- Partenopeide, un ciclo delle vicende infinite della mitica sirena
Le gesta e le vicende della Luis Vuitton 38a Regata preliminare di Americas’ Cup Napoli (che si svolgerà nel 2027 nelle acque del golfo di Napoli), hanno riportato oggi l’attenzione sul mito della sirena Partenope: le fonti classiche la descrivono come una delle tre ancelle di Demetra (insieme con Leucosìa e Ligèa), che furono trasformate in sirene per non aver impedito a Plutone il rapimento di Persefone (figlia di Demetra). Il leggendario ri-affiorare del corpo esausto della sirena Partenope proprio sugli scogli dell’isolotto di Megaride viene ricordato anche da un’iscrizione, custodita nella basilica di san Giovanni Maggiore in Napoli (la cui fondazione risale al secolo quarto d.C.), dove si legge: «… Partenopem tege fauste» (un’invocazione al sole di Napoli: proteggi felicemente Partenope). L’artista Lello Esposito, nel febbraio 2022, ha voluto lasciare in san Giovanni maggiore un omaggio a questo mito fondativo della città, realizzandovi appunto una sirena, oggi custodita all’interno di una nicchia, allestita nei pressi della celebre lapide antica di un tempio che una volta era lambito ancora dal mare. Frattanto, le regate preliminari della Coppa America si stanno svolgendo nelle stesse acque che avrebbero raccolto il corpo della mitica sirena. Oggi, però, non senza le polemiche e le proteste dei manifestanti, che puntano il dito sulle conseguenze ambientali di tutte le opere messe in campo per le regate della coppa: si lamenta, in particolare, che il litorale occidentale della città della Sirena sarebbe stato cementificato, mentre il dragaggio dei fondali starebbe ancora disperdendo nell’aria idrocarburi e altre sostanze cancerogene, compromettendo il mare e nascondendo, in particolare, i 195mila metri quadrati di cemento e scarti dell’altoforno Italsider di Bagnoli, dei quali 38mila di area costiera e 157mila di area di riempimento: la cosiddetta colmata, nonostante i lavori di abbellimento per le regate della coppa America, è infatti rimasta lì al suo posto, inquinata per circa il 40% da idrocarburi policiclici armatici e pvc (eredità velenosa degli anni di produzione dell’ex acciaieria).
Siamo, forse, come di fronte a una nuova “puntata” del ciclo infinito di una delle tre creature, che fondono in se stesse «la dolcezza del canto della loro madre Melpomene, la Musa del canto, e la crudeltà delle triadi infernali (le Furie e le Parche), infierendo sui naviganti, attirati dalla loro voce melodiosa»? È, questa riferita, la spiegazione che, delle sirene e di Partenope, dà ora Giovanni Spina, il quale ha pubblicato, appunto, Partenopeide. La spirale del tempo di una città-mondo in parte luce e in parte ombra, Prefazione di Maurizio Sibilio, la Valle del Tempo, Napoli 2026, p. 294.
Il suffisso o desinenza -eide (dal greco -eiadēs o -ēis) del volume di Spina, vuole appunto evocare un testo, soprattutto un poema, che risulta incentrato sulle gesta o sulle vicende legate a un determinato eroe o a un ciclo mitologico.
- Un luogo assai ricordato nelle pagine di Partenopeide: santa Maria la nova
Nelle intense pagine di Spina (un vero e proprio Dizionario delle luci e ombre della città-mondo, chiamata Napoli) si legge tra l’altro: «Ecco, se volete capire che cosa significa essere napoletani, dovete guardare la città con gli occhi di un amante… Rivivremo arcaiche leggende» (p. 11). Leggende e curiosità che, come avverte il prefatore Maurizio Sibilio, sono veramente tante. Perfino le curiosità di tipo esoterico e misterico, che sono un’altra delle mille e mille caratteristiche della città di Partenope, oggi Napoli. Per esempio, se in TV vediamo un film con Cristopher Lee sul principe delle tenebre, tranquillizzatevi, ci suggerisce Sibilio: non siamo in Transilvania, ma qui a Napoli: «E [Spina] ce lo dimostra raccontandoci le vicende di Vlad III, meglio conosciuto come Dracula, sepolto qui a Napoli nel chiostro della Chiesa di santa Maria la nova» (p. 7). La voce Dracula del libro di Spina esordisce ricordando, appunto, la genesi storica dell’edificio religioso francescano di santa Maria la Nova. E poi, con piglio storico, punta sulla lotta di Vlad III e della famiglia Ferrillo, per arginare la temuta avanzata turca di età moderna (quelle ricordata anche da Torquato Tasso nelle sue due Gerusalemme, la liberata e la conquistata, di cui parleremo presto, il 6-7 novembre prossimi. a Sorrento nel Convegno promosso da S 85, Istituto Internazionale Torquato Tasso).
In età spagnola, la solita (e ritornante) città di Partenope è, infatti, di nuovo al centro della vicenda europea, che fermerà i Turchi ottomani nella battaglia navale di Lepanto: la “Lega Santa”, creata contro l’Impero ottomano, ottiene la completa vittoria, forte di circa 210 navi tra galee e galeazze e 85.000 uomini, contro le 220 galee e 60 unità minori turche, con 88.000 uomini. Quello scontro di età moderna traeva origine dalla necessità di rispondere all’attacco ottomano per conquistare l’isola di Cipro, la cui piazzaforte, Famagosta, aveva resistito per ben undici mesi, in uno degli assedi più duri dell’intera storia militare. La nascita di una coalizione anti-ottomana mirava ad ottenere una vittoria navale, intesa sia ad arrestare il progredire, apparentemente inarrestabile, delle armate ottomane, sia soprattutto ad infrangere il mito della loro invincibilità in un temuto processo di conquista islamica dell’Occidente. Fu don Giovanni d’Austria il comandante supremo della flotta della Lega Santa, che ebbe un ruolo centrale nella Napoli vicereale.
Non è, perciò, un caso che, nel complesso di Santa Maria la Nova, riposi anche Hamida (poi battezzato Carlo d’Austria), figlio dell’ultimo re di Tunisi, fatto prigioniero e convertitosi al cristianesimo proprio sotto la guida spirituale e la protezione di Don Giovanni d’Austria. Nella lunga e articolata vicenda della resistenza ai Turchi ottomani, dunque, la Napoli di Giovanni d’Austria è un vero e proprio “mito”, che si associa al mito di un voivoda della Valacchia: Vlad III Tepes, la cui ipotizzata sepoltura a Napoli viene ricordata anche dal citato volume Partenopeide: «una clamorosa conferma in una misteriosa lapide trovata nella Cappella Turbolo di santa Maria la Nova, in cui si fa riferimento a Vlad, colui che è stato ucciso due volte» (p. 111). Il tutto non senza ipotizzare, da parte da Giovanni Spina, che lo scrittore Bram Stoker (colui che inventerà il personaggio romanzato di Dracula il vampiro, riprendendo in maniera noir e romanzata il personaggio del voivoda) non solo raggiunge Napoli, non solo ne visita più volte il centro storico ma, forse, si ferma anche di fronte alla «misteriosa tomba dei Ferrillo, traendone ispirazione per il suo famosissimo romanzo su Dracula» (p. 111).
Il dottor Spina prosegue parlando anche della misteriosa malattia genetica dei vampiri: la porfirìa che, tra l’altro, dà intolleranza all’assunzione di aglio. Ma egli mostra di aver letto e ben utilizzato le notizie attinte nel volume Vlad, dove sei?, curato da Giuseppe Reale presso la Valle del Tempo (Napoli), di cui sono imminenti le traduzioni in diverse lingue europee, con l’ulteriore, recente, e nuova, precisazione circa la prima linea di scrittura del cosiddetto codice la Nova, come lo ha ben battezzato Reale. Anche la prima linea del codice la Nova viene ora trascritta e pubblicata da Christiàn Tufàn, nella sua trascrizione dal greco bizantino verso l’italiano nell’accresciuta edizione rumena del fortunato volume: si tratta della proposta di trascrizione di quella che non è una lapide, perché non si tratta di scrittura su materiale lapideo, bensì di una epigrafe: ovvero un’iscrizione incisa o esposta su un supporto rigido – nel nostro caso un muro – con lo scopo di tramandare una memoria pubblica, celebrare un evento storico o ricordare un defunto.
Lo scoop non sta tanto nella scoperta dell’epigrafe dedicata a Vlad III nella cappella Turbolo di san Giacomo della Marca in santa Maria la nova – che era lì da secoli -, ma nella decifrazione, da parte di Tufàn e, soprattutto, nella sua valorizzazione culturale e antropologica indotta e incoraggiata dagli studi di Giuseppe Reale. Lo studioso, fin dal primo momento, ha offerto alla ricerca e al dibattito pubblico le sue fondate riflessioni che, per la serietà dell’operazione e anche per le peculiarità della città dei sangui (la nostra Napoli, così esaltata anche nella Partenopeide di Giovanni Spina), ha potuto mettere in moto tutta una serie di ricerche e di curiosità, oltre che l’interesse di tantissimi visitatori, di cui moltissimi provengono dall’estero.
Anche Vlad III Tepes, insomma, fa parte di questa spirale, indotta dal corpo caudato della Sirena. Spina, da parte sua, si mostra particolarmente attento, in questa sua dimostrazione della spirale del tempo, al sito di santa Maria la nova, dove, da alcuni anni si svolge, la domenica mattina, la fortunata kermesse “Books and Museum”. La Reading session partenopea – così diffusa negli USA e in altre parti del mondo -, ha introdotto finalmente, anche qui a Napoli, una sana “reazione” allo sfilacciamento dei legami umani e dei rapporti interpersonali nelle spirali urbane delle città europee, dando la possibilità ai convenuti di ritrovarsi nel luogo incantevole del Complesso museale di santa Maria la Nova ed essere, così, indotti e avviati alla lettura di un libro. Al centro dei nostri Reading partenopei sta, appunto, il piacere della condivisione, per cui centinaia di persone prenotano un posto per poter essere avviati a leggere il libro preferito nella giusta atmosfera, favorendo amicizie, conoscenze e anche nuovi amori, ma soprattutto approfondendo temi e autori non sempre già conosciuti.
Da parte sua, il fortunato libro di Spina ritorna più volte su questo luogo magico di santa Maria la Nova, e non soltanto in riferimento a Vlad III Tepes. Difatti, anche in altre voci del volume – come la voce: Maschio angioino -, ci viene ricordato che la sua costruzione, ai tempi di Carlo I d’Angiò, «ebbe inizio nel 1279, sul luogo dove era la chiesa di santa Maria ad Palatium, che fu abbattuta, poiché toglieva spazio al nuovo edificio» (p. 192), risarcendo i francescani con la donazione di un terreno su cui sorgerà, appunto, il complesso francescano di santa Maria la Nova. Sono felice che, in questa medesima voce di Partenopeide, venga ricordata nche la notizia di Celestino V papa a Napoli, a cui Fulvio Pastore ha dedicato un altro fortunato titolo della collaa Biblioteca di scenari, da me diretta presso la Valle del tempo (Il “gran rifiuto”. Celestino V papa a Napoli, 2024). Così pure, nella voce Cerriglio di Partenopeide, vengono ricordate ancora la locanda e la vicina chiesa di santa Maria la Nova, stavolta in relazione al grande Michelangelo Merisi, più noto con lo pseudonimo di Caravaggio, nato a Milano, 29 settembre 1571 e morto a Porto Ercole, il 18 luglio 1610 (cfr. p. 59).
- Gli aspetti socio-religiosi di Partenopeide
Non mancano, nel volume del dr. Giovanni Spina, una gustosissima Enciclopedia dell’insulto e della parolaccia da Cafone/Kakophonos a Zoccola/Sorcula): pp. 117-119; nonché una breve Grammatica Napoletana (pp. 146-147). Era inevitabile che il nuovo Dizionario dovesse dedicare molta attenzione agli aspetti socio-religiosi del territorio di Napoli e della Campania, posto che, ad esempio, sono delle divinità di origine osco-sannita a spiegare, tra l’altro, le migliaia di reperti del Museo campano di Capua, dove ancora ammiriamo le cosiddette Matres matutae (Madri del mattino: cfr. p. 195). Sempre per esempio, possiamo ricordare il culto del dio Mitra, che risulta diffuso in Campania e nella città di Napoli, per esempio «nell’ipogeo della domus romana di via Carmeniello ai Mannesi» (p. 200).
Spina non si limita a enumerare le attestazioni di tenore sacrale e religioso, ma le correla con analoghe pratiche, presenti nelle varie latitudini, a riprova del basso continuo religioso che caratterizza tutte le culture. Anche per le tantissime attestazioni di sapore cristiano, Spina non omette di rinviare alla situazione che si venne a creare, nell’impero romano, per la diffusione delle idee e nuove prassi di sapore cristiano, anche se le più sfumate situazioni storiche vengono talvolta esemplificate dall’autore ricorrendo ai comuni moduli dei cristiani che, da perseguitati, diventerebbero dei persecutori. Lo leggiamo, per esempio, nel caso della filosofa Ipazia di Alessandria, circa la quale si legge ancora in Partenopeide: «Ovviamente Cirillo, il Vescovo cristiano di Alessandria. Non tollerava che una donna avesse tanta rilevanza nella vita pubblica della città… Queste fake news aizzarono i cristiani contro Ipazia… in nome del misericordioso Dio dei Cristiani» (p. 153). Troppa indulgenza al folklore e all’antropologia culturale, insomma. Lo si nota anche nella voce Iside e la Vergine Maria (pp. 157-158), laddove Iside (a cui sono dedicate altre due voci: Iside e le feste marinare; Iside si trasforma in Demetra) diviene addirittura il culto fondativo della invece oggettivamente più ampia teologia cristiana mariana, peraltro così presente sia nella cappella Turbolo che nel tetto dorato di santa Maria la Nova. Del resto, anche per la Madonna della Scarpetta, Spina semplifica troppo il processo storico-culturale, riducendolo al comune schema perseguitati/persecutori, secondo il quale la nuova religione di stato, ovvero il cristianesimo, proclamato da Teodosio, proibirebbe tutti i culti pe-esistenti, «fra cui quello di Iside Pelagia e di Afrodite Euploia, le dee protettrici dei naviganti» (p. 185). Ovviamente, nel ciclo, forse troppo semplice, di cancellazioni e di rinascite della vicenda della città della Sirena, le altre successive – e vere e proprie religioni, come quella che leggiamo nella voce Maradona (p. 191) – sarebbero pronte a subentrare. E tuttavia, come in una spirale, le nuove vicende non solo subentrano alle primordiali e alle antiche, ma su di esse si avvitano e si rilanciano, lungo una spirale che non può mai essere finita. Già il Nolano (ma anche partenopeo) Giordano Bruno ragionava che se Dio è infinito ed è causa dell’universo, come potrebbe un ente infinito causare un effetto finito, «atteso che ogni cosa finita al riguardo de l’infinito è niente»?
