale, secondo cui l’uomo uccide per affermare ciò che crede di essere; in realtà, egli uccide perché rifiuta ciò che l o ha generato. Duemila anni prima d i Cristo, l’uomo aveva il compito d i procurare l a provvigione e
combattere l’animale per sconfiggerlo, con un figlio a cui tramandare il proprio sapere. Eppure, rifiuta ancora d i
riconoscere che, se h a u n posto nel mondo, è soltanto grazie a quella donna che vive in un’apparenza isolata e
subordinata a l ruolo che lui le impone. Una donna nutre di gesti e amore, forgiando l a forza necessaria per affrontare la realtà esterna: prepara il cibo che permette d i crescere e rassicura u n figlio a cui altri impongono dettami. In
questa dinamica, l’uomo appare come u n cortile che ospita un grande albero: i l cortile n e è il perimetro e garantisce all’albero una sicurezza geografica, ma dimentica che quell’albero ha radici molto più profonde delle sue mura. Forse, a distanza d i millenni, l’uomo non vive più cacciando prede per nutrire la donna che l o attende, ma finisce per uccidere quella stessa donna. Dimentica, però, che lei l o h a nutrito anche quando h a scelto che i frutti di quell’albero debbano essere ereditati solo da chi ne conosce l a cura. In Iran, il perimetro del dogma è talmente
alto e invalicabile da oscurare la luce e il calore necessari a quegli alberi d i vita. Un uomo che uccide in nome di una regola divina — che coordina e governa persino l a legge dello Stato – dimentica che, i n quello stesso Stato, egli dovrebbe essere il primo suddito d i chi regala ossigeno al mondo.