1. Un viaggio apostolico, ma anche un incontro di colore e calore, 

Gli abitanti di Napoli e dell’hinterland – soprattutto coloro che vivono oggi nei territori dell’ex viceregno di Napoli (prima con gli Aragonesi e poi con gli Spagnoli) – hanno, forse, vissuto in modo particolare la visita apostolica di Leone XIV in Spagna. Per molti di essi, infatti, è stata come una specie di continuazione delle recenti visite pontificie a Napoli, nonché nel territorio di Acerra e del suo hinterland. 

Una continuazione, non soltanto per le tante affinità logistiche e architettoniche tra i luoghi toccati dal Papa – dalla mattina del 6 giugno 2026 fino alla partenza, nel primo pomeriggio del 12 giugno, quando volerà verso il Vaticano dall’Aereoporto internazionale di “Tenerife Norte-Los Rodeos” -. Una continuazione, anche a motivo del colore e del calore che hanno caratterizzato la grande processione del Corpus Domini in Plaza de Cibeles. 

Anche nei territori dell’ex vicereame del sud Italia, avviene proprio quanto papa Prevost ha detto testualmente il 7 giugno in piazza, a Madrid: «Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti. Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico».

Non solo affinità e consonanze tra Italia del sud e Spagna, dunque. Ma pure riscoperta collettiva di alcune radici, forse mai del tutto sopite. Il sei giugno, infatti, al palazzo reale di Madrid, papa Leone XIV è stato accolto da Re Felipe VI (fino al 2014 principe delle Asturie, poi sul trono del regno di Spagna a cui aveva abdicato suo padre Juan Carlos I) e dalla Regina Letizia di Spagna e, insieme, hanno raggiunto il podio per gli onori militari. D’altra parte, Felipe VI aveva ricevuto, il 20 marzo scorso, il titolo di protocanonico del Capitolo della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore – un onore riservato esclusivamente al capo di Stato spagnolo, che rafforza la relazione storica che il Paese ha mantenuto con questo tempio romano nel corso dei secoli. 

Sì, ri-assaporamento di colori e calori comuni tra sud Italia e Spagna, e ciò proprio grazie al viaggio di papa Leone. A Madrid, in questi giorni, dopo l’esecuzione degli inni, l’onore alle bandiere, la rassegna della Guardia d’Onore e la presentazione delle rispettive Delegazioni, il Papa e i Reali di Spagna (Felipe cederà la corona alla linea femminile, avendo due figlie femmine), sono entrati nel Palazzo attraverso lo Scalone d’Onore, raggiungendo il Salón de los Espejos per l’incontro privato, che ha avuto luogo, dopo la foto ufficiale, nella Sala Teniers, mentre il successivo scambio di doni si è tenuto nella Cámara Oficial. 

Saloni, camere e vialoni spagnoleggianti, insomma, fino al Salón de Columnas per l’incontro del Papa con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico. Le immagini fotografiche e televisive ci hanno fatto ri-assaporare davvero cultura e sapori di Spagna, che, tuttavia, sono anche cultura e sapori tipici dei nostri territori del Sud Italia. Ecco perché Re Felipe VI ha fatto ritornare alla mente di molti le dinastie dei Filippi e, in particolare, ci ha fatto ricordare di Filippo II. 

  1. Amarcord

Vi ricordate, chi vi fu, l’anno 1973, allorquando apparve la Pellicola di Federico Fellini (visto della censura del 15/12/1973) il ricordo accorato e colorato della Rimini degli anni trenta, dove si svolgeva la vicenda dell’adolescente Titta, che cresce fra educazione cattolica e retorica fascista? La cittadina felliniana era popolata da personaggi singolari, come Volpina la ninfomane, Giudizio il matto, Biscein il fanfarone, l’avvocato dalla retorica facile, il motociclista esibizionista, il cieco che suona la fisarmonica, l’inarrivabile Gradisca e il borgo che condivide il trascorrere delle stagioni?

Nelle scene di papa Leone in Spagna di questi giorni di giugno 2026, molti hanno rivisto come una sorta di Amarcord: storicamente iniziata, per il nostro Meridione, alla morte di Ferdinando d’Aragona, quando ascese al trono Carlo V, figlio di Filippo il bello e di Giovanna la pazza, allorché i cronisti di palazzo notavano di lui l’ampiezza inusitata dei domini, che andavano dal Mediterraneo al Baltico, dall’Atlantico al Mare del nord, dal Danubio all’Elba, dal Rio delle Amazzoni all’arcipelago dei Caraibi. 

Dalla Catalogna, papa Prevost vola poi, significativamente nel corso del medesimo viaggio apostolico in Spagna, verso l’arcipelago delle Canarie: terre di approdo, ancor oggi, di migliaia di migranti che, dall’Africa, partono per giungere in Europa. Un po’ come la nostra Lampedusa, insomma. Nella Gran Canaria il Papa vuole ricordare, anche fisicamente, le realtà che si occupano, nel porto di Arguineguín, del punto di arrivo e raccolta di migliaia di persone degli ultimi anni. E a Tenerife, egli vuole abbracciare i migranti del centro “Las Raices” (una delle principali strutture di accoglienza temporanea per migranti nell’arcipelago delle Canarie). 

Come già il predecessore sul soglio di Pietro, decidendo di ripercorrere anche i luoghi delle pratiche coloniali – in età moderna condotte da spagnoli e portoghesi (l’assassinio del vescovo del Mozambico, proprio nei giorni spagnoli di papa Leone, ci ha ricordato un altro terribile esito postmoderno del colonialismo, però, per quanto concerne Mozambico, di genesi portoghese) – papa Prevost sta ricordando, anzi ribadendo, un no netto della Chiesa: no a ogni forma di razzismo e di segregazione, non senza l’implicita richiesta di scuse per gli atti di alcuni credenti che, proprio negli anni del colonialismo moderno (di cui spagnoli e portoghesi furono protagonisti), finirono per contribuire, direttamente o indirettamente, ai processi di dominazione politica e territoriale di vari popoli delle Americhe e dell’Africa, non senza il sostegno di qualche Bolla pontificia.

Certo, l’attuale regnante di Spagna, Filippo VI, raccoglie un nuovo e diverso profilo costituzionale, proprio di una monarchia che l’ex re Juan Carlos, indicato dal dittatore Franco come suo successore condusse verso la cosiddetta transizione spagnola. Felipe è figlio di quanto ormai è accaduto, in quella grande Nazione, dopo la fuga del dittatore: il 3 agosto del 2020, in piena pandemia, Juan Carlos I di Borbone si rifugiava, infatti, ad Abu Dhabi, travolto dalle numerose cause aperte nei suoi confronti dalla giustizia spagnola e di altri paesi europei per frode, evasione fiscale e riciclaggio di denaro. Felipe VI è stato istituito in carica il 22.11.1975 dal Consiglio di Reggenza, a seguito della Costituzione spagnola del 1978, che riprende per lui le funzioni di Capo di Stato. Ma il re di Spagna conserva – e non è poco – tutti i connessi titoli storicamente attribuiti a un re in quella nazione; per cui risulta ancor oggi qualificato come Re delle Due Sicilie, di Sardegna e duca di Milano, Conte di Gorizia, Signore di Pordenone, Gran Principe di Toscana, Protocanonico papale Patriarcale, Arciprete della Liberiana Basilica Santa Maria Maggiore di Roma.

Noi delle Terre del Sud Italia non possiamo non ricordare tutto questo. Ricordiamo che ci fu un sovrano iniziatore delle fortune spagnole nel Mezzogiorno e a Napoli, cioè Alfonso V di Trastamara; abile e autorevole sovrano della cosiddetta “Corona d’Aragona” (all’epoca, una vasta e dinamica consociazione medievale di stati e territori mediterranei: spagnoli, italiani e francesi). Chiamato nel Regno meridionale della Penisola italica dagli ultimi sovrani angioini in crescenti difficoltà nel sud e sul piano politico internazionale, il Trastamara fu indotto dalle circostanze a compiere una lunga e alterna guerra di conquista, culminata nel 1442 con il definitivo e rocambolesco acquisto della capitale, cioè di Napoli: egli sarà, infine, Alfonso I di Napoli e, più tardi, sarà soprannominato il Magnifico, anche per le magnificenze architettoniche, artistiche e culturali. Ma ormai le affinità tra Spagna e sud Italia erano, per così dire, “istituite” e, perciò, le abbiamo come ri-ascoltate e ri-assaporate, in questi giorni spagnoli di un Papa che, tra l’altro, ritrova l’idioma di uno che, in America latina, ha fatto il missionario ed il vescovo. 

Com’è noto, poi, ad Alfonso V, seguì il secondo monarca aragonese di Napoli, l’«Aristomonarca», figlio del Magnanimo Ferrante: tra questo monarca (che aveva già fatto impegnative quanto apprezzate prove come luogotenente, sostituendo il padre assente) e la Universitas Civitatis Neapolitanae si concretizzava, sin dal novembre 1459, un rapporto di reciproca fiducia e di intenso appoggio. 

Ormai i legami tra Spagna e sud Italia erano diventati non solo dinastici e politici, ma veri e propri vincoli di atmosfere e di colore. Di qui, scorrono sullo schermo della memoria storica, le vicende del terzo re aragonese di Napoli – Alfonso II, nipote del Magnanimo e figlio primogenito (nato nel 1448) di re Ferrante d’Aragona -. E poi, via via negli anni, ecco la stagione di Filippo II (el rey papelero), mai stato di persona nel Regno e nella città di Napoli, ma padrone di mezzo mondo del tempo; un re che riservò, come ci dicono gli storici, una cura maniacale ad ogni particolare evento o problema, studiando con scrupolo instancabile e continuo carte e documenti, chiuso nel suo studio nel palazzo dell’Escoriale in Madrid, confermandosi come «el rey prudente», o anche «el rey papelero». La lunga età di Filippo II (che si spegne nel 1598) s’identifica, per Napoli, con la fase centrale del processo di autovalorizzazione della Città come e in quanto Capitale del Regno. Un periodo fu quello, destinato quanto altri mai, a incidere durevolmente rispetto all’assunzione della identità fisica del Sud e della conquista del peculiare ruolo politico e sociale nel contesto del Mezzogiorno continentale, caratterizzando, in più, nel bene e nel male, la sua vicenda storica successiva, anche dopo l’annessione allo Stato unitario.

  1. L’eredità da lasciare al futuro: l’arte di “tessere reti”

Ma ogni ricordare e ogni amarcord non riguarda soltanto il passato, bensì prelude sempre al futuro. Sono risuonate forti, in questi giorni del viaggio apostolico di papa Leone, appunto, le domande sulla eredità da lasciare al futuro: «Quale eredità stiamo lasciando al futuro e, di conseguenza, che tipo di comunità stiamo costruendo?». 

È, questa, come la ripetizione dell’interrogativo di esordio del viaggio, lasciato dal Papa al “Movistar Arena” (Madrid), Domenica, 7 giugno 2026, per l’incontro “Tessere reti” (cultura, arte, economia e sport). Prevost ha continuato: «E proprio perché il termine “cultura” evoca il concetto di “coltivazione”, come suggerisce la radice etimologica comune a entrambi i termini, siamo chiamati a chiederci cosa stiamo seminando oggi, cosa sta fiorendo e cosa sta appassendo silenziosamente nella nostra società; quali valori stiamo preservando e quali stiamo lasciando morire. Sono domande profonde, necessarie e che non possono essere ignorate. Per rispondere a queste domande, c’è bisogno di un dialogo sociale che potremmo paragonare all’arte di tessere reti, che implica incontro, ascolto, dialogo e rispetto. Nei vari ambiti dell’attività umana dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che si utilizza: scritto, orale e, nell’ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può ferire o guarire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire insieme qualcosa di genuinamente umano»

  1. La fede popolare

C’è un passaggio del discorso del Papa nell’incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico di Spagna, avvenuto nel Palazzo Reale di Madrid di Sabato, 6 giugno 2026, che rappresenta, a nostro avviso, una potente rilettura delle fede o devozione popolare che, ancora una volta, avvicina territori di Spagna e nostri territori meridionali. 

La religione popolare, infatti, nella penisola iberica, nei paesi neolatini, ma anche altrove, come qui da noi, integra e completa la religione ufficiale e la liturgia istituzionale. Il Papa ha ripreso questo tema da varie angolazioni, anche ricordando figure, seppur presenti, poco note tra noi, come la figura di san Turibio de Mogrovejo, da Leone XIV additato come «modello di vescovo “in uscita” in un tempo di missione e riorganizzazione ecclesiale. In uscita, senza però dimenticare le colpe del passato e del presente, dunque anche «la triste piaga degli abusi commessi da ecclesiastici su minori e persone vulnerabili». 

Leone XIV l’ha ribadito già incontrando i vescovi e cardinali di Spagna. Ha parlato, infatti, testualmente di ferite inferte agli altri da parte di persone che avrebbero dovuto prendersi cura di loro: «Il nostro cammino è fatto di incontri: in essi non mancheranno coloro che vivono momenti di oscurità e ci chiedono di diventare per loro samaritani. Uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione».

  1. La fede è un viaggio

Ma soprattutto, se la tradizione popolare, come accade per la Spagna e i paesi di cultura spagnola, collega la prima evangelizzazione alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore, ecco che questo «legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste».

In queste battute appare già la metafora del viaggio del cristianesimo e della Chiesa in Spagna e fuori, anche nei nostri territori di antica tradizione: il cristianesimo è davvero un viaggio sui generis: «Ho pensato di proporvi l’immagine di un viaggio in cui la destinazione è Dio, verso il quale alziamo lo sguardo. È un viaggio sui generis, poiché non ci muoviamo materialmente, ma vogliamo far volare il cuore». 

Sono le parole di esordio dell’incontro con i vescovi della Spagna, che papa Leone ha avuto nella Sede della Conferenza Episcopale a Madrid. Lunedì, 8 giugno 2026. Egli ha continuato su altri aspetti di questo viaggio: «Una tentazione nel viaggio è diventare ossessionati da ciò che lasciamo, luoghi, cose, forme, senza aprirci, nella docilità allo Spirito, alla novità di ciò che troviamo… coniugare prudentemente libertà e coraggio, per abbandonare strutture che non ci aiutano, non rispondono o addirittura ci allontanano dal nostro fine, con la forza di conservare come un tesoro ciò che lo facilita».

Anzi, esiste davvero un tesoro da non dimenticare, e non soltanto in Spagna e nei paesi in cui la lingua e la cultura spagnola persiste. Un tesoro e un patrimonio, come quello del camino di Santiago: «Un altro tesoro che non possiamo dimenticare nel nostro bagaglio è il Viatico del pellegrino. Il Pane della Parola e dell’Eucaristia ci è ancor più necessario del cibo materiale, perché ci apre la strada della salvezza. Non si tratta di come rendere la celebrazione più o meno attraente, ma sentire che, se siamo partecipi di quel Pane, la sua assenza ci provoca un disagio che possiamo paragonare alla fame materiale».

Come il pellegrino che si dirige a Compostela, ogni cristiano porta con sé, nel cammino, un patrimonio di cultura e di fede, una vera valigia spirituale del viaggiatore. Dopo le pianure deserte, si troveranno anche le grandi città (le nostre postmoderne città), in cui il silenzio e la lontananza non sono fisici, ma spirituali. 

«I pellegrini solitamente partono di notte», ha ricordato il Papa, «e molte volte quell’oscurità iniziale del cammino può spaventarli. Potremmo evocare l’inno dei vespri, La notte è tempo di salvezza, per dire che, se andiamo in buona compagnia, le difficoltà del camminare e il pericolo di smarrirsi si riducono. È il Signore che ci conduce. […] Questo legame profondo chiede alla Chiesa, in questo tempo di polarizzazioni e contrapposizioni sempre più dure, una testimonianza di unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza dei doni, dei carismi, delle sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio. Il volto di Cristo si lascia riconoscere nel mosaico vivente della Chiesa, dove molte tessere, senza confondersi, convergono per manifestare la bellezza dell’unico Signore».