Come ogni anno la celebrazione del 25 Aprile è motivo di festa per il nostro Paese, ricordando l’immane tragedia della guerra – di ogni guerra! – ma non mancano voci dissenzienti che la ritengono divisiva rispetto a quanti, invece, militavano dall’altra parte della barricata. La ricorrenza, infatti, coincide con la data scelta dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, che proprio il 25 aprile 1945 lanciò da Milano, quale sede del comando partigiano, il suo appello all’insurrezione armata in tutti i territori ancora occupati dalle forze nazifasciste, ponendo fine all’occupazione nazista, a venti anni di dittatura fascista e a cinque anni di guerra. «Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire»: con queste parole il futuro Presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini, nelle vesti di militante partigiano proclamò lo sciopero generale. Tra i decreti programmati in quelle giornate ve ne fu uno che deliberò di fatto la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti: “I membri del Governo Fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del Paese, e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’ergastolo”. In ossequio a quanto decretato, alcuni giorni dopo – il 28 aprile del 1945 – Benito Mussolini veniva giustiziato alle ore 16:10 da un commando partigiano, mentre a Giulino di Mezzegra, frazione di Tremezzina sul lago di Como, tentava di fuggire verso la Svizzera insieme alla sua compagna Clara Petacci e ad altri gerarchi fascisti: la dittatura fascista e la sua riesumazione con la Repubblica Sociale Italiana erano giunti al capolinea. La cosiddetta Repubblica di Salò – così nota per la sua capitale sul Lago di Garda – avrà vita breve, dal 23 settembre 1943 al 25 aprile 1945, e nascerà come tentativo estremo dopo la promulgazione dell’armistizio con gli Alleati anglo-americani, con cui l’8 settembre 1943 si rendeva nota la resa incondizionata dell’Italia, siglata il 3 settembre a Cassabile in Sicilia e riaffermata con un successivo atto del 29 settembre. Benito Mussolini, infatti, una volta esautorato, nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, dalle funzioni di capo del governo dal Gran Consiglio del Fascismo, era stato fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III, per poi essere liberato il 12 settembre 1943 da un commando tedesco mentre era prigioniero in un albergo sul Gran Sasso, che lo portò a Berlino da Hitler. In un discorso radiofonico da Monaco, il 18 settembre 1943 Mussolini annunciò la propria volontà di dar vita a uno stato fascista repubblicano nella parte settentrionale del Paese occupata dalle forze militari tedesche: “Camicie Nere fedeli di tutta Italia! Io vi chiamo nuovamente al lavoro e alle armi. L’esultanza del nemico per la capitolazione dell’Italia non significa che esso abbia già la vittoria nel pugno, poiché i due grandi imperi Germania e Giappone non capitoleranno mai”. 

Il 29 aprile del 1945 i corpi di Benito Mussolini e di Clara Petacci furono appesi penzolanti a testa in giù a piazzale Loreto a Milano, lì dove il 10 agosto del 1944 i corpi di 15 detenuti politici erano stati fucilati dai fascisti su ordine dei tedeschi.

Sullo sfondo di queste drammatiche pagine di sangue e di guerra risultano, dunque, davvero incomprensibili i ritorni di fiamma – è il caso di dire! – della seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato Ignazio La Russa, che così ha commentato la ricorrenza del 25 aprile: “Quando ero ministro della Difesa, nessuno mi obbligava, ma andavo a rendere omaggio al monumento che c’è al cimitero di Milano ai partigiani e portavo una corona, poi andavo al Campo 10 dove sono sepolti molti ignoti, diversi caduti della Repubblica Sociale italiana. Ci andavo in forma privata perché secondo me era un momento doveroso di una pacificazione che, almeno quando si parla di coloro che hanno dato la vita, mi sembra doverosa. E lo rifarei”. Sul piano della critica storiografica tutto è certamente motivo di analisi e di confronto, ma di sicuro non ci si attende che una carica istituzionale della Repubblica Italiana, fondata su una Carta costituzionale antifascista, intenda in tal modo operare surrettizie riabilitazioni. Al di là dell’umana pietà per chi defunge, credo che l’analisi storica abbia offerto molteplici elementi documentari, per capire fino in fondo quale sciagurata esperienza sia stata quella della dittatura fascista e della sua alleanza con il nazismo.

Quando il 22 aprile del 1946 questa ricorrenza verrà per la prima volta decretata dal principe e luogotenente del Regno d’Italia Umberto II di Savoia, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il motivo è “a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano”; bisognerà, infatti, attendere il 1949 affinché venga istituzionalizzata quale giorno festivo con la festa nazionale del 2 giugno. 

Lo ha ben ricordato il nostro Capo dello Stato, il Presidente Sergio Mattarella, che intervenendo ad un incontro con gli esponenti delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, ha invitato a considerare “quella straordinaria stagione di impegno civile, che rese la guerra di Liberazione decisiva per il destino dell’Italia”, “un patrimonio che deve essere custodito, fatto vivere, trasmesso alle giovani generazioni. Il prevalere della legge imposta da chi si ritenga provvisoriamente più forte è destinato, infatti, a seminare lutti e distruzioni, aprendo a una condizione di conflitti permanenti, di barbarie nella vita internazionale”. 

Sullo sfondo delle drammatiche cronache di sangue e di morte per le guerre che insanguinano il mondo, la coscienza di quanto sia fragile l’equilibrio della pace deve costituire un elemento fondante della vita democratica. Per un triste cortocircuito della storia oggi assistiamo alla svendita di quei valori liberali e democratici, che idealmente – e talvolta acriticamente! – abbiamo immediatamente voluto identificare con la terra dei nostri liberatori. Si resta attoniti e confusi dinanzi al volto minaccioso dell’attuale presidenza degli Stati Uniti, augurandoci che abbia la meglio la libera e trasversale coscienza civile che di certo non manca a quel Paese che ha ispirato tante comuni battaglie per i diritti di cittadinanza. Allo stesso modo, il diffuso impegno formativo e culturale affinché “mai più” si debba assistere alla follia persecutoria di un Olocausto del popolo ebraico, si infrange con amarezza e sconcerto quando la legittima difesa dello Stato d’Israele avanza come progressivo progetto militare, dal Tigri all’Eufrate, di annessione di territori destinati ad altrettante libere popolazioni, che hanno anch’esse diritto ad una terra e alla propria pacifica convivenza. Questo scenario odierno ci fa comprendere quanto resti necessaria la memoria della drammaticità delle guerre e quanti antivirus vanno costantemente sviluppati, affinché le paure collettive non vengano sedate con l’illusione di uomini soli al comando, con idee nazionalistiche con cui compattare le masse, con riedizioni delle alleanze tra trono ed altare nella geografia post-sovietica, con rampanti macro economie che dall’Oriente si candidano al governo del mondo o con potenti ed attrezzate oligarchie tecnocratiche. 

Guardando all’odierno confuso scenario geopolitico la memoria di quella “giornata particolare” del 25 aprile non sarà mai troppo divisiva nel ricordare a tutti la semplice evidenza che di guerra si muore e di pace si vive, sapendo che spesso le scelte ci spingono sommessamente su di un lieve piano inclinato. Bene ha fatto il grande regista Ettore Scola a dedicare proprio ad “Una giornata particolare” (1977) il suo capolavoro cinematografico, con cui rievoca la corsa della folla festante del 6 maggio del 1938, che a Roma accolse Hitler in visita da Mussolini. Al contrario, nel vuoto di un condominio reso silenzioso e deserto, mentre imperversa la voce gracchiante della propaganda di regime – oggi la riconosceremo come delle fake news! – Antonietta e Gabriele, interpretati magistralmente da Sophia Loren e da Marcello Mastroianni, osano un tenero incontro tra la solitudine di una casalinga e la diversità discriminata di un intellettuale, sfidando quell’adunanza massificata con il loro inatteso e pericoloso abbraccio.


  1. link ansa
  2. link da Quirinale
  3. Una giornata particolare