Il titolo di questa Navigazione non è un errore di scrittura, come ad una prima lettura pur potrebbe sembrare, mettendo in relazione talenti e pratiche solo apparentemente così distanti. La prima parola della cura – è il caso di dire! – tiene insieme ciò che si vorrebbe differente e separato per quanto l’esperienza umana li obblighi ad allearsi: è il moderno e ripetuto modello umano della mente e del corpo, che nessuno sa indicare dove si congiungano, ma da cui dipende quanto abbiamo imparato a chiamare vita. Indagare questa nascosta connessione umana non solo con la competenza delle scienze, per chi le frequenti, ma anche con la più comune esperienza di sé stessi, è un atto richiesto di liberazione.

Nella più abituale percezione il tempo libero non è più solo un tempo vuoto da impegni, ma è, soprattutto, un tempo liberato da ansie e paure, da obiettivi da raggiungere, da performance da sostenere. L’esperienza vacanziera del tempo è non solo una durata lenta e diversa, ma soprattutto un respiro da rendere più profondo, per imparare a dilatarne la distensione quando tutto attorno a noi accelera il ritmo. 

Tra i termini del benessere oggi più di moda, ve n’è uno che si fa strada allorché si parla di un welfare culturale da promuovere e garantire. Si sa che l’ennesimo prestito della lingua anglosassone, sintetizza le azioni di tutela dei cittadini, che lo Stato garantisce nella loro condizione di necessità e di fragilità, per “migliorarne la qualità della vita”. È, infatti, molto frequente l’attenzione politica al cosiddetto welfare sociale per la salute, per la formazione, per il sistema previdenziale, ma non altrettanto comune è immaginare il suo sconfinamento sino ad includere un welfare culturale, in cui le attività ricreative siano non solo offerte per dei vuoti temporali da animare, ma anche come una possibilità terapeutica ed uno sguardo di cura.

In tale direzione, infatti, vanno le pratiche terapeutiche sperimentate dalla cosiddetta art prescription, che dal 2018 i medici candesi d Vancouver hanno cominciato a proporre ai loro pazienti. Da queste prime esperienze la museum prescription si è diffusa anche in altri paesi, a cominciare dal Regno Unito. L’American Psychological Association (APA) ribadisce come l’esposizione a condizioni di stress interessi tutte le strutture corporee, alterando l’equilibrio mente-corpo e condizionando, quindi, la qualità stessa del vivere. I diffusi livelli di disagio psicosociale interpellano vari approcci di analisi in una visione d’insieme da restituire ad ognuno quale primo atto terapeutico. La pratica dei medici di base canadesi è stata seguita da altri progetti pilota come quello sperimentato in Belgio, indicando gli spazi museali come luoghi in grado di contribuire al benessere alterato da ansia e stress. È evidente che porsi di fronte ad un’opera d’arte non costituisce un atto di magia estetica ma certamente è un’estetica magia, lì dove i nostri occhi stanchi avranno probabilmente ottenebrato la bellezza della luce e la densità dei colori.  Il coinvolgimento emozionale dello sguardo ha, infatti, la capacità di folgorarci come un invito all’attenzione, alla sua distr-azione come stimolo emotivo gratificante, agendo sul circuito della ricompensa come solitamente avviene per tutti gli stimoli piacevoli. Si apre, dunque, uno scenario diverso dal semplice intrattenimento e dall’occupazione di un tempo finalmente libero dal planning delle occupazioni e delle conseguenti preoccupazioni. 

Il Report pubblicato nel 2019 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dedicato alle Evidenze del ruolo delle arti nel miglioramento della salute e del benessere ci conferma che “negli ultimi due decenni, si è registrato un notevole incremento nella ricerca sugli effetti delle arti sulla salute e sul benessere, parallelamente allo sviluppo di pratiche e politiche in diversi paesi della Regione europea dell’OMS e non solo. Questo rapporto sintetizza le evidenze globali sul ruolo delle arti nel miglioramento della salute e del benessere. I risultati di oltre 3000 studi hanno evidenziato un ruolo fondamentale delle arti nella prevenzione delle malattie, nella promozione della salute e nella gestione e cura delle patologie in tutte le fasi della vita”. Non mancano, dunque, proposte concrete e sperimentali, che attivino strategie cognitive innovative adottate e adattate alla particolarità dello spazio museale, che per la sua mission è fortemente chiamato in causa con compiti e possibilità finora riconducibili solo ad aspetti conservativi e didatticamente informativi.

 D’altra parte, è proprio la definizione istituzionale di museo, che oggi più che mai ne riassume il cambiamento di percezione sociale e le nuove istanze che ne orientano l’offerta culturale. Dopo una lunga fase di discussione, l’organismo associativo dell’ICOM – che sta per International Council of Museums – così nel 2022 ne riassumeva le linee guida del cambiamento avvenuto: “Il museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro e al servizio della società, che compie ricerche, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio culturale, materiale e immateriale. Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità. Operano e comunicano in modo etico e professionale e con la partecipazione delle comunità, offrendo esperienze diversificate per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze”.

Insomma, il museo è sempre più anche uno spazio del benessere individuale e della socializzazione, oltre che della formazione culturale, in cui non si offrano solo servizi per il pubblico ma con la partecipazione attiva di una community trasversale. 

Che cosa accade in Italia, a tal proposito? Anche in questo caso nostrano i dati potrebbero sorprenderci, poiché l’offerta culturale è vissuta dagli italiani virando dallo spazio degli oggetti intoccabili verso un dispositivo esperienziale, che il recente Rapporto del Censis riassume nella bella immagine di Musei di vetro: aperti al flusso della vita e non più barricati in un’austera monumentalità. Complice la crescita dei viaggi al di fuori dei confini localistici, la frequenza museale è ovunque avvertita come una sorta di rito laico e secolare, che interpella ogni coscienza senza essere esigere l‘adesione di un’unica fede. Che cosa si cerca in questi luoghi, ugualmente sacralizzati dalla tradizione sociale, se non l’attraversamento di linee di confine tra realtà e rappresentazione, tra verità e finzione, tra gioco e dramma, tra passato e futuro? Insomma, potremmo dire che ci viene proposto un grande storytelling come l’arte di raccontare storie sulla nostra vita!

In un museo, dunque, non ci sono solo opere e quadri esposti che ci fermiamo ad ammirare, ma, contemporaneamente, la decisione di camminare sotto le volte della storia descrive un punto di domanda che ci ri-guarda. La postura richiesta è proprio quella di chi si ferma in tutti i sensi per immaginare, liberando così la cura del sogno e della meraviglia in un reset esistenziale di abitudini già viste e consolidate. La bellezza di un‘opera d’arte sollecita un corpo a corpo, trovandoci a confronto con la nostra arte del vivere sedimentatasi in immagini interiori, che vengono finalmente svelate e così restituite a noi stessi. Come in uno specchio, le opere d’arte – ovvero quell’opera e proprio quella dove per noi si dà corpo allo stupore – ci suggeriscono di allungare lo sguardo su altro e su altri, attraversando il tunnel buio di una cieca distanza. In ogni opera d’arte, infatti, vi è un ché di sospesa incompiutezza, poiché è solo l’osservatore che con il suo sguardo dedicato le attribuisce una destinazione di senso, che sfugge all’esclusivo imprinting dell’artista che l’ha per questo realizzata. Quando si ipotizza che vi possa essere un significato uguale per tutti nel segno dell’arte, allora lo si è già archiviato tra le cose già note, rivestendolo di pensieri ideologici e di notizie preconfezionate. Solo quando un’opera d’arte è spoglia di ogni preventiva immagine di sé stessa, finanche delle parole che la dovrebbero rendere comunemente comprensibile, allora, esposta e fragile com’è diventata, ha così finalmente compiuto la nostra distanza. Luci ed ombre, prospettive e profondità, colore e materia sono l’archetipo di un’opera d’arte, ma anche l’ordito del capolavoro della nostra esistenza. Guardare e scoprirci guardati da prospettive inedite è liberazione di sguardi e arte della cura per noi stessi.

Nella già più volte citata prima Lettera enciclica, Magnifica Humanitas (MH), mentre veniamo invitati a riflettere sulla rivoluzione digitale e l’imperio della tracciabilità algoritmica dei nostri atti, Leone XIV segnala una soglia invalicabile dell’intelligenza dell’umano, laddove “le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità” (MH 99). Lì dove l’intelligenza artificiale ap-prende, la comprensione dell’umano abita “l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale”.

Un’opera d’arte si materializza, quando gesti e forme fin troppo logore e abusate dalla banalità connettono invece all’inespresso e al non detto e non come dati da archiviare in una memoria esterna, ma solo come un’interiore intelligenza emotiva che fa da sentinella su di una linea di resistenza di ciò che è umano.

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  1. https://www.treccani.it/enciclopedia/welfare_(Enciclopedia-Italiana)/
  2.  Stefano Mastrandrea, Psicologia dell’arte, Carocci editore, Roma 2024.
  3.  https://www.who.int/europe/publications/i/item/9789289054553
  4.  Organizzazione globale non governativa che rappresenta i musei e i professionisti del settore, associata all’UNESCO: https://icom.museum/en/
  5. Il vero investimento è su sé stessi. L’89% degli italiani ritiene che spendere per le esperienze culturali sia più importante che acquistare beni di lusso. Per l’86,7% accrescere il proprio livello culturale può aumentare le opportunità di lavoro. L’83,5% lo reputa determinante per costruire la propria identità: vivere esperienze culturali definisce lo status sociale almeno quanto i parametri reddituali.

    https://www.censis.it/musei-le-esperienze-culturali-come-investimento-su-se-stessi/