Se vi capita di visitare l’imponente sito archeologico di Efeso, in Turchia, e cercate il celebre Tempio di Artemide, una delle Sette Meraviglie del Mondo Antico, potreste rimanere delusi. Davanti a voi troverete solo una grande spianata, le fondamenta e una singola colonna ricostruita. Un sito suggestivo, certo, ma lontano dallo splendore leggendario descritto dagli antichi. Ma dov’è finito il resto del tempio? La risposta, come spesso accade nei grandi capitoli dell’archeologia ottocentesca, ci porta a Londra, al British Museum, dove oggi sono conservati molti dei frammenti architettonici e scultorei del tempio. Il Tempio di Artemide (noto anche come Artemision) fu uno dei monumenti più grandiosi dell’antichità. Costruito per la prima volta nel VII secolo a.C. e poi ricostruito più volte, raggiunse la sua forma monumentale in età arcaica, sotto il re Creso di Lidia, nel VI secolo a.C. Con le sue 127 colonne ioniche alte oltre 18 metri, il tempio era uno spettacolo straordinario, consacrato alla dea Artemide, potentissima divinità protettrice della città di Efeso. Fu celebrato da storici e viaggiatori come Plinio il Vecchio e Antipatro di Sidone, che lo elencò tra le sette meraviglie del mondo. Ma questa grandezza ebbe vita breve: il tempio fu distrutto e ricostruito più volte (anche dopo l’incendio doloso appiccato da Erostrato nel 356 a.C.), finché cadde in rovina definitiva in epoca cristiana, quando i suoi marmi furono riutilizzati per costruzioni successive. Perché oggi vediamo solo le fondamenta? Nel corso dei secoli, il tempio fu dimenticato, sepolto sotto strati di terra e alluvioni. Quando gli archeologi dell’Ottocento cominciarono a scavare l’antica Efeso, la posizione dell’Artemision era ancora sconosciuta. Fu l’architetto e archeologo britannico John Turtle Wood, alla fine del 1869, a individuare finalmente il luogo esatto, dopo anni di ricerche. Tra il 1863 e il 1874, Wood diresse per conto del British Museum gli scavi nell’area, rinvenendo colonne, fregi, capitelli e altri resti importanti. Questi reperti furono inviati a Londra, attraverso dei permessi (i famosi “firmani” ottomani), come era consuetudine all’epoca, e andarono a costituire il nucleo della collezione dell’Artemision oggi esposta al British Museum. Lì furono studiati da Alexander Stuart Murray, uno dei più importanti archeologi britannici. Tra il 1904 e il 1905, gli scavi ripresero con David George Hogarth, sempre per il British Museum. Hogarth approfondì la stratigrafia del sito, rivelando la complessa storia del tempio. Negli anni successivi, anche archeologi austriaci si interessarono al sito. Tra il 1969 e il 1994, l’archeologo Anton Bammer guidò nuove campagne di scavo per conto dell’Österreichisches Archäologisches Institut, studiando le fondazioni delle fasi più antiche del tempio. Grazie a questi studi oggi sappiamo che il sito del tempio conserva ancora una complessa stratificazione storica, dalla fondazione del primo santuario alla grande fase monumentale di epoca arcaica, fino alle sue successive ricostruzioni ellenistiche e romane. Il dibattito sul ritorno dei reperti nei Paesi d’origine è ancora acceso, e il caso dell’Artemision, come quello dei Marmi del Partenone è uno degli esempi più emblematici della complessa storia della conservazione museale e delle identità culturali.
