1. Un pensiero angosciante.

«Scommetto che anche Cristo mi rifiuta». È, questo, soltanto uno dei bellissimi versi, che si leggono in una recente silloge di Antonio Spagnuolo (Dissolvenze e sussurri, edizioni la Valle del Tempo, Napoli 2025, p. 28). Un verso di scommessa, lanciato quasi nell’onda lunga della famosa scommessa di Blaise Pascal (19 giugno 1623 – 19 agosto 1662). Il poeta, matematico e filosofo del Seicento descriveva l’intera esistenza umana in termini di scommessa: sceglieremo di vivere come se Dio ci fosse o come se Dio non ci fosse? Scommettere, potremmo aggiungere noi oggi, col poeta Spagnuolo, anche se forse perfino Cristo ci rifiuta. Evitare di scegliere è impossibile: quindi, pensando alla posta in gioco (ovvero, come diceva Pascal: alla possibilità della felicità eterna), a ogni essere umano conviene scommettere sull’esistenza di Dio, nonché sull’accettazione – non rifiuto – da parte di Cristo.

Quel drammatico verso di Spagnuolo, tuttavia, sembra emblematicamente voler dipingere poeticamente i riverberi dell’anima di ognuno di noi: posti ancora (nonostante il passare dei mesi – non due o tre settimane, come raccontava il Presidente Trump!), di fronte a questo ossessionante persistere dell’epica furia, cosa faremo? Epic fury: è questa la metafora con cui gli strateghi americani dipingono l’ennesima azione di guerra non dichiarata. Azione bellica senza fine, nonostante le iterate promesse di breve durata. Guerra condotta con potenti e avveniristici mezzi (che però non risparmiano bambini inermi, ospedali e scuole), per la sciagurata convergenza di Israele e USA, nel corso di questa ormai evidente terza guerra mondiale non più a pezzi – come ancora la denominava il compianto papa Francesco. Perfino un Papa, qual è Leone XIV che, dalla loggia di san Pietro, volle iniziare il proprio pontificato augurando ed evocando Cristo nostra pace (come si legge nella lettera agli Efesini 2,14), dovrebbe zittire di fronte a tutto questo? Secondo il furioso Presidente, eletto (la seconda volta!) negli Stati Uniti d’America, il Pontefice non sa quel che dice anche quando invoca pace. A Vatican news dello scorso 13 aprile, perfino l’arcivescovo Paul Stagg Coakley, Presidente dei vescovi USA, ha dovuto dichiarare, dopo le dure e iterate critiche rivolte dal presidente statunitense a Papa Leone: «Sono sconfortato per il fatto che il Presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie nei confronti del Santo Padre. Papa Leone non è suo rivale, né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime».

  1. Alle tue porte, Gerusalemme

E intanto, i teatri di guerra in Europa, in medio Oriente fino al golfo di Ormuz e all’Iran, sono altrettante stazioni di una via crucis senza fine. Ma quella che fa più male, è la condizione della Città della pace (è questo il significato letterale di Gerusalemme). A questa città, ora vietata dalla guerra ai fedeli dei tre grandi monoteismi mediterranei, dedica un’intensa lirica il poeta Antonio Spagnuolo. Il lungo e ricco elenco delle opere in poesia, prosa e teatro, partorite fin qui dalla sua fervida vena (cfr. pp. 55-58 della silloge già citata), già da solo racconta della bellezza di un autore tradotto in francese, inglese, greco moderno, iugoslavo, spagnolo, rumeno, arabo, turco. Ma il vero “biglietto da visita” di questa nuova avvincente silloge di Spagnuolo, dai contenuti, peraltro, molto vicini alla filosofia e al subconscio, è la lirica intitolata, appunto, Gerusalemme. Ogni lirica di Spagnuolo è una storia a sé, un anfratto di anima e di ricordi; e tuttavia, ognuno di noi può trovare un filo narrativo nello scenario proposto da Gerusalemme, la città della pace, ora vietata dalla sciagurata guerra mondiale, purtroppo non più a pezzi: «Il vento sibila tra le antiche mura/ di Gerusalemme e le pietre tremano stanche/ sotto quel cielo che chiedeva pace/ ed ora è squarciato dal fuoco. Dove pregavano mani intrecciate/ ora s’alzano pugni e fucili,/ tra passi confusi che grondano sangue./ Chi ha spento le luci dell’alba/ e muore tra i vicoli che furono sacri?/ Eppure c’è un seme tra polveri e macerie che è il sogno di un bimbo che ammira le stelle/ e chiede smarrito il silenzio. Ferita e divina ritorni la tua preghiera/ fra le carni strappate e i ricordi di amore» (p. 27). 

Il cielo, che chiedeva pace, è percorso da droni intelligenti, pronti a spegnere perfino i sogni di un bimbo, mentre l’accesso ai luoghi santi è stato sbarrato anche nel giorno sacro del Venerdì santo. Aiutati dai versi di Antonio Spagnuolo, entriamo come in un «archivio segreto, di memorie e sensazioni» (p. 7). Dove sono le dissolvenze del cobalto, pervinca, indaco, oltremare (p. 9), vinti dai lampi e bagliori dei colpi? Dove sono i mille incanti e disincanti, che possono annidarsi perfino tra le pieghe della freccia che si muove sullo schermo del pc o del cellulare? Tra i topi e le malattie dei campi profughi della Palestina, ognuno, anche un poeta, sa che solo nella nostalgia è, forse, dato di ri-assaporare sensazioni e voluttà: «Prima o poi smetterò di ammollare/ nella nostalgia» (p. 24). Ma, insieme, ognuno sa: «Ferito nella fede e disperso/ nei millenni promessi dal credo/ sfilaccio ciò che resta del mio corpo/ sbavando gli ultimi solchi del breve arco che mi fu concesso» (p. 26). 

Anche la gioia del pellegrino biblico è spenta sul nascere dai fumi e dai lampi di guerra, al punto che lo stesso significato del nome (Gerusalemme, alla lettera Città della pace) viene calpestato e vilipeso: «Quale gioia, quando mi dissero:/ “Andremo alla casa del Signore!”/ Già sono fermi i nostri piedi/ alle tue porte, Gerusalemme!/ Gerusalemme è costruita/ come città unita e compatta» (Sal 122,1-3). Il canto dell’antico pellegrino biblico diviene un grido disperato

  1. Speranze d’amore

E intanto, tra le sfumature di colori, «sicuramente s’aggroviglia l’anima per l’amore smarrito», ci ripete il verso di Spagnuolo (p. 12), pronto a palpare di nuovo la carne di un’antica lei, che «Nel sogno riappare» (p. 13). Non si tratta tanto di pensieri, ma di figure tracciate da pennelli, anzi perfino da un mouse: «Scatta anche il mouse/ per fluidi cancelli tinteggiati di sole/ nel pegno di sembianze da scoprire» (p. 16). È soltanto uno strumento diverso dai pennelli tradizionali, ma in grado di tratteggiare il terribile reale: «Un diverso strumento suggerisce/ maschere e sublime segnale» (p. 17). È una storia antica, anzi arcaica, che si ripete nello scenario della nostra memoria, quasi fatta pezzo di pane che sbriciola le sue molliche: «Fatta di molliche anche la storia/ scioglie illusioni solo in questo mondo/ che ha tuttora sguardi già smarriti,/ come lirici greci nel gioco di periferie./ È parte del passato un giorno ancora/ che subentra affidato all’oblio» (p. 20). «Ecco i frammenti ricomporre memorie/ per la mano che scava rovistando» (p. 21).

Pure di fronte all’abisso furioso della morte, l’anima, la nostra insieme con quella del poeta, spera: «L’amore è più forte della morte/ e di ogni peccato. Ha detto!/ Dipinte su vetrata rammento/ le tue mani oscillanti nella luce /per il falso modello che si aggira/ in triplice angolatura di telaio. Oltre lo scherno della dipartita/ rimane la tua effige, fra il timore/ di ascendere alle stelle o cadere/ nel trepido viale delle statue./ Fugge anche il vespro in singhiozzi/ e specchia le sue schegge d’argento/ fra le improvvise scarpate» (p. 31).

  1. Non demordere

Se il Papa non è una controparte politica di coloro che soffiano venti di guerra e distruzione, ma è il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace, allora bisogna lasciarlo parlare, sperando che le sue non siano più parole al vento. Come i soffi del Papa, anche i versi del poeta Spagnuolo c’invitano a non demordere, a continuare a credere in un mondo giusto, da rifare: «Credendo un mondo giusto da rifare,/ tra i fuochi e i morti, sotto cieli rossi,/ vorrei soltanto rincorrere il futuro./ Nel cuore resta una scintilla,/ una parola scritta in ogni muro,/ “libertà” – maledetta e benedetta/ che arde nel tempo e gioca nei contesti./ Non è conquista, ma eterna scelta,/ tra l’amore e rovine,/ fra chi dona e illusione che trascina./ Il mio sangue ghiacciato sino al greto/ è capriccio tagliente che fermenta/ un lacerto da affrancare lungo la fede» (p. 34).