Donne nella Chiesa: partecipare, dirigere, o che altro?
10 marzo 2026: il Gruppo di studio sinodale n. 5 ha pubblicato, nelle lingue ufficiali inglese e italiana, il Documento conclusivo, intitolato “La partecipazione delle donna alla vita e alla guida della Chiesa”. In Appendice, un lungo elenco di donne di ogni tempo, additate come particolarmente rilevanti nella storia della Chiesa ma, soprattutto, dotate del cosiddetto “carisma di autorità”, ovvero, come si legge nel medesimo documento del Dicastero vaticano, un dono peculiare dello Spirito santo (un carisma appunto), che domanda di essere riconosciuto e valorizzato sul piano storico e istituzionale.
Il cammino era iniziato nel mese di gennaio del 2024, allorquando papa Francesco sollecitava il Dicastero vaticano per la dottrina della fede (ex sant’Uffizio) «ad affrontare, tra altri, la questione della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa». Accanto alla tradizionale pista sacramentale, la Chiesa cattolica si apriva già, in tal modo, alla cosiddetta «via carismatica che può essere percorsa in modo fruttuoso per aprire nuovi spazi di partecipazione per i fedeli laici, e per le donne in particolare». Detto altrimenti, Chiesa e Papi possono ben riconoscere (finalmente!) nelle donne «una realtà oggettiva: un carisma dello Spirito, che può essere presente sia in laici (come le donne) che in ministri ordinati» (n. 25 del Documento).
Il modello di una possibile tale apertura viene ora ritrovato dalla Commissione sinodale (che, ricordiamolo, resta soltanto consultiva, essendo la decisione finale in capo al Papa) in Maria di Nazaret: «Maria è il modello supremo della dimensione carismatica, perché lei, non appartenendo alla struttura gerarchica, ha nella Chiesa un’autorità e una fecondità spirituale uniche» (n. 38). Maria, la madre di Gesù, infatti, va collocata nella linea delle grandi condottiere bibliche, a partire da Debora, il cui nome significa “ape”: svolgeva il ruolo di profetessa, fu l’unico giudice donna di Israele, comunque una vera e propria condottiera sul campo di battaglia, dove sbaraglia l’esercito rivale, guidato da Sisera e da Iabin (secondo il racconto del libro dei Giudici, al capitolo 4).
- Una rilevante riscoperta delle donne
In tal modo, anche la riflessione ecclesiale s’inserisce, e continua a inserirsi, nel più ampio dibattito antropologico, e non solo teologico, circa la donna e il femminile nella Chiesa. Che la questione femminile costituisca una delle caratteristiche più rilevanti della vicenda contemporanea della Chiesa cattolica, eravamo già ben convinti, almeno a partire da un volume di Andrea Milano (Donna e amore nella Bibbia: eros, agape, persona, Bologna 2015). Non solo noi, ma tutti gli studiosi di antropologia culturale e di storia del cristianesimo e delle chiese. Le conclusioni attuali dell’antropologia culturale ci dicono, infatti, che i ruoli di genere, lungi dal costituire un universale culturale, sono null’altro che dei compiti assegnati da una cultura a ogni sesso, anche alla sua attrazione verso altri. A sua volta, l’attrazione abituale e la stessa attività sessuale di una persona con un individuo del sesso opposto (eterosessualità), dello stesso sesso (omosessualità), di entrambi i sessi (bisessualità), o la mancanza di attrazione sessuale (asessualità), sono considerabili, sempre dal punto di antropologico culturale, degli orientamenti. In quanto orientamenti, essi sono soggetti a variazioni culturali, a differenze tra società e società, ovvero a diversità non basate su ormoni o codici genetici, bensì su credenze culturali e tradizioni, che si tramandano di padre in figlio e diventano, nel tempo, delle vere e proprie strutture socio-culturali. Ecco perché in molti ritengono che, pur esistendo diversità cromosomiche e genetiche, che comportano differenze ormonali e fisiologiche tra maschi e femmine della specie umana, la natura biologica non sarebbe tanto uno stretto involucro, da realizzare o esercitare nella comunità, e perfino nella Chiesa, bensì un’ampia base, su cui costruire molte strutture di carattere culturale e perfino socio-religiose.
Da Joan Scott in poi, ovvero dal 1986, ma ancor prima (a partire dal 1972, per esempio a partire dalle posizioni espresse dal medico statunitense John William Money, che credeva di aver dato la prova scientifica che la differenza sessuale sarebbe determinata non da basi biologiche, bensì dall’educazione), la categoria di genere (e gli accademici gender studies) imperversa ormai nella riflessione filosofica e teologica, che talvolta continua a rifuggire da qualunque tentativo di definire e delimitare una “condizione femminile”, o un “genio femminile”, a partire dalle sole basi bio-fisiologiche: a differenza del “sesso”, infatti, che rinvia a un insieme di realtà biologiche, il “genere” farebbe piuttosto riferimento a dimensioni sociali, culturali, filosofiche o religiose conferibili al “sesso”. In tal modo, il “sesso”, in precedenza concepito come un dato naturale invariabile, viene ritenuto un aspetto essenzialmente plasmabile e, pertanto, mutevole, anche nei ruoli sociali svolti in questo o quel determinato tempo.
La femminilità e la maschilità sarebbero da considerarsi delle semplici costruzioni culturali e quindi altrettanto culturali sarebbero i ruolo assegnati nella comunità sociale, politica e religiosa, agli uomini e alle donne? Questa, ci sembra, la domanda remota a cui bisognerebbe rispondere, anche quando ci si chiede, come ora avviene di nuovo, se ammettere, o no, le donne al diaconato o al ministero ordinato nella Chiesa. Ormai, tutto ciò sta emergendo anche nel lungo e articolato percorso, avviato in preparazione alla XVI Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi, partito sotto papa Francesco e ora in cammino, sotto papa Leone XIV, verso la sua fase finale, prevista per il 2028 (ma potrebbe anche slittare).
Appena il 10 marzo scorso, la Segreteria vaticana del Sinodo ha, frattanto, pubblicato il terzo (dei 15 Rapporti previsti), significativamente intitolato “Donne nella vita e nella guida della Chiesa”. Esso è frutto di un Gruppo di studio sinodale, che ora sottopone, al dibattito pubblico, e allo stesso Papa per la decisione finale, un’ampia e articolata riflessione. Essa appare incentrata sui «nuovi spazi» in cui le donne potranno esercitare un ministero nella vita della Chiesa. Nella seconda parte di questo rilevante testo si afferma altresì che le donne, soprattutto le laiche (ovvero le non consacrate) possiedono dei carismi (ovvero doni speciali dello Spirito), che domandano di essere riconosciuti, appunto, sulla base della pari dignità umana di donne e di uomini nella società e nella comunità ecclesiale. Si giunge ad affermare che è urgente una nuova evangelizzazione sul tema del femminile nella Chiesa! Questa dovrebbe ora ascoltare le risorse provenienti “dal basso” e arricchirsi dell’esperienza e dei contributi di presenza delle donne, che ormai esercitano anche dei ruoli di responsabilità nella Chiesa e nei Dicasteri vaticani. Ci si domanda, in sintesi: come discernere ciò che lo Spirito sta chiedendo oggi alla Chiesa circa le donne e la loro ammissione al ministero ordinato?
- Una lunga carrellata di donne “carismatiche”
Il Documento sinodale vaticano, accanto alle numerose argomentazioni socio-antropologiche, bibliche e teologiche, sceglie, significativamente, anche una via storica. Ed ecco spiegato il lungo e documentato elenco di donne, che hanno già esercitato un peculiare “carisma” nella storia del cristianesimo. Si va da Elena imperatrice (248 ca. – 329 ca), a Macrina la Giovane, sorella dei più celebri “padri della Chiesa” Basilio di Cesarea e Gregorio di Nissa; per giungere fino a “Theodora episcopa” (più che una vescova, il suo sarebbe soltanto un titolo onorifico, ma ella viene raffigurata nel mosaico creato all’interno della basilica di Santa Prassede: nella cappella di San Zenone, dove è conservata la colonna su cui secondo la tradizione sarebbe stato flagellato Cristo). E che dire, poi, di Brigida d’Irlanda e di Ilda di Whitby, abbatesse e direttrici di grandi centri monastici fino all’alto Medioevo? Ed ecco ancora, la grande Hildegarde di Bingen (1098-1179): «Di lei rimane il messaggio di una donna forte capace di conciliare e di mediare tra sacerdoti, vescovi, superiori gerarchici; il riconoscimento dell’impegno culturale non più e non solo ad esclusivo appannaggio maschile; la forza di una donna capace di governare e di richiamare tutti ad uno stile responsabile di vita».
In Italia, viene ricordata, dal Documento vaticano, Caterina da Siena (1347-1380), moralizzatrice di clero e regnanti, che lei sollecitava ad uno stile di vita sobrio. E poi, tra le altre, qualche donna meno nota, come Juana de la Cruz (1651-1695), di Città del Messico (all’epoca sotto il dominio spagnolo), che viene presentata letteralmente come «una sorta di femminista ante litteram, una vera e propria icona di emancipazione e addirittura un vero mito per la nazione». In Perù, ecco María Antonia de san José (1730-1799), che il domenicano p. Julián Perdriel esaltava già come «una donna eroica, che suscitava ammirazione, una donna pia per la sua virtù, una donna di spirito per il suo fervore, utile per le sue imprese, necessaria per la sua rara costanza nell’eseguirle, apostolica per il suo zelo per la salvezza delle anime». Non manca l’americana Elizabeth Ann Seton (1774-1821), la prima santa statunitense, pioniera nel campo dell’educazione femminile, che fu moglie, madre, compagna e amica, vedova, educatrice e fondatrice di una comunità religiosa.
Nell’era contemporanea, si elenca Maria Montessori (1870-1952), pedagogista italiana di fama mondiale, che inventa un metodo educativo innovativo a tutt’oggi ancora utilizzato in diverse realtà scolastiche. E ancora, Madeleine Delbrêl (1904-1964), nata in Nuova Aquitania, a Mussidan, che si spendeva in attività di aiuto per gli operai bisognosi. E poi Wanda Półtawska (1921-2023): psichiatra, scrittrice, attivista polacca, nota come legata a Karol Wojtyła con vincoli di forte amicizia.
Si tratta di molteplici esempi di “donne illuminate” della storia cristiana, che sono oggi ritenute in grado di mostrare il bene che lo Spirito va realizzando ancora nel corso della vicenda umana, ponendo tali testimonianze come delle lampade ad illuminare il cammino dei fedeli.
- Saranno ordinate anche delle donne-prete o delle donne-diaconesse’’?
L’apocrifo Vangelo di Maria Maddalena riporta una discussione tra Pietro e Maria, dove quest’ultima afferma di essere custode di alcuni insegnamenti di Cristo, mentre Pietro lo ritiene inverosimile. Levi prende, di fronte a Pietro, la parola, dicendo: «Ora io vedo che ti scagli contro la donna come fanno gli avversari. Se il Salvatore l’ha resa degna, chi sei tu che la respingi? Non v’è dubbio, il Salvatore la conosce bene. Per questo amava lei più di noi» (Cf J.-Y. Leloup [ed.], Il vangelo di Maria. Myriam di Magdala, Servitium, Roma 2011).
Ecco il punto più atteso del Documento vaticano: la donna, che il Maestro ama particolarmente, sarà ammessa alla sacra ordinazione? Ecco, cioè, il punto relativo all’eventuale accesso delle donne a un ministero ordinato, se non proprio al sacerdozio (che nella Chiesa di Roma, ricordiamolo, è articolato oggi in tre gradi gerarchici), almeno al ministero ordinato del diaconato. Avremo anche noi delle diaconesse, insomma?
Dal punto di vista della prassi, appare oggi a tutti il fondamento evidentemente più solido della presenza femminile negli organismi centrali della Chiesa: il che sembra voler rivelare come il servizio di Curia (tradizionalmente collegato al ministero di Ordine) possa invece, anzi debba, configurarsi come una genuina diaconia ecclesiale svolta dalle donne (suore o laiche).
Certo, il carattere maschile dell’ordine gerarchico, che ha strutturato la Chiesa fin dalle origini, pare attestato dalla Scrittura in modo innegabile. Tuttavia, diverse testimonianze, soprattutto della Chiesa d’Oriente, sembrano avvicinare le donne al ministero ordinato, mentre in Occidente il clero è stato sempre piuttosto critico nei confronti degli usi orientali. Tuttavia, al di là dell’ammissione di donne alla guida di Dicasteri vaticani e diocesani, siamo ancora molto lontani dall’ammettere, anche nella Chiesa romana, l’ordinazione sacra di una donna, come è già avvenuto in buona parte del mondo cristiano protestante. In questo mondo, infatti, è stato introdotto il pastorato femminile, per cui molte chiese, nate dalla Riforma protestante, hanno eletto delle donne ai più alti ruoli di governo. Un accenno particolare merita la figura di Greti Caprez (1906-1994), la prima donna pastore nei Grigioni, eletta a Furna, un piccolo villaggio della Prettigovia, nel 1931, da parte dell’assemblea della locale chiesa riformata: dopo una trentennale battaglia, ricostruita dalla nipote Christina Caprez nella biografia, “La pastora illegale” (editore Armando Dadò): Greti fu consacrata a Zurigo, nei primi anni Sessanta del secolo scorso.
Accanto al ministero ordinato (tradizionalmente soltanto maschile, dai quali vengono diaconi, preti e vescovi), si ribadisce, adesso, grazie al Documento appena pubblicato, che, nella vita della Chiesa, esistono altri ministeri, istituiti o semplicemente riconosciuti, i quali possono fiorire, o anche rifiorire (nel periodo tardo-antico, esistevano certamente delle diaconesse!) a vantaggio di tutta la comunità, al fine di sostenerla nei suoi molteplici bisogni. Già conoscevamo, in questa linea accennata, le conclusioni di uno studio pubblicato, il 4 dicembre 2025, in una lettera del Card. Giuseppe Petrocchi, presidente di una Commissione sinodale, che riconosceva la necessità di ampliare le possibilità di un maggiore coinvolgimento delle donne in ruoli di guida nella Chiesa, anche considerando l’eventualità di allargare l’accesso delle donne a ministeri istituiti (come quello del catechista, e oggi di lettrice e di accolita), oppure di istituirne di nuovi, previa valutazione da parte dei Pastori della Chiesa con il necessario discernimento.
Ora si fa di nuovo il punto di quelle aperture, fondamentalmente, tuttavia segnando il passo, come si legge nel Documento del 10 marzo «La questione dell’accesso delle donne al diaconato, tutto ben considerato e come sostenuto dallo stesso Santo Padre Francesco, non risultava matura, restando così aperta l’opportunità di proseguire il lavoro di approfondimento sul ruolo delle donne alla guida delle comunità e su altre possibili vie di partecipazione».
Insomma, fase interlocutoria, non senza un appello ad approfondire. Sia nel testo biblico che negli atti di alcuni sinodi delle Chiese tardo-antiche, infatti, si riscontra il termine “diakonessa”, che corrispondeva a una donna che – senza aver avuto la cosiddetta “imposizione delle mani sul capo” (= gesto di ordinazione), svolgeva ruoli di servizio nella vita comunitaria, particolarmente a vantaggio dei poveri e delle atre donne. Questo, del resto, risulta anche in alcuni dipinti delle catacombe cristiane, come in quelle napoletane di san Gennaro.
Nella lettera ai Romani (Rm 16,1-2), il testo parla di una donna, di nome Febe, che viene testualmente definita «pura» e descritta come a servizio della Chiesa di Cencre: forse una diaconessa? Il biblista Gaetano di Palma ha approfondito tutti i dati in un recente volume scritto con me a quattro mani (Aramei erranti, la valle del Tempo, Napoli 2025).
In ogni caso, resta il fatto che l’apostolo richiama la forza di questa donna che lo ha protetto come ha protetto, insieme a lui, molti altri cristiani. Nell’opinione di alcuni studiosi, pare sia stata proprio lei a consegnare la lettera paolina ai cristiani di Roma. In seguito, in Gallia, nel Concilio di Vaison (anno 529), al canone 2, si prevedeva addirittura che i diaconi (uomini) potessero pronunciare un commento alla Bibbia (insomma, una forma di omelia!), e non solo nelle città, ma anche in tutte le parrocchie, in modo tale che – se il presbitero non potesse predicare per un qualche impedimento – fossero lette le omelie dei santi padri da parte dei diaconi.
E le diaconesse, potrebbero, prima o poi, se non proprio presiedere l’eucaristia, tenere almeno l’omelia domenicale? Lo stesso Documento vaticano del 10 marzo scorso non può che osservare la persistenza di un disagio: «Un altro volto del disagio riguarda la richiesta sempre più forte, da parte di molte donne impegnate assai attivamente nell’ambito della pastorale o di donne esperte in teologia e diritto canonico, di rivedere le forme attualmente vigenti della guida della Chiesa per renderle più accessibili alle donne. Si pensi alla questione dell’accesso al sacramento dell’Ordine, alla possibilità di istituire nuovi ministeri con specifiche caratteristiche per il servizio del popolo di Dio, all’opportunità di tenere l’omelia durante le celebrazioni comunitarie ed infine al delicato tema riguardante la specificità della presa in carico della gestione di una comunità o di particolari uffici diocesani da parte di donne preparate all’occorrenza» (n. 3 c).
