«Con meno italiano, lei forse sarebbe ancora più in alto». Romanzo breve del 1989, pubblicato poco prima della morte dell’autore, Una storia semplice è forse l’eredità culturale e antropologica di Leonardo Sciascia. L’arguto enunciato che il professore rivolge al magistrato appare come la perfetta sintesi della lunga attività di ricerca del vero che l’autore ha sempre testimoniato attraverso la scrittura.
In una realtà che è groviglio di verità nascoste dalla menzogna, Sciascia applica la ricerca del vero attraverso la ragione di Voltaire e il relativismo conoscitivo di Luigi Pirandello: il risultato è la voluta incapacità dei personaggi di pervenire a una veritiera conclusione. Il personaggio sconfitto testimonia quanto l’indifferenza, intesa come rifugio dal potere esercitato come abuso, dia inevitabilmente spazio a una verità storica capovolta dalla distorta verità processuale.
La realtà è una recita: ogni personaggio indossa una maschera che cela l’orrore del proprio volto, ma il ribaltamento della verità non fa che far apparire come fantasia e romanzo la lucida ricostruzione di chi non accetta i compromessi del sistema. Un sistema che usa la religione come strumento di potere, dove le coscienze sono avvolte nell’oscurità di un’omertà che funge da collante sociale delle istituzioni.
In un Paese in cui, pioneristicamente, Sciascia vede la competenza come colpa e l’intelligenza come ostacolo all’ascesa sociale, l’autore lascia il monito di un protagonista che, seppur isolato e vittima del potere, ricorda come ogni uomo possieda fiuto per l’inganno e ragione per portarlo alla luce. «Il miglior cane sei tu», disse il professor Franzò all’ormai sconfitto brigadiere.
