Ancora oggi luogo di speranza e mistero, lontano dalla frenetica vita quotidiana, l’Arcangelo Michele accoglie ed interroga il fedele.
“Salirai al cielo, se avrai conosciuto te stesso […]”. È con questo monito che l’abate Desiderio volle ergere <<a Dio una dimora per conseguire un premio che non conosce fine>>. In questo emblematico luogo di fusione tra la maestria bizantina e lo stile romanico campano, l’abate affidò al ciclo pittorico della Basilica Benedettina di Sant’Angelo in Formis l’istruzione dei credenti attraverso la bellezza dell’arte.
Operata l’exauguratio del culto di Diana Tifatina e l’instauratio del culto cristiano, la Basilica fu un centro vitale del monachesimo nell’Alto Medioevo. Nel tempo, non ha conosciuto l’approdo dei milioni di visitatori, quanto piuttosto lo stupore degli studiosi e l’instancabile devozione degli autoctoni.
Già dall’ampio cortile, il Cristo Pantocrator benedice il visitatore ricordandogli la sua doppia natura, umana e divina, immersa in un blu che — come Lui — è ab aeterno. È da qui che si staglia il ciclo pittorico del Vecchio e del Nuovo Testamento.
La funzione didattica e pedagogica sembra terminata, ma il Giudizio Universale lascia un monito al fedele che si accinge ad abbandonare la Basilica: interrogarsi se quanto quel luogo insegna sia stato realmente appreso da chi ne contempla la meraviglia.
L’ammonimento finale lascia di nuovo spazio alla rassicurante calma che aveva pervaso l’anima di chi ne aveva varcato la soglia: l’Arcangelo Michele, sul portale d’ingresso, ricorda il suo ruolo di soccorritore dell’uomo per conto di Dio: mel’ak Jahvè.
È con questa ritrovata serenità che il fedele lascia questo ameno luogo di preghiera, mentre ammira la città di Capua posta di fronte: l’incertezza di un futuro dove, però, il perdono e la pace non conoscono la convenzionale scansione del tempo che il progresso tenta invano di ridimensionare.