RIFLESSIONI:
- Il santo Sepolcro di Cristo “chiuso per guerra”
Nella città della pace (è questo il significato della parola “Gerusalemme”) la guerra ora ci vieta l’accesso anche ai luoghi santi. Anche al santo Sepolcro di Cristo. In epoca contemporanea, gli abitanti e i pellegrini di Gerusalemme (quando si poteva ancora andare in sicurezza nella città santa per visitare i luoghi-simbolo delle tre religioni monoteiste mediterranee), si potevano recare anche presso l’Edicola del santo Sepolcro: luogo di meditazione e di incontro, di anelito di pace, almeno apparentemente.
Si doveva, infatti, periodicamente, in quel santo luogo ora sbarrato, anche assistere a scontri ideali, e talvolta perfino fisici, tra gli esponenti di ben sei confessioni religiose! Tutte rivendicano, infatti, il “controllo” di quel sito dove, secondo la tradizione, si troverebbe la tomba di Gesù. Ricordiamo che, di tanto in tanto, Armeni e Greco-Ortodossi si scontravano, proprio durante la Pasqua greco-ortodossa, per la cerimonia del Fuoco Sacro: entrambi i gruppi rivendicavano, anche mediante il ricorso alla forza fisica, un diritto esclusivo di entrare nella Basilica del santo Sepolcro.
Ora, però, non solo non si può rispettare ordinatamente il proprio turno per entrare e, così, non incrociare i credenti rivali. Ora la guerra mondiale, ahimé non più “a pezzi”, ha imposto di chiudere totalmente l’accesso perfino a quel Sepolcro della requie. Infatti, il governo israeliano – nella cui pertinenza vi sono anche i luoghi santi delle tre religioni monoteiste mediterranee, compreso quello che fu il sepolcro di Cristo -, ha tassativamente vietato l’accesso a tutti, quindi anche a ebrei, musulmani e cristiani. Frammenti di missili “intelligenti” sono caduti perfino nei pressi di quel Sepolcro santo, danneggiando edifici religiosi, mettendo in pericolo vite umane, anche quelle delle persone della Custodia cattolica di Terra santa. Divieto di accesso, dunque; anzi porte sbarrate; si sono contati, infatti, più di 300 fra frammenti e rottami caduti su Gerusalemme; anzi alcuni appaiono molto simili al rottame caduto sul Campo dei Pastori di Beit Sahour e sulla Scuola elementare della Custodia di Terra Santa, alla porta di Jaffa a Gerusalemme.
Dal 28 febbraio, tutto chiuso a tutti. Sbarrata anche l’Edicola del santo Sepolcro, come ai tempi della pandemia, anche se, allora, dietro alle porte chiuse, almeno si continuava a celebrare. Ora, no. Il Sepolcro di Cristo è chiuso per… pandemia di guerra, peraltro proprio alla vigilia delle celebrazioni pasquali. Chiusa, analogamente, anche la vicina moschea di al-Aqsa, uno dei luoghi santi per i musulmani, meta di fedeli e di turisti delle radici. Molti ricordano che, in quei “santi” spazi, ora dolorosamente chiusi per guerra, avevano fatto irruzione i 130 coloni, scortati dall’esercito israeliano all’inizio del Ramadan, il mese di preghiera per l’islam, che si chiude nel giorno di primavera del 2026.
La guerra sta progressivamente chiudendo tutto, anche i mari e gli stretti, non solo i luoghi di devozione dei monoteismi mediterranei. Non è un caso che Il patriarca cattolico latino, Pizzaballa, non smetta mai di parlare non solo di Gerusalemme, ma anche di Gaza, dove mancano perfino i medicinali e gli antibiotici di base, dove la gente non può che vivere, letteralmente, nelle fognature e sotto le tende. Tragiche domande senza risposta, quelle del cardinale cattolico: perché la comunità internazionale permette a Israele di fare cose che non consente in altre parti del mondo piagate dalle guerre ipertecnologiche? Già da qualche anno Pizzaballa invitava tutti a «tornare in Terra Santa», perché «la comunità cristiana ha bisogno della presenza dei pellegrini», i quali, nonostante le ostilità in campo, avrebbero potuto muoversi con sicurezza.
Ma ora non più. Se i missili hanno raggiunto anche gli ambienti del santo Sepolcro, nulla è più sicuro. Ad AsiaNews mons. Rafic Nahra, vescovo ausiliare del patriarcato latino, descrivendo la situazione a oltre due settimane dall’inizio del nuovo conflitto di Israele e Usa con l’Iran, ha affermato che il Santo Sepolcro è proprio lo specchio di una situazione di morte. Ovvero, «è una sorta di morte che le persone stanno vivendo”. Cosa accadrà la Settimana Santa e la Pasqua cristiane e, prima ancora, la Pasqua ebraica?».
- Un luogo di divisioni e lacerazioni
Il santo Sepolcro, seppur sbarrato, resta, ancora di più nel corso di questa sciagurata guerra tra Israele e Ismaele, un terribile e tragico segno emblematico di divisioni e di lacerazioni. Divisioni perfino tra credenti che, pure, affermano la comune fede in Dio, o anche nel Cristo morto e risorto. Si tratta, certo, di rotture storiche e divisioni teologiche, peraltro mai pienamente ricucite neppure in ambito cristiano. E ciò, nonostante i Dicasteri vaticani per il dialogo interreligioso e il dialogo ecumenico! Nella ricorrente preghiera annuale per la pace di Assisi avevamo, per così dire plasticamente, già il segno di tante divisioni antiche, che lacerano la tunica inconsutile di Cristo: Patriarcato ecumenico ortodosso, Patriarcato Greco-ortodosso di Alessandria d’Egitto e di tutta l’Africa, Patriarcato Greco-ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente, Patriarcato greco ortodosso di Gerusalemme; e poi di Mosca, di Serbia, di Romania, di Bulgaria, di Cipro, di Polonia, di Albania… Tante chiese “autocefale” e separate da Roma, insomma, a cui va aggiunta la serie delle antiche Chiese dell’Oriente; e ancora, a riprova delle persistenti divisioni tra cristiani, le Chiese e comunità ecclesiali, Federazioni e alleanze cristiane di Occidente…
Tante sigle di credenti nell’unico corpo sepolto e risorto dell’ebreo circonciso, Gesù di Nazaret! Eppure, da quel sepolcro della città santa, dove fu deposto da pochi intimi, egli uscì, una volta, per la vita senza fine e, soprattutto, per la pacificazione universale. Ma non solo: ne uscì anche per il ri-avvicinamento tra coloro che ripetono di credere in Lui come “nostra pace”: «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia» (Efesini 2,14).
Non solo la guerra totale e non dichiarata, ma le stesse fedi religiose restano, insomma, dolorosamente disunite. Ricordate la Dichiarazione congiunta tra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica che si univano, purtroppo non per sempre, «nella loro comune testimonianza al messaggio del Vangelo in un mondo lacerato da conflitti e desideroso di conforto e speranza»? Era la domenica di dieci anni fa, quella del 26 giugno 2016, ad Etchmiadzin (Palazzo Apostolico), quando le due firme sotto un memorabile, e inattuato, documento di pacificazione, furono quelle di due “santità” (cattolica e armena), cioè di Fancesco e Karekin II.
E che dire, poi, degli esponenti della Chiesa egiziano-copta e di quelli della Chiesa ortodossa etiope, che rivendicano ancora, ciascuna con pretese di esclusività, il controllo del monastero di Dir Al Sultan, costruito anch’esso su una terrazza soprastante la Basilica del santo Sepolcro? La minoranza cristiana che vive a Il Cairo, intorno al Papa copto (che siede sulla cattedra che fu di san Marco, l’evangelista che convertì l’Egitto agli albori del cristianesimo) periodicamente si recava anch’essa al Sepolcro di Gerusalemme.
Ora quel Sepolcro sbarrato non può neppure più ripetere, muto, l’appello a ri-avvicinarsi: colui che è Risorto, come dice papa Leone fin dal primo giorno di pontificato, sta ripetendo a tutti, da lontano e dal profondo, l’annunzio di una pace disarmata e disarmante. Del resto, proprio nella città della pace la Chiesa apostolica romana e il Patriarcato ecumenico s’incontrarono già ai tempi Papa Paolo VI e del Patriarca Ecumenico Atenagora: dopo secoli di reciproco estraniamento, fu un segno di grande speranza, in attesa di giungere, si disse e si scrisse, al giorno in cui si sarebbe potuto partecipare insieme al banchetto eucaristico.
- Non è più qui.
Secondo la tradizione antica, Cristo nostra pace non abita più nel suo Sepolcro di Gerusalemme, neppure dietro l’Edicola del sepolcro, ora reso inaccessibile. Racconta, infatti, Mt 27,57-61: «Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò». Quel sepolcro nuovo fu abitato per poco: solo fino al terzo giorno, l’ora della Resurrezione.
Così come, sedute di fronte alla tomba, rimasero Maria di Màgdala e l’altra Maria, i fedeli, particolarmente cristiani, hanno fatto tanto, nei secoli, per restar seduti ancora lì, presso quel sepolcro scavato nella roccia. A volte, purtroppo, lo hanno fatto anche con mezzi violenti, come durante le crociate, che il sommo poeta rinascimentale Torquato Tasso, nativo di Sorrento, consegnò nelle memorabili ottave del suo poema, la Gerusalemme liberata che poi, sempre nelle mani del poeta, divenne la Gerusalemme conquistata. Come leggeremo prossimamente in un volume che raccoglie gli Atti di un Convegno internazionale (edizioni la Valle del Tempo di Napoli: imminente), Tasso voleva rappresentare una realtà per niente scontata, mediante la dialettica – drammatica, incerta ed enigmatica – tra l’individuo (donna o uomo), e l’azione epica di coloro che avrebbero voluto essere i “liberatori del santo Sepolcro”, allora nelle mani dei musulmani. Quasi, prefigurando un romanzo moderno ante litteram, l’ultimo Tasso canta «l’arme e ’l cavalier sovrano,/ che tolse il giogo a la città di Cristo» (Gerusalemme Conquistata I,1, 1-2): così esordiva la seconda Gerusalemme, che intendeva raccontare, appunto, la riconquista dei trofei di Cristo perché non cadessero di nuovo nelle mani degli esponenti di un monoteismo reputato rivale. Le precedenti «arme pietose e ‘l capitano/ che ’l gran sepolcro liberò di Cristo)» (Gerusalemme Liberata I,1,1-2) cedettero, così, il passo a tragici epiloghi di donne e uomini delle due fedi, in lotta proprio dentro Gerusalemme. Il tragico epilogo della guerriera avversaria Clorinda è, parallelamente, anche il dolore del cristiano Tancredi, che ha perso l’amata della fazione opposta. Benché morta fuori della cinta muraria di Gerusalemme, la rivale-nemica musulmana viene, tuttavia, accolta nella Gerusalemme celeste con il viatico del battesimo, amministratole proprio da Tancredi. La scena, già presente nella Liberata, è ancora più esplicita nella Conquistata, in cui la guerriera si rende conto che la morte è ormai prossima e chiede addirittura di essere battezzata per conseguire, appunto, la salvezza dell’anima. Nel successivo Giudicio sovra la Gerusalemme riformata, Tasso scriverà di aver voluto rendere affettuoso il suo racconto poetico, «estimando ch’a’ cavalieri cristiani si convenga la pietà usata ancora ne’ barbari e ne gli infedeli: laonde non debbo meritar biasimo perch’io abbia voluto in tutt’i modi e da tutte le persone la misericordia».
Misericordia, insomma, e non sangue. Una misericordia pietosa, suggerita dal luogo stesso del Sepolcro, che pure era ritenuto da liberare o riconquistare. O meglio, da pacificare, sembrava insinuare il poeta sorrentino.
Non ricordano ancora tutto questo, soprattutto al mondo cristiano, gli appartenenti all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme? L’antica istituzione pontificia, oggi in fase di forte sviluppo, sia dal punto di vista numerico, sia dal punto di vista dell’espansione geografica, come dal punto di vista della consistenza degli aiuti ai luoghi santi, ha ascoltato da poco papa Leone: «Desideriamo… esprimere la nostra vicinanza e totale sostegno alla Chiesa Madre di Gerusalemme: da sempre questo è il nostro compito e la nostra missione. Ora più che mai».
Missione non delle armi, missione dell’anima; missione di pace, insomma, di cui il corpo non risuscitato sente gravare il peso e non la liberazione. Ha scritto un matematico e poeta, in un suo recente volume (Antonio di Nola, Resurrezione, La Valle del Tempo, Napoli 2026): «Favilla di cosmo/ è l’anima.// E il mio corpo/ non se ne dà pace».
«Non se ne dà pace»: è inquietudine, limite, nostalgia di purezza, espressa dal poeta come di fronte a un’Edicola vietata e sbarrata. L’antica saggezza di lapidarie parole di pace potrebbe addirittura autorizzare a porre un dubbio sigillo di fede non solo su una tragedia «biblica», che vede da decenni contrapporre popoli per una stessa terra, ma ora addirittura vieta di farsi pellegrini verso la città della pace? Di tutto questo, e di molto altro, si dovrà discutere, alla vigilia della Settimana santa, nel Complesso monumentale di santa Maria la nova, Venerdì 27 marzo 2026, dalle ore 18.00.
