- Un magistero pontificio che si va precisando
Le linee caratterizzanti il pontificato di questo Papa di origini americane si vanno sempre più precisando, pur tra qualche polemica o sottolineatura critica. Ad esempio, ha fatto molto discutere il Messaggio di Leone XIV, a firma del segretario di Stato Parolin, indirizzato alla plenaria della Conferenza Episcopale francese. riunita a Lourdes. Tra i temi in agenda, I vescovi francesi avevano due questioni “calde” e sempre molto discusse, sia dentro che fuori la Chiesa cattolica romana. In primo luogo, il tema della Messa tradizionale (o Vetus Ordo), che vuole continuare a celebrare secondo il Messale tradizionale di san Pio V, ponendo la rilevante questione teologica se, nella Chiesa romana, esistano più riti, oppure se si trattai dei diversi usi di un unico rito liturgico. In secondo luogo, il tema della misericordia per i preti abusatori di minori e di persone particolarmente vulnerabili- per i quali la Francia è stata, con altre nazioni del vecchio e del nuovo Continente – duramente provata. In molti, di fronte al messaggio pontificio, si sono chiesti se sia terminata la tolleranza zero, proclamata sia da Benedetto XVI che da Francesco, o se si tratti soltanto di adottare oggi delle misure idonee per prevenire altri casi. In Francia, si ricorderà, è stato creato, fino all’agosto 2026, l’INIRR (Organismo nazionale indipendente per il riconoscimento e la riparazione delle vittime di abusi del clero). Perseverare o allentare la severità?, si sono chiesti in molti. “Un punto della vostra riflessione”, si leggono queste testuali espressioni pontificie su “Vatican News”, “riguarderà il proseguimento della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione che avete intrapreso con determinazione. È infatti opportuno perseverare nel lungo periodo nelle azioni di prevenzione avviate”. Non è, tuttavia, mancato, da parte della santa Sede, l’invito a “continuare a manifestare l’attenzione della Chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti. È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali”. Ecco la domanda emersa in tutto il cosiddetto popolo di Dio: cosa significa, ma soprattutto, cosa comporterà operativamente, questa affermata misericordia verso gli indegni colpevoli di abusi sessuali e psicologici?
Non sono, poi, mancate le discussioni sulla visita-lampo di Leone XIV nel Principato di Monaco, alla vigilia della Settimana santa. Caratterizzata dallo stesso papa Prevost come una prima volta nella storia, nel corso della visita Leone XIV si è auto-definito (nel saluto alla popolazione del 20marzo 2026)) «il primo fra i Successori dell’Apostolo Pietro, nei tempi moderni, a visitare il Principato di Monaco, una Città-Stato che si distingue per il vincolo profondo che la unisce alla Chiesa di Roma e alla fede cattolica». Ha, in pratica, voluto rimarcare il senso della piccolezza che potrebbe divenir grande (anche economica, se la ricchezza viene posta al servizio del diritto e della giustizia); e ciò proprio nel contesto di una guerra, ormai mondiale, ancora in corso, «specie in un momento storico in cui l’ostentazione della forza e la logica della prevaricazione danneggiano il mondo e compromettono la pace».
- La progressiva configurazione della Chiesa come “popolo”
Al di là dei legittimi dibattiti su azioni o parole di un Papa, vi sono dei momenti, per così dire, topici nel suo magistero (proprio così, Magisterium, si legge nel ri-disegnato sito informatico del Vaticano). E non solo di un papa, bensì dell’intera comunità ecclesiale presente nel mondo. Popolo è qualcosa in più di Stato o di etnia, e perfino di religione o culto. Vi sono dei momenti che vanno, dunque, sottolineati, allo scopo di comprendere verso dove un Pastore, come l’attuale Vescovo di Roma, intende condurre l’intero popolo cristiano, diffuso su tutta le terra, di cui il Pontefice – ogni Papa – è anzitutto servitore (Servus servorum Dei, diceva un’antica formula).
Uno di questi momenti topici è certamente quello dell’omelia del Giovedì santo del 2026, che in ogni diocesi del mondo cattolico rappresenta, appunto, il momento significativo dell’incontro cuore a cuore tra i Pastori e il popolo cristiano che cammina nella storia. Del resto, la cosiddetta Messa del crisma – momento della memoria annuale del giorno in cui Cristo Signore comunicò agli apostoli e ai ministri ordinati il suo sacerdozio – rappresenta un momento peculiare, perché programmatico. In questa Messa, infatti, sono rinnovate le promesse, che ogni ministro ordinato fece al momento dell’ordinazione, e si benedicono gli oli e il crisma che saranno utilizzati per tutto l’anno nella celebrazione dei sacramenti. Del resto, non fu proprio l’unzione dello Spirito Santo che costituì il Cristo, Figlio di Dio, quale Pontefice della nuova ed eterna alleanza? Con quella medesima unzione, ricorda la Messa degli oli della mattina del Giovedì santo, Dio stesso ha voluto che l’unico sacerdozio di Cristo fosse perpetuato nella Chiesa e comunicato, in primo luogo, a tutto il popolo dei redenti e, in esso, ad alcuni che, scelti con affetto di predilezione dal Signore, sono, con il Crisma, selezionati mediante l’imposizione delle mani e resi partecipi del ministero di salvezza.
Quali linee di riflessione programmatica papa Leone XIV, ha proposto nel corso della Messa crismale di quest’anno? Una Messa in cui ogni presbitero celebra, con il Vescovo di Roma, la solenne Liturgia della consacrazione degli oli per i sacramenti del battesimo, confermazione, ordinazione dei diaconi e preti, e unzione dei malati. Nel corso di essa, papa Prevost, non a caso, ha voluto riflettere sulla «missione a cui Dio ci consacra come suo popolo», evidenziando, tra l’altro, i “segreti” che questo popolo non solo è chiamato a custodire, ma a riscoprire nell’oggi. Lo ha significativamente fatto con una sorta di “avvertenza” per tutti: non si deve pretendere di «dominare noi i tempi di Dio», che restano i tempi dello Spirito santo e non degli orientamenti e strategie umane. Papa Prevost utilizza alcune parole testuali di Carlo M. Martini: lo Spirito divino «c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro». In sintesi, «se la missione non è avventura eroica di qualcuno, ma testimonianza viva di un Corpo dalle molte membra», la Chiesa viene sollecitata, a partire dai suoi ministri ordinati, ad assecondare l’azione dello Spirito divino, a cui è subordinato ogni altro spirito umano, ogni strategia, ogni decisione.
- La sintonia del popolo con i ritmi imprevisti dell’invisibile
Gli oli sacramentali e il crisma, del resto, consacrano, prima di tutto, non tanto le singole persone, bensì un popolo, come ha voluto significativamente ricordare Leone XIV, quello che, fin dal primo Testamento, era, appunto, denominato popolo di Dio. Il popolo non è soltanto un dato sociologico (inglobante tutti noi in un insieme, superiore alle stesse differenziazioni geo-politiche, etnie, stirpi, gruppi, persone…). Ma è soprattutto un fattore religioso qualificante che, mentre aggrega (e secondo i diversi assetti politici e amministrativi, collega le persone in Stati e Ordinamenti), tende soprattutto a rispettare l’individualità di ciascuno. In un popolo, puntualizza papa Leone, «ciascuno partecipa secondo la propria vocazione e in una personalissima obbedienza alla voce dello Spirito, mai però senza gli altri, mai trascurando o rompendo la comunione!». Insomma, lo Spirito soffia dove vuole, ma non ispira mai l’uno senza gli altri, soprattutto non è mai divisivo. Anche quando questo popolo si mette in cammino, in situazione di annuncio e di missione (si parla, appunto, di popolo missionario), non lo fa mai con mire di potere o di sopraffazione, come tante volte è storicamente e avvenuto nella vicenda della Chiesa: essa, mentre, si riscopriva “inviata”, “missionaria”, “mandata alle genti”, anche alle civiltà del nuovo mondo o del sud del mondo, si assuefaceva ai dominatori e ai conquistatori. «Dio consacra per inviare», continua papa Prevost, ma invia soprattutto ai poveri, agli oppressi, agli ultimi, ai dimenticati, a quelli che muoiono ancora nel Mediterraneo alla ricerca di un approdo ritenuto più sicuro. È un andare, fidandosi di Dio, lasciandosi anche sorprendere dal nuovo e dall’imprevisto. Ha insistito ancora Leone XIV nella Omelia della Messa del crisma: «“Mi ha mandato” (Lc 4,18), dice Gesù, descrivendo quel movimento che lega il suo Corpo ai poveri, ai prigionieri, a chi brancola nel buio e a chi si trova oppresso… essere mandati comporta, per prima cosa, un distacco, ovvero il rischio di lasciare ciò che è familiare e certo, per inoltrarsi nel nuovo».
- “Fare i conti” col passato remoto e prossimo
Il Papa invita oggi il popolo a fare i conti con il passato remoto e prossimo, interrogandosi sul senso dell’essere un popolo di inviati: ci si riscopre inviati soltanto dopo che ci si è riconosciuti “svuotati”. E ciò a partire dall’invio del Figlio eterno di Dio, il quale «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso» (Fil 2,6-7): ogni missione comincia, insomma, da quel tipo di svuotamento in cui tutto non si perde, ma rinasce: «La nostra dignità di figli e figlie di Dio non può esserci tolta, né andare perduta, ma nemmeno gli affetti, i luoghi, le esperienze all’origine della nostra vita possono essere cancellati. Siamo eredi di tanto bene e insieme dei limiti di una storia in cui il Vangelo deve portare luce e salvezza, perdono e guarigione».
Vi è, in queste battute, come uno sguardo peculiare al senso della storia di un popolo e di tutti i popoli, peraltro oggi soggetti a guerre folli e non dichiarate. Un popolo, quello di cui siamo parte, che viene oggi chiamato esplicitamente a non camminare senza memoria del passato, fatto anche di errori, di tradimento del Vangelo, di logiche di dominio, anziché di altruismo: «Non c’è pace senza partenze, non c’è consapevolezza senza distacco, non c’è gioia senza rischio. Siamo il Corpo di Cristo se andiamo avanti, facendo i conti col passato senza venirne imprigionati». E ancora: «La missione è stata non di rado stravolta da logiche di dominio». Vale a dire: «portiamo il peso degli errori e delle colpe di chi ci ha preceduto», che le ricostruzioni storiografiche ci presentano in tutti gli aspetti e di cui, in molti, non vogliamo far tesoro in tante parti del nostro mondo, in cui predomina ancora la logica delle armi e della forza violenta.
L’amore è vero, ricorda il Papa, soltanto se disarmato, ha bisogno di pochi ingombri, di nessuna ostentazione, custodisce delicatamente debolezza e nudità: «Fatichiamo a buttarci in una missione così esposta, eppure non c’è “lieto annuncio ai poveri” (cfr Lc 4,18) se andiamo a loro coi segni del potere, né vi è autentica liberazione se non diventiamo liberi dal possesso. Tocchiamo qui un secondo segreto della missione cristiana. Dopo quella del distacco vi è la legge dell’incontro». È una logica, questa, che vale sia in ambito pastorale che in ambito sociale e politico. Il bene, ogni bene non può venire dalla prevaricazione o dalle logiche dei moderni conquistadores. Anzi, sottolinea papa Prevost, «i grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi, che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto. È la via dell’incarnazione, che sempre di nuovo prende forma di inculturazione»
- Un popolo in cui ci si sente sempre degli “ospiti” e, inoltre, un popolo che non ha paura
Non dominatori, ma ospiti, dunque. Non l’esercito della salvezza, bensì persone che si fanno ospiti e ospitano, anche nei momenti di crollo quantitativo della pratica di culto, o di diminuzioni nei libri dei battezzati: «Siamo ospiti: lo siamo come vescovi, come preti, come religiose e religiosi, come cristiani. Per ospitare, in effetti, dobbiamo imparare a farci ospitare. Anche i luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata non sono terra di conquista, o di riconquista». Di fronte alla drammatica possibilità «dell’incomprensione e del rifiuto», vale sempre e comunque la logica del Figlio di Dio, quella del più debole, non quella del più forte, della luce silenziosa, non degli strumenti di sopraffazione e di morte. Qui il messaggio di Papa Leone si fa critica e programma, in contro-tendenza rispetto ai metodi di violenza e di occupazione, che oggi sembrano averla vinta nel nostro atomo opaco del male: «L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova».
Per dire sinteticamente tutto questo, il Papa – che fu vescovo a Chiclayo, in Perù, dal 2015 al 2023 -, ricorre all’arcivescovo di san Salvador, Oscar Arnulfo Romero, assassinato sull’altare durante la celebrazione della santa messa, dagli squadroni della morte, che egli stesso stava cercando di fermare: «Ne ricordo uno, che mi è particolarmente caro. Un mese prima della sua morte, sul quaderno degli Esercizi spirituali, il santo Vescovo Óscar Romero così annotava: “Il nunzio di Costa Rica mi ha messo in guardia da un pericolo imminente proprio in questa settimana… Le circostanze impreviste si affronteranno con la grazia di Dio. Gesù Cristo aiutò i martiri e, se ce ne sarà bisogno, lo sentirò molto vicino quando gli affiderò il mio ultimo respiro. Ma, più dell’ultimo istante di vita, conta dargli tutta la vita e vivere per Lui… Mi basta, per essere felice e fiducioso, sapere con certezza che in Lui è la mia vita e la mia morte; che, nonostante i miei peccati, in Lui ho riposto la mia fiducia e non resterò confuso, e altri proseguiranno, con più saggezza e santità, il lavoro per la Chiesa e per la patria”».
Superiamo il senso di impotenza e di paura! Un popolo non inerme sa ascoltare l’appello sintetico al popolo di Dio, formulato da Leone XIV nel giorno del Giovedì santo: il popolo che annuncia la morte del Signore, ne proclama sempre e comunque la risurrezione, nell’attesa della sua seconda venuta. Insomma, concretezza, fiducia e speranza. E soprattutto, riscoprirsi come popolo.
Auguri!
