Nella cronaca politica e giudiziaria di questi mesi ricorre, con insistenza, uno dei tanti vocaboli presi in prestito dalla lingua dei nostri alleati d’Oltreoceano – forse? – ma sicuramente comprovati colonizzatori. D’altra parte, proprio l’adozione di stili di vita e connessi linguaggi, ci dà prova – se ne avessimo bisogno! – di come le due cose stiano insieme. È accaduto anche per il mondo digitale, nella sua prima versione hardware: la trasformazione nella seconda metà degli anni ‘80 di un Commodore 64 in personal computer ha segnato una svolta epocale, come lo è stato, sul fronte femminile e domestico negli anni del boom economico del dopoguerra del ‘900, la possibilità d’acquisto di un frigorifero, di una lavatrice, di una cucina a gas. Nuovi strani utensili da inserire nell’allestimento casalingo e con cui necessariamente familiarizzare.
Si è trattato di un inatteso quanto repentino viaggio, che ci ha fatto scoprire non più solo una macchina ludica, come lo era e lo è ancora una playstation, ma anche la sua capacità organizzativa da workstation. Da quel momento in poi si è trattato di un percorso inarrestabile, fino a farne una connessione al mondo globale, da portarsi comodamente in tasca in uno smartphone e da cui si potrebbe anche telefonare.
Io lo ricordo ancora quel primo incontro d’istruzione sull’uso di un pc: quel tecnico informatico era di origine greca, rendendo ancora più intrigante il confronto tra il mondo classico e ciò che si apprestava a girare con un sistema operativo dal nome abbreviato e marziano: il DOS. Prima della sorprendente idea monopolistica di Bill Gates, con l’invenzione e la vendita del sistema operativo Windows nel 1985, in un primo momento i pc venivano controllati con una semplice riga di comando basata sul testo. Questo lo rendeva efficiente e funzionale, ma il fulcro della sua capacità d’archiviazione e d’utilità era l’inserimento, in un’apposita fessura, prima di un disco quadrato, poi ridotto alle più gestibili dimensioni di un floppy disk. Dall’anno della sua invenzione nel 1967, questo dischetto magnetico d’archiviazione subisce, infatti, continui restringimenti con un aumento delle sue prestazioni come memoria digitale. La rivoluzione digitale fu la sostituzione di questo dischetto ai faldoni d’archivio, come le fotocopiatrici e le stampanti fecero piazza pulita di carta copiativa e di ciclostili. Il collegamento tra queste macchine magnetiche si chiama per l’appunto file: “un file è una risorsa informatica che contiene dei dati e viene identificata da un nome e da un’estensione”, così lo si presenta in uno dei tanti siti di formazione informatica presenti sul web. Il file è il mezzo di trasporto tra questi vari mondi, che vengono esplorati dalla lettura di dati e documenti salvati su queste unità magnetiche. Non più carte da conservare, magari impolverate, ma semplici supporti da salvare, magari replicandoli in copia con il timore sempre presente di una loro definitiva cancellazione.
Salvare da chi e che cosa?
È proprio questa geniale invenzione, infatti, capace di aprire spazi di libero pensiero e di ispirare tanta creatività, che diventa nelle cronache dei nostri giorni la traccia ed il documento di un mondo tribale, che ci fa precipitare giù sulla via oleosa del sopruso. Che mondo viene “mappato” dai files di Epstein? Un mondo sicuramente orribile, un baratro del male, che trasforma anche le parole di un politico di rango come Vladmir Putin – lui che di persecuzioni, omicidi eccellenti e guerre se ne intende e non certo dall’invasione dell’Ucraina – come una sentenza su cui riflettere: “per secoli sono stati abituati a riempirsi la pancia di carne umana e le tasche di soldi. Ma devono capire che la danza dei vampiri sta finendo”, così si può tradurre in italiano da una sua intervista del 2024 alla rete Rossiya 1 e all’agenzia RIA Novosti. Era solo un’immagine o era l’indizio di prassi note alle élites del potere mondiale? Non amo la retorica dei poteri forti da scomodare ad ogni costo e che certamente esistono come dinamica violenta di governance delle cose del mondo. In realtà, nei files di Epstein, se le varie autorevoli anticipazioni ne daranno conferma, il mondo è proprio una roba brutta, in cui si va oltre la “banalità del male” e di cui tanto ci ha parlato nel ‘900 Hannah Arendt, una storica, filosofa e politologa tedesca naturalizzata statunitense, divenendo una dei più influenti teorici politici del XX secolo. La sua origine familiare ebraica renderebbe il cortocircuito della storia ancor più incandescente, se venissero purtroppo confermate altre ipotesi sulla militanza di Jeffrey Epstein, che da imprenditore mette su una rete di archiviazione digitale, in cui abuso del potere e del sesso vengono tenuti insieme dalla potenza del ricatto.
Insomma, un ritrovato della tecnologia odierna come dei files, che ci documenta quanto di più violento e primitivo ci sia nei comportamenti di gruppi dirigenziali del pianeta: la gravità sta tutta qui, che mi suggerisce il rinvio ad un altro celebre scritto di Hannah Arendt con Le origini del totalitarismo*, da lei pubblicato per la prima volta nel 1951. La fragilità della condizione infantile e femminile anima un circo equestre per esibire ed inebriarsi del possesso altrui: è inaccettabile tutto questo, se la si vuole chiamare civiltà umana da tramandare ai posteri. I dettagli dei files – quando e se diffusi – ci potranno solo dare la misura del terrore, che mi sembra già abbastanza sconcertante. Pare che, con una dubbia premura, non si possa o voglia scoperchiare tutto, per evitare che la gente si scandalizzi troppo: e se fosse, invece, proprio questo l’evento shock, per ridarci il senso di ciò che è umanamente accettabile? Le guerre ed i morti stanno lì al d là dei nostri confini occidentali; poco meno fanno i ripetuti scandali per la pedofilia, anche quando rivelano criteri sistemici di esponenti di organizzazioni, che avrebbero dovuto per mission dedicarsi alla cura dei più fragili ed esposti; insomma, ci sarà un momento, in cui nel flusso delle informazioni condivise velocemente, i files ci costringeranno a fermarci e specchiarci in questo mare di sangue?
La seconda metà del ‘900 è stata imperniata sulla didattica della memoria come risposta politica, civica e religiosa al drammatico Olocausto ebraico e tanti di noi, ognuno nel proprio ambito, abbiamo formato giovani generazioni e adulti ignari e distratti sull’importanza di “non dimenticare”. Varrebbe, dunque, la pena di non dimenticare mai il male, che, proprio in quanto banale, ci sta rendendo ancor più prigionieri della stupidità e fragili nelle nostre piccole certezze?
*Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino, 2009.
