NAVIGAZIONI:
Crisi, critico, criticità, crinale: parole abusate dalla complessità, che la nostra lingua accomuna allo spettro del disincanto e della paura, come uno scenario in cui la spinta al cambiamento si ferma sul baratro del terrore. Eppure, l’origine greca [dal verbo krino, distinguere, giudicare] dovrebbe farne un’arte della scelta e della decisione, una capacità della navigazione in tempi di onde alte alla ricerca di approdi sicuri: non, dunque, buio fitto, quanto capacità di orientamento e di visione. Ed è quella che in questi momenti è necessario che l’opinione pubblica esiga e le leadership di governo “democratico” condividano con i cittadini. La quantità di informazioni è difficile da metabolizzare, riuscendo a distinguere una news da una fake news, come oggi abbiamo imparato a chiamare una notizia falsa ed inquinata dal condizionamento della strumentalità. In una società dell’informazione è necessario leggere, ascoltare, confrontarsi secondo quell’attitudine al pensiero critico, che solo può dare autonomia della decisione. A volte gli eventi fanno sì che siamo inondati dalla cronaca dei fatti, come uno tzunami inatteso, senza riuscire più a distinguere non solo il vero dal falso, ma anche la destinazione stessa di una narrazione. In questi giorni, infatti, la guerra non è solo combattuta militarmente, ma la strategia è anche dosaggio delle informazioni, le sole che consentano di immaginare che si sia dalla parte giusta della Storia, che tutto si stia facendo per il bene dell’umanità. Le parole hanno il calibro di pallottole e sono in grado di indirizzare umori e sensazioni della base, che, elettiva o suddita a seconda dei contesti sociopolitici, bisognerà pur raccogliere il consenso di una piramide sociale. Negli USA come nella Repubblica islamica, nella terra eletta di Israele o per i terroristi di Hamas, in Ucraina o nella Russia dei nuovi zar oppure oltre l’inaccessibile muraglia cinese: da parti diverse e contrapposte, tutti vogliono convincerci che la guerra sia il male necessario del destino dei popoli; la si può qualificare come preventiva, come difensiva, come liberatrice, ma alla fine sempre di guerra si tratta e, soprattutto, è combattuta sul campo militare, da chi non ha trovato di meglio da fare professionalmente.
Dinanzi a tutto ciò, è spontaneo chiedersi: che cosa si può fare? Che cosa può il cittadino del mondo rispetto a strategie che sembrano volare sulle nostre teste come i droni, da cui proteggersi senza affacciarci imprudentemente alle finestre, come un buon ministro della Repubblica Italiana pur ammonisce rivolgendosi agli Italiani bloccati nei paesi mediorientali.
In primo luogo, è proprio necessario affacciarsi al davanzale del mondo, rischiare la critica della conoscenza, senza smettere mai di pensare da un maturo punto di vista con l’acume di chi sa verificare una consolidata opinione, quando e se cambieranno i dati a nostra disposizione. Non ci saremo accomodati troppo a lungo nei nostri salotti, narcotizzati del palinsesto televisivo pomeridiano con tanto di infinite serie turche da sognare. La conoscenza potrà così anche stimolare e divenire rete del confronto, partecipazione delle nostre opinioni, parte della nostra diretta cittadinanza come una pubblica obiezione di coscienza che ha nutrito generazioni di sogni e di speranza. Al contrario assisteremo ad una lenta familiarità della guerra, ad una sua progressiva normalizzazione, come costo inevitabile per continuare a fare tranquillamente quanto finora ci ha resi felici nei nostri confini. Nessuno ci ha spiegato, però, che le guerre sono come una partita di calcio, in cui si può vincere, ma anche soccombere da favoriti. Può un equilibrio tra gli umani dipendere dalla quantità di bombe a disposizione dei nostri arsenali? Si può sperare in un altro assetto della cittadinanza globale o dobbiamo arrenderci, senza se e senza ma, alla necessità del demone della distruzione? Di sicuro, quello che di nuovo impressiona è la nuova esibizione belligerante, il narcisismo della sua inevitabilità, l’assenza di pudore che alimenta immaginari collettivi in grado di dare orgoglio identitario a dei gruppi sociali depressi. Dinanzi all’inevitabile conflitto del confronto sociale e geopolitico, la guerra andrà sempre considerata come un’eresia della Storia ed un vuoto della ragione umana: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo”, così ammoniva nell’agosto del 1939 un fine diplomatico ed un controverso Papa del ‘900 come Pio XII dinanzi all’imminente pericolo – come di fatto avvenne – della II guerra mondiale.
Nel corso dell’annuale anniversario delle celebrazioni dedicate alla commemorazione della morte di Francesco d’Assisi (1181-1226), indiscusso fratello universale e cantore della pace tra i popoli, non sono riuscito ad appassionarmi al rito della pubblica visione di ossa defunte, per quanto di un Santo, la cui ostensione ho trovato sterile per una religione che fa del Vangelo del Risorto la sua cifra essenziale: c’è già tanta immagine di morte nel mondo, per doverne diffondere delle altre per quanto di sante reliquie. La cifra del Santo Francesco non è stata il suo essere il primo italiano, come si è affannato a sottolineare il titolo di un libro storico-biografico a lui dedicato: al contrario, lui è stato indiscutibilmente il primo cittadino del mondo, testimoniando la libertà delle peregrinazioni come un modo di stare sulla pubblica piazza senza insegne ed appartenenze rassicuranti. Francesco ha posto al centro del suo umanesimo integrale – ovvero per tutti! – la possibilità del sogno, di un sogno semplice per il cuore di ogni uomo: questa è la dimensione di un’umana possibilità costruttiva e, in quanto tale, pacificatrice. È, invece, la sproporzione dei propri desideri, che trasforma i sogni in coltelli e bombe, in una lotta di sottrazione da cui solo può nascere una personale condizione di vantaggio; è il piano di accumulo, che fa da motore delle guerre: se non ti tolgo, non avrò tanto di più! Motivo per il quale la sua scelta “matrimoniale” di sposare Madonna Povertà non ha mai elogiato la miseria, ma la libertà delle scelte in ogni condizione di vita fino al punto di non essersi mai considerato come un fondatore da seguire, ma solo un testimone con cui andare per il mondo. Dal “Poverello di Assisi” – non a caso così invocato – impariamo come il tema della giustizia e dell’eguaglianza resti ineluttabilmente la questione centrale, se vorrai vivere desiderando un futuro. D’altronde, ancor prima di qualsiasi ricetta politica di conservazione o di progresso, classismo e sudditanza non sono più di moda almeno dal ‘700 dei Lumi francesi e non lo dovevano essere almeno dalla predicazione del Nazareno Gesù, che probabilmente, proprio per questo messaggio ereticale, fu accolto come un pio riformatore marginale.
Il sogno semplice del reciproco riconoscimento resta fin troppo irrisolto, al centro delle nostre società opulente e malate di eccessi, mentre dovrebbe dettare l’agenda politica anche solo per ossequio alla ragionevolezza dell’evidenza. Dinanzi all’emergenza di questi giorni, bene ha ricordato il premier spagnolo Pedro Sanchez che “non dobbiamo ripetere gli errori del passato” con un discorso orientato alla Realpolitik del 21.mo secolo e con un profilo da leader, che oserei chiamare – secondo le categorie politiche odierne – un vero sovranista, per quanto esponente di una coalizione di sinistra, poiché ha difeso quell’unica sovranità territoriale che gli viene dal mandato popolare: la pace e l’equità sociale.
Per noi umani che siamo fatti della stessa materia delle stelle – come ci ricorda la laica astrofisica Margherita Hack** – sarà il desiderio, dunque, e non il disincanto la leva del nostro futuro, soprattutto quando in cielo le luci si confondono ripetutamente con il bagliore che precede un inferno di fuoco.
*Francesco De Gregori, Generale (1978) – https://youtu.be/jm1lhKXnt4w
Anastasio, Generale (2018) – https://youtu.be/YJMQkDShd1Q
** Margherita Hack, Marco Morelli, Siamo fatti di stelle. Dialogo sui minimi sistemi, Einaudi, Torino 2016.
