​«Sarebbe come attirarti a un inganno, bambino. Sarebbe come indurti a credere che la vita è un tappeto morbido sul quale si può camminare e non una strada di sassi. Sassi contro cui si inciampa, si cade, ci sichi ferisce».

​Pubblicato nel 1975, Lettera a un bambino mai nato è il potente monologo in cui Oriana Fallaci affronta i nodi cruciali dell’esperienza femminile e umana: la gravidanza, l’aborto, l’amore e la famiglia. L’incipit stesso racchiude un intero manifesto etico: l’autrice rifiuta l’idea di una felicità leggera e illusoria, auspicando per il figlio un’esistenza fatta di giustizia, integrità e resistenza contro le sopraffazioni.
Mettere al mondo qualcuno, per Fallaci, significa innanzitutto assumersi la responsabilità storica e morale delle sue azioni nel mondo.
​Con un linguaggio tagliente e privo di retorica, la scrittrice fiorentina scardina l’idea della maternità come diritto biologico o dovere sociale, elevandola a scelta consapevole su cosa tramandare al futuro.
Dietro questo approccio si avverte il peso della Storia: l’esperienza della guerra – vissuta prima come partigiana e poi come inviata al fronte – ha acuito in Fallaci la capacità di osservare la vita stessa come origine inevitabile della sofferenza.
È da questo assunto che si snoda il suo viaggio interiore, condensato in un interrogativo radicale: è lecito decidere che qualcun altro debba nascere e patire senza averlo scelto?
L’opera affronta in modo pionieristico temi centrali nel dibattito contemporaneo, a partire dalla necessità di definire l’essere umano come persona, prima ancora di incasellarlo nella distinzione di genere.
Fallaci indaga con lucidità la bellezza e gli amari risvolti di entrambi i sessi. Se da un lato denuncia con ferocia la solitudine della donna e l’ipocrisia del giudizio borghese, dall’altro non risparmia un’analisi altrettanto spietata delle catene che imprigionano l’uomo, condannato dalla società a non piangere, a mostrarsi forte, a farsi soldato o padrone.
Al centro della riflessione resta il peso del giudizio sociale di fronte alla scelta di essere o meno madre, e come la dignità della donna venga troppo spesso sacrificata in nome di un “buon senso” conformista e mai sottoposto a vera critica. A poco più di cinquant’anni dalla sua pubblicazione, l’opera di un’autrice ancora oggi amata e contestata rimane un monito necessario. Non solo per le madri di oggi e di domani, ma come domanda aperta e universale per chiunque decida di misurarsi con i più insidiosi interrogativi dell’esistenza.