L’invito per questa Navigazione mi viene suggerito dalla mostra fotografica, che l’ottimo Roberto Ricci dedica all’arte della danza. Come egli stesso spiega, “prima di diventare una mostra, “Drops of Dance” – questo è il titolo del suo progetto – è stato un viaggio lungo trent’anni nella fotografia dedicata alla danza. Migliaia di immagini, centinaia di artisti provenienti da tutto il mondo e una domanda rimasta costante nel tempo: è possibile fotografare non soltanto il movimento, ma anche l’emozione che lo genera?”.  Il suo progetto espositivo ed editoriale è partito nel maggio del 2025 e si è trasformato in un’esperienza, approdando anche a Napoli con un originale allestimento nella grande Cappella di S. Giacomo (XVI sec.) del Complesso Monumentale di S. Maria la Nova (XIII sec.) e che vede per l’occasione la partecipazione di Anbeta Toromani e di Alessandro Macario in questa location unica che è porta d’ingresso al centro storico partenopeo, ci si propone un inedito dialogo tra danza e sacro, tra corpo e spirito, perché i movimenti del corpo non raccontano soltanto il movimento, ma ci introducono  alla profondità dell’animo umano.

 La danza è certamente l’arte vivente dei corpi, che non muove solo il corpo, ma rivela in maniera sorprendente una dimensione più estesa di sé stessi. L’esibizione coreutica non si avvale di una voce che squarci il silenzio dei gesti, non fa ricorso ad altra espressione che debba oltrepassare l’originale geometria dei movimenti: tutto si racchiude in un unico linguaggio, che tiene insieme l’uomo e il mondo senza più separazione tra materia e spirito. Il corpo, infatti, non si esaurisce nella sfera del carnale, ma è rinvio all’alterità del visibile, superando la tradizionale divisione classica e l’irrisolto enigma moderno mentre restituisce finalmente all’uomo la sua unità sostanziale. Come mirabilmente sintetizzò Paul Valéry, in un suo testo del 1936 dedicato alla “Filosofia della danza”, quest’arte “lungi dall’essere un futile divertimento, lontano dall’essere un’arte particolare che si limita a produrre spettacoli, a divertire gli occhi dei fruitori o dei corpi che la esprimono, è semplicemente una poesia generale dell’azione degli esseri viventi”. Come opportunamente sintetizza Caterina Di Rienzo, la danza si offre a noi contemporanei come “una storia delle idee” che traccia i mutamenti sopravvenuti e ci apre piste inusuali per la riflessione del rapporto tra visibile e invisibile e di cui proprio il corpo è il dispositivo del costante attraversamento.  I movimenti sono, infatti, carichi di azione e di visibilità, ma tutto resta consegnato alla percezione visiva come attimo che sfugge alla cattura degli occhi: di quel gesto che ha tagliato l’aria, vi è traccia solo come la memoria di un’emozione, poiché il corpo danzante ci dice che vi è un confine di sé stessi costantemente da attraversare. 

La danza contemporanea ci invita, dunque, ad allargare i confini dell’esperienza corporea, poiché vi è un invisibile tessuto comune di cui è fatto tanto quell’uomo che il suo mondo. Questa straordinaria lezione del filosofo francese Maurice Merleau-Ponty (1908-1961), a cui si deve l’elaborazione di una filosofia della “chair”, che non è solo una filosofia del corpo. Nella lingua d’Oltralpe, infatti, la “chair” non è la carne, come pur si dovrebbe tradurre in italiano, ma, in un senso assolutamente originale, Merleau-Ponty ne chiarisce l’accezione inedita, laddove il corpo della danza “esibisce” una dimensione originaria che ci rende umani, poiché non è solo organismo e visibilità. 

In tal senso, tutto può essere danza, poiché il corpo non è una “res extensa” con funzioni meccaniche, secondo lo schema moderno della loro separazione, il cui snodo ed errore da Cartesio (1596-1650) in poi è difficile da superare, anche se continuamente auspicato. Ve ne si trova conferma in linguaggi di uso comune, quando, a. es., il nostro sistema sanitario nazionale prende in carico un cittadino trasformandolo da quel momento in poi in un paziente; oppure presentando pubblicitariamente farmaci, che devono assolvere un compito istantaneo di soluzione del dolore che ci affligge, come un momento da aggiustare. Il linguaggio spirituale dell’antropologia ha lavorato sull’anima come forma del corpo; ha promesso una sua immortalità, come identità eterna di premi o di punizioni ultraterrene; ha identificato questa energia immateriale nella capacità conoscitiva di una mente che pensa; ne ha scoperto e indagato una profondità al di là della consapevolezza psichica e oggi, infine, le neuroscienze ne disegnano aree di connessioni e di attivazioni neuronali. Ognuna di queste attribuzioni antropologiche coglie un profilo di interesse, che in epoche storiche diverse ha traccaito un modello di riferimento per la società e per l’etica individuale. La danza contemporanea scioglie l’enigma dell’uomo e ci induce a ritenere che siamo in un movimento dell’esistenza con cui “siamo al mondo attraverso un corpo”.

La portata universale di queste considerazioni, non dedicate “filosoficamente” a pochi, sta nel fatto che ognuno le assume in ambienti educativi e trascorre una vita intera per concedersi un contenuto esistenziale, come memoria di idee e sedimentazione emotiva, a quella riassuntiva espressione del pronome personale e soggettivo dell’ “io”.  D’altra parte, sarà il filosofo cattolico francese Claude Bruaire (1932-1986) che nel 1968 sottolineerà come la riflessione sul corpo implichi un’idea dell’Assoluto, facendo appello a quella tradizione culturale evangelica e cristiana che ha introdotto con il tema del Natale del Figlio di Dio quel termine teologico di “in-carnazione”, da cui avviene l’osmosi tra il linguaggio su Dio e linguaggio sull’uomo. Nella originaria letteratura cristiana del Nuovo Testamento, infatti, non vi è traccia di quel dualismo tra corpo e anima, che ha segnato per millenni l’identità antropologica dell’Occidente. In tal senso, il corpo che danza è un corpo unito alla sua anima, laddove non si voglia intendere solo come un semplice rovesciamento del tradizionale dualismo nel suo contrario, poiché la danza è più che un corpo animato.

“Se allora la “chair” è un divenire anima del corpo, e reversibilmente un divenire corpo dell’anima, la danza è la presentazione di questo corpo che diviene, della sua superficie di conversione tra dentro e fuori, che fa vedere la virtualità spirituale dei muscoli e delle ossa o, potremmo dire, l’anima come corpo sottile” (Caterina Di Rienzo). La danza ci restituisce in tal senso l’enigmatico intreccio tra interiorità ed esteriorità, che fa vedere l’attimo in cui l’uno rifluisce nell’altro, di cui l’essere in movimento è soltanto l’aspetto più esterno di un moto dell’anima.

Questa disciplina dell’essere uomo ribalta una quantità di diffuse e stratificate convinzioni, che non vengono certo interrotte dalla contemporanea attenzione alla cura corporea o alla ricerca di un benessere. L’odierna smania fisica, infatti, spesso non si alimenta di un interiore ascolto della profondità umana, ma è ancora la commercializzazione dell’immagine di se stessi nel mercato sociale del confronto con gli altri. Quando ciò avviene, non vi è stata alcuna riconciliazione con la ferita e il dolore che possono insorgere dall’esperienza di sé stessi, ma solo accondiscendenza sociale che narcotizza un’ansia da prestazione. 

Al contrario, la danza è l’invito ad un atto eversivo e terapeutico nell’in-carnazione della propria energia vitale secondo la libertà delle rispettive scelte esistenziali, ribellandosi così alla logica degli opposti che induce a strappare pagine nascoste dai propri diari. La danza è certamente la tecnica acquisita da chi sceglie liberamente di sottoporsi alla disciplina del corpo, ma diventa un’arte solo per chi sa attraversare i confini di sé stesso sino a quelle insindacabili “periferie esistenziali” (papa Francesco) che trasformano l’esplorazione dei confini, prima del baratro della depressione, in una solida leva per librarsi e spiccare il volo. Questo movimento prolungato sino all’incontro con sé stessi non è spettacolo da palcoscenico, ma sfida esistenziale e sociale per ognuno, al di là delle proprie abilità e apparenze, nella ricerca di un pensare la vita che non sia la generalizzazione dei giudizi altrui. Se i nostri tradizionali linguaggi intorno all’uomo, ci inducono a separare e ad occultare, come il corpo che si nasconde all’anima (e viceversa!), il movimento coreutico è un atto di liberazione, che nasce dalla condizione perpetua dello sconfinamento come condizione del diventare umani, in cui il realismo della legge gravitazionale non ci inchioda più alla terra dell’ovvietà, ma viene sfidato nel suo ardito attraversamento. Se la logica culturale occidentale argomenta procedendo per l’esclusione di un aut-aut, l’arte della danza ci dice che è possibile vivere secondo la libertà di un et-et, poiché dove ci scherma la sicurezza dell’immobilità, il continuo adattamento della mobilità ci restituisce alla migrazione attraverso i ricordi e i desideri di noi stessi. 

Come la stupenda pubblicazione – curata dallo stesso Roberto Ricci – documenta accompagnando il suo progetto espositivo dopo cinquant’anni dietro l’obiettivo fotografico e trent’anni a raccontare la danza, quest’arte continua ad interrogarci poiché “è un linguaggio universale, ma ogni artista porta con sé un’eco unica, una traccia irripetibile della propria storia”. D’altra parte, lasciata come una dedica breve alle pagine edite di questo eccezionale ed evocativo viaggio, la testimonianza di Marco Zanotti, scelta tra le tante che accompagnano gli scatti fotografici, ci ricorda che “a volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni”, poiché il corpo ha le sue ragioni, mentre le emozioni hanno la propria intelligenza.