Presidente Esposito, lei è conosciuto come ideologo della Qualità della Vita. Come si lega questo concetto alla geopolitica?
La Qualità della Vita non riguarda solo la salute o i servizi di un territorio, ma è anche la capacità dei sistemi politici e internazionali di ridurre i rischi e aumentare benessere e cooperazione. Applicando la formula QDV = (SL × K) / R anche alla geopolitica, possiamo leggere i conflitti come squilibri tra stile di vita, resilienza collettiva e rischi. La mia proposta di trasformare le sanzioni alla Russia in risarcimento per l’Ucraina nasce proprio da questa visione: ricucire legami, ridurre i rischi e generare benefici condivisi. Lei è stato tra i primi a proporre di usare i beni russi congelati come risarcimento diretto per gli ucraini. Oggi anche Bruxelles si muove in questa direzione.
Come interpreta questo passaggio?
È una conferma che la mia idea ha aperto una breccia. Quando a gennaio 2025 ho pubblicato la proposta, sostenevo che gli asset russi non dovessero restare inattivi o trasformarsi in indennizzi per gli Stati europei, ma diventare risorse a sostegno diretto del popolo ucraino. Oggi la Commissione europea, con il commissario Valdis Dombrovskis, lavora a un meccanismo operativo; Friedrich Merz la rilancia con un editoriale sul Financial Times; e persino la Presidente della Bce, Christine Lagarde, conferma che è allo studio un modello finanziario basato sui flussi di cassa di quei beni. Una differenza tecnica, certo, ma il principio è identico: trasformare le sanzioni in strumenti di ricostruzione e giustizia.
Lei parla di “giustizia riparativa” applicata alle relazioni internazionali. Cosa intende?
Intendo dire che non serve una logica di punizione, che crea nuovi muri e divisioni. Serve una logica di riparazione: chi ha subito un danno deve essere risarcito, ma nello stesso tempo si deve aprire la strada a nuove relazioni. Per questo la mia proposta è multilaterale: non solo risarcimenti, ma anche compromessi geopolitici che riducano i rischi, ad esempio la neutralità dell’Ucraina rispetto alla NATO e la progressiva reintegrazione della Russia in circuiti commerciali e culturali.
Ma l’attuale governance europea insiste sulla linea punitiva. Quali sono i costi sociali di questa strategia?
Sono costi che paghiamo tutti. Le famiglie italiane ed europee hanno visto crescere il prezzo dell’energia e dei beni di consumo, con una perdita reale del potere d’acquisto. Le imprese hanno dovuto affrontare rincari delle materie prime e riduzione della competitività internazionale. Gli Stati, compreso il nostro, hanno destinato miliardi ad aiuti militari e a contenere l’inflazione energetica, sottraendo risorse a sanità, istruzione, infrastrutture, servizi territoriali. In altre parole, la strategia punitiva non colpisce solo Mosca: ha effetti collaterali pesanti sulle nostre comunità, aggravando degrado urbano, illegalità, disuguaglianze sociali e fragilità economiche.
Come legge il nuovo scenario internazionale, con la Russia sempre più vicina ai BRICS e alla SCO?
È un ritorno alla logica dei blocchi contrapposti. Da una parte NATO e G7, dall’altra BRICS e SCO. È una dinamica che rischia di trascinare il mondo in una nuova guerra fredda, o peggio. Il mio principio di equivalenza geopolitica spiega che le azioni di uno Stato non si comprendono senza considerare la reazione degli altri. La NATO ha spinto a est, la Russia ha reagito, e ora vediamo nascere un blocco alternativo. Ecco perché servono soluzioni di compromesso, non di escalation.
Come pensa di cambiare la strategia punitiva, che persegue una “pace giusta”, intesa come vittoria ucraina sul campo e ripristino integrale della sovranità territoriale senza concessioni?
La storia si cambia con i principi, quindi idee e valutazione di aspetti materialistici pro o contro. La Russia ha certamente violato il diritto internazionale, ma sappiamo che in condizioni di sicurezza le norme vengono spesso forzate: lo abbiamo visto durante il Covid-19, quando per ragioni superiori di sicurezza abbiamo sacrificato libertà fondamentali. Con lo stesso criterio, anche in geopolitica, poi vale il principio di equivalenza: quando la diplomazia non riesce più a garantire stabilità, persino regole considerate intoccabili possono essere violate.
Ecco ci spieghi meglio questo passaggio, quindi secondo lei c’è stato un errore anche da parte del Presidente Zelensky?
Zelensky ha sottovalutato il fatto che nessuna libertà e nessuna sovranità può essere assoluta, soprattutto se sei confinante con una grande potenza come la Russia. La scelta di avvicinarsi alla NATO, pur legittima, è stata percepita da Mosca come una minaccia diretta. Questo non giustifica l’invasione, che resta una violazione del diritto internazionale, ma spiega perché si sia innescata una spirale di conflitto. Qui sta l’errore: non aver considerato fino in fondo il principio di equivalenza geopolitica, secondo cui le tue azioni inevitabilmente generano reazioni dall’altra parte. Da qui nasce lo stallo attuale: posizioni inconciliabili, guerra di logoramento e rischio concreto di escalation nucleare. Serve un cambio di paradigma, non l’illusione di una pace ottenuta solo sul campo di battaglia.
Secondo stime accreditate, la ricostruzione dell’Ucraina richiederà oltre 500 miliardi di euro, da dove prendiamo tutti questi soldi?
Le sanzioni economiche imposte alla Russia hanno prodotto risultati tangibili: oltre 260 miliardi di euro di beni sovrani russi congelati all’estero (di cui 210 miliardi in Europa); circa 50 miliardi di asset privati immobilizzati; oltre 3,6 miliardi di euro di proventi maturati in parte già destinati a Kiev; perdite da export energetico stimate tra 100 e 200 miliardi di euro dal 2022 a oggi. Queste cifre non devono rimanere statiche o limitarsi a strumenti punitivi: possono diventare la base di un fondo internazionale di ricostruzione dell’Ucraina, da gestire in modo trasparente con una cabina di regia multilaterale. Questo sarebbe il miglior utilizzo, secondo i principi di solidarietà del presente lavoro nei confronti del popolo ucraino. Parallelamente, nel momento in cui verranno gradualmente allentate le restrizioni culturali e commerciali tra Russia ed Europa, una parte dei benefici economici derivanti dalla ripresa di tali relazioni potrà anch’essa, in percentuale, essere destinata al risarcimento degli ucraini.
Leggendo la sua proposta di pace lei parla di principio paretiano dove tutti gli attori coinvolti traggono da questa tragedia un beneficio, cosa ci guadagna la Russia e gli altri Stati?
Il principio paretiano ci ricorda che una pace duratura si costruisce solo se ogni parte ha un vantaggio reale. L’Ucraina riceve risarcimenti diretti e garanzie di stabilità, l’Europa vede ridotti i rischi di escalation e i costi sociali della guerra, mentre gli Stati Uniti possono concentrarsi su equilibri globali più sostenibili. La Russia, dal canto suo, pur pagando i danni di guerra, ottiene il riconoscimento dei territori già occupati, la garanzia della neutralità ucraina rispetto alla NATO e la possibilità di essere progressivamente reintegrata in circuiti commerciali e culturali. Tutti ne traggono beneficio: si riducono i rischi globali, si liberano risorse oggi assorbite dalla guerra, si apre la strada a una nuova cooperazione multilaterale. È un compromesso, certo, ma è anche la sola via per trasformare una tragedia in un nuovo equilibrio internazionale più stabile e vantaggioso per tutti.
Da Napoli parte questa visione di un “nuovo ordine mondiale del benessere”. Perché proprio Napoli?
Napoli è da sempre crocevia di popoli, idee e culture. È la città di Vico, di Croce, di Filangieri: pensatori che hanno indicato strade nuove per comprendere la storia, per bilanciare libertà e giustizia, per innovare il diritto. È naturale che da qui parta un progetto che vuole riformare la governance globale, ponendo al centro la Qualità della Vita come vero obiettivo della geopolitica del futuro.
Qual è la sua conclusione per il lettore?
Se l’attuale governance non avrà la forza di cambiare rotta, sarà inevitabile cambiarla. Oggi la sfida non è vincere una guerra, ma costruire un’architettura di pace e cooperazione. È l’unico modo per trasformare i rischi globali in opportunità di crescita, e per rendere la Qualità della Vita un diritto universale, non un privilegio.
