È affidata a queste parole semplici come un monito, attribuite al genio di Albert Einstein, la presentazione di un originale lavoro teatrale, che si deve all’inesauribile talento di una drammaturga e regista come Nadia Baldi. Lo ha, infatti, messo in scena a conclusione della 19.ma edizione del Campania Teatro Festival, diretto da un maestro del teatro come Ruggero Cappuccio e dedicato quest’anno al tema dell’Universo di Pace. Anche in questa edizione, il Festival si è confermato come un palcoscenico su linguaggi e culture, che ha aperto il suo sipario in una città da sempre teatrale come Napoli, sollecitando una riflessione pubblica sull’arte come un’originale, quanto necessaria, terapia sociale. Mentre ovunque imperversa la potenziale dittatura dell’artificio e della soluzione algoritmica, l’ardire e il rischio dello spettacolo dal vivo diventano, infatti, la metafora di un’eversione che sfugge alla cattura di una logica come un unico senso: la creatività umana è, infatti, un baluardo perché fonte di soluzioni inesauribili e inattese, come la stessa regista si propone: “l’arte è necessaria e abbiamo il compito di far capire che con l’arte ci si diverte e con l’arte ci si cura”. La sua originale messa in scena è già l’esperienza di un metodo – non solo teatrale! – poiché è il risultato di una capacità di farsi laboratorio che, con la guida della stessa regista e della bravissima Euridice Axen, ha visto la partecipazione di 25 tra selezionati attrici e attori, per un workshop che ha avuto lo scopo di “navigare” tra testi per costruire una nuova drammaturgia. In un costante inseguimento tra arte e vita, il genio teatrale non si rassegna al solo intrattenimento o alla rappresentazione esemplare, ma sconfina nel perimetro dell’inutile contenimento al riparo delle scene e così si fa vita. L’iniziale e inatteso ingresso in platea degli attori esordienti, che ne hanno attraversato il corridoio centrale, dichiara allo stesso tempo che gli spettatori sono anche interpreti. La loro promessa “matrimoniale”, vestiti di bianco con improbabili abiti nunziali, è una dichiarazione civile di fedeltà artistica per il teatro, a cui segue, proprio per tale impegno, l’immediato bisogno di restare senza la protezione del costume di scena, senza l’epidermide di un ruolo assegnato e di un copione da recitare, svestiti come ognuno di noi è dalle prove del vivere e dal bisogno di sperimentare personaggi in quanto possibilità del proprio destino.
Inondati dalle loro giovani emozioni la teatralità insegue un’originale pluralità di linguaggi espressivi, che ben presto aprono il sorriso del necessario divertimento alla sospensione della riflessione, “affinché – come la stessa Axen auspica con parole di scena – attraverso le crepe possano uscire le vostre emozioni”.
In tal senso, l’antica arte del teatro appare sempre giovane e ribelle e a noi così contemporanea; assumendo ancora, come da millenni, un compito sociale a fronte del successo della macchina da presa cinematografica e della casalinga diffusione televisiva, il teatro è una sola cosa con l’agorà. Si dirà, correttamente, che sono tutte forme di realtà e di parole interpretative sul mondo, ma a confronto con il nostro mutato contesto culturale, condizionato com’è dall’artificio dell’intelligenza, il teatro resta ancora uno spazio aperto all’imprevedibilià della replica. La recitazione teatrale non è mai schiava della sua ripetizione. Con la scena di un’arte mai didascalica, il teatro affronta per noi il rischio della rappresentazione violando la paura dell’improvvisazione. La messa in scena teatrale assurge così a contestazione delle forme ripetute e dettate dalla necessità del “così si è sempre fatto” come un atto di resistenza all’opinione comune fattasi maggioranza e buon senso. Se la crisi sociale rende sempre più visibile come la quantità delle opinioni simili non necessariamente dia per risultato l’acquisizione di una verità, la sua terapia non dovrà risiedere – anche questa volta! – nelle modalità risolute dell’uomo forte al comando, né nella biascicata litania di diritti vuoti di responsabilità, ma solo nella ricerca aperta di una comunità che non deleghi la sua narrazione a delle parole d’ordine. Nel gioco ripetuto dell’esperienza il rischio dell’interpretazione, sotto gli occhi di tutti come su di un palcoscenico, può liberarci dalla dittatura del consenso a ogni costo, poiché noi stessi siamo sia una distratta platea plaudente che scafati attori disciplinati dalle prove della vita.
In un unico compendio dell’arte teatrale e del vivere, questo stesso allestimento scenico ci offre parole sul teatro e sulla vita, che si devono alla genialità creativa di Ruggero Cappuccio affidate, come il bisogno di un passaggio di testimone, all’intraprendente entusiasmo dei giovani attori. Sul fondale della scena la sovraimpressione della luce bianca buca il buio con parole plurime dette come una promessa di speranza civile: “È stata l’arte il grande Altrove nelle vite degli esseri umani. I libri, i quadri, le sculture, gli spazi architettonici, la musica: grazie a questi amici silenziosi abbiamo riscoperto in noi ciò che non credevamo più di possedere. Grazie a un romanzo siamo apparsi a noi stessi. Una sinfonia ha toccato un tasto che nella nostra anima se ne stava dimenticato.
Tra i grandi Altrove scintilla la bellezza del Teatro. È l’unico Altrove in cui i vivi del palcoscenico comunicano con i vivi in platea, determinando la relazione tra esseri umani, mettendo in connessione battiti cardiaci e respiro, occhi e occhi, gesti e gesti, attivando dialoghi e crescita di idee.
Continuando a cantare il desiderio dell’Altrove, Pessoa dice:
Lì si incominciano a vedere le cose
le favole narrate sono dolci
come quelle non raccontate.
La nostra migrazione spirituale è il teatro. E nel teatro è la nostra fuga. Una fuga compiuta non per sottrarsi, ma per combattere e ritornare. Dopo tutto il teatro è una stupenda religione politeista fondata su tre soli precetti: il rispetto, l’ascolto, la libertà”.
Il palcoscenico è l’evocazione della “teatralità” della vita, dei suoi toni esagerati e delle sue passioni tristi, di cui ne è specchio e interpretazione. La sua antica giovinezza sta nel farsi Altrove del vivere, per essere divergenti dalle convenzioni dell’opinione comune e giocarsi una possibilità condivisa in una risata o con una lacrima trattenuta per un applauso che ci accomuna, una volta tanto, prima di dividerci nella necessaria pluralità dell’assenso.
Il “coup de théâtre” è riassunto nel racconto finale a più voci, in cui non vi è più copione e recitazione ma solo giovani memorie di vita condivise per noi degli attor* su quel palcoscenico delle nostre gioie e delle nostre paure; le parole declamate con convinzione o rotte dall’emozione del ricordo, a. es., per un nonno che non c’è più o per affetto caro, sono certamente un’avanguardia teatrale, poiché lì è il teatro che si fa libera anticipazione del vivere, quando non ha la protezione di un copione scontato per raccontarsi.
Come le parole d’esordio di Einstein ci sollecitano ad assumerne la sfida, l’intelligenza non sta soltanto nel rigore della logica del pensiero convergente, ma anche nella novità della divergenza, allorché la spontaneità dell’esperienza supera la facilitazione del modello e dell’omologazione. Giunti al tempo dell’ideologia dell’efficenza sempre e comunque, si aprirà un’epoca – ed è già questa! – in cui scrivere un testo con la propria ricerca attenta delle parole, sintetizzare il senso di un racconto, offrire una melodia musicale a delle parole, disegnare un profilo grafico, travasare sensi e parole in una traduzione linguistica, appariranno furbescamente a taluni come un’inutile perdita di tempo, mentre per altri saranno necessari atti di una nuova resistenza. Il lasso di tempo della creatività sembrerà perduto, incautamente sfidati come si è dall’immediatezza di un’unica soluzione per tutti alla velocità di un processo algoritmico. Questa attesa di creatività è l’applicazione più evidente di ciò che fa la differenza tra ripetizione e originalità, tra simulazione e talento, tra copia e realtà. Così facendo, infatti, il mondo connesso si sta rivelando sempre meno contiguo alla promessa di una globalizzazione della cittadinanza e sempre più dispoticamente attrezzato per una sorveglianza speciale di corpi e idee. Si parla tanto di umanità aumentata e già questa auto-attribuzione di uno sconfinamento potrebbe essere il vero motivo di una promessa ingannevole, poiché l’utilità della strumentalità si pagherà con la sovrapposizione e la ripetizione di un “si deve far così” in un’inevitabile inversione tra uomo e devices.
La possibilità di un’esistenza critica sarà sempre percorribile fino a quando, se non ci penserà la politica o la scuola e l’università, vi sarà almeno l’arte ad allenare il cervello, affinché le cose appaiano anche in una prospettiva diversa, non sopprimendo quell’antico coraggio che ci fa uomini e non robot, poiché questa passione si chiama libertà.
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1. Con la produzione di Teatronovanta e Gruppo Le Muse srl.
2. Sono stati oltre 150 gli appuntamenti, tra cui 105 spettacoli e 67 debutti assoluti, con più di 1.500 interpreti, 80 compagnie e una ricca proposta artistica articolata nelle sezioni Internazionale, Italiana, Musica, Danza, Letteratura, Osservatorio, SportOpera e Progetti Speciali, a cui si sono aggiunti le Mostre, gli Incontri e le serate del DopoFestival.
