RIFLETTENDO:

  1. Leone XIV, un Papa in “tour in Italia”

Non suoni irriverente o irriguardoso quanto mi è venuto subito in mente leggendo il Bollettino della sala stampa vaticana del 19 febbraio, con la notizia delle Visite Pastorali di Papa Leone XIV, programmate in Italia. Tra maggio e agosto del 2026, diversi venerdì e sabato dal 23 maggio al 22 agosto (ad Assisi, di giovedì) saranno dedicati dal Papa, infatti, a Pompei, Napoli, Acerra, Pavia, Lampedusa, Assisi, Rimini. Un vero e proprio tour in luoghi evidentemente ritenuti significativi, in ognuno dei quali, seppur per poche ore, questo non ruggente, ma deciso, Pontefice, intende incontrare pastori e popolo. Ma soprattutto, come fanno intuire a prima vista i luoghi prescelti, per tracciare una sorta di monito spirituale e operativo per l’Italia. 

Giusto per avere un’idea anche delle cifre – che gli enti locali e le diocesi, dovranno predisporre, soprattutto per gli incontri di piazza -, si ricorderà che la sola struttura a Milano, per la visita di papa Francesco nel 2025 (sulla quale si era già esibito la rockstar Luciano Ligabue), costò 750mila euro per due serate (era una struttura lunga ottanta metri con due mega torri di alluminio per sorreggere la copertura; a fianco, ha una tribuna a gradoni con cinquecento posti).

Alcuni luoghi, che Leone XIV visiterà prossimamente in Italia, sono indicati, dal Bollettino della sala stampa, con un preciso intento, sociale-culturale oltre che pastorale, che il “Papa-turista” sembra intenderà effettivamente evidenziare: primo, la Vergine del Rosario di Pompei: secondo, le terre dei fuochi (al plurale!), in Acerra: terzo, Assisi, con l’VIII centenario del transito al cielo di Francesco d’Assisi, quarto, Rimini, per il 47° Meeting per l’amicizia fra i popoli. Altri luoghi e persone (Napoli, Pavia, Lampedusa) sembrano luoghi il cui esser visitati da un papa, sembrano dover quasi parlare da soli.

  1. In cima ai pensieri di Lone XIV

Pompei è sicuramente in cima ai pensieri del nuovo Papa, come già egli ci disse dalla loggia di san Pietro il giorno della sua elezione e della comunicazione al mondo del nome prescelto (era il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei): «Oggi è il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei. Nostra Madre Maria vuole sempre camminare con noi, stare vicino, aiutarci con la sua intercessione e il suo amore. Allora vorrei pregare insieme a voi. Preghiamo insieme per questa nuova missione, per tutta la Chiesa, per la pace nel mondo e chiediamo questa grazia speciale a Maria, nostra Madre: Ave Maria…». 

Già papa Paolo VI ricordava che un altro papa Leone, il tredicesimo, era stato assai devoto alla Vergine del Rosario: «È ormai una tradizione per i Papi di questi ultimi tempi tributare alla Madonna un omaggio sempre rinnovato e speciale mediante la spiegazione, l’apologia, la raccomandazione del Santo Rosario. Più degli altri è da ricordare Papa Leone XIII, che quasi ogni anno, dal 1883 al 1901, nella ricorrenza di questa festa pubblicava un’Enciclica sul Rosario; abbiamo così un rosario di Encicliche mariane! Sono facili a comprendersi le ragioni di tanta devozione pontificia per la Madonna: nessuno è tanto devoto di Maria Santissima quanto il Papa! Se non bastassero gli impulsi della sua pietà personale, resa sempre più viva dalle necessità spirituali del Suo ministero apostolico, che Lo obbligano ad una continua invocazione alla Madre di Cristo, quasi ad una umile e fervente conversazione con Lei, sarebbero le profonde e feconde ragioni teologiche del Suo ufficio pontificale a richiamarlo a questo culto specialissimo, e a mettere a confronto, anzi in relazione, la missione unica e somma di Maria nel disegno della nostra salvezza con la funzione propria del sacerdozio, che Cristo ha voluto partecipe del suo unico Sacerdozio per comunicarsi al mondo» (Udienza generale del 7.10.1964).

In quella che, a suo tempo, chiamavo la cordata di santi dell’Ottocento meridionale (C. Conti Guglia, Caterina Volpicelli nella “cordata di santi” dell’Ottocento meridionale, a cura di Pasquale Giustiniani, Luciano Editore, Napoli 1995), ricordavo già che Pompei, e l’ormai san Bartolo Longo, fanno pendant con Caterina Volpicelli (che fece conoscere a don Bartolo la moglie, Marianna Farnararo, vedova De Fusco); con Peppino Moscati (che, da piccolo, giocava nel giardino di Casa Volpicelli); e con tante altre figure del calendario di spiriti santi dell’hinterland di Napoli. Diversi i personaggi appartenenti a questa cordata di santi, entrarono in relazione con il frate minore Lodovico da Casoria (1814-1885), a sua volta fondatore di centinaia di opere ed attività sociali, caritative e culturali, fino a diventare una figura emblematica della capacità culturale del cristianesimo meridionale nel secondo Ottocento, che si esplica, tra l’altro, mediante circoli culturali e pubblicazioni scientifiche. Tra le sue realizzazioni, la famosa rivista La carità, a cui si aggiungerà, nel 1873, un secondo periodico, L’orfanello (i due periodici giunsero poi alla fusione e, nel 1885, mentre sul piano esistenziale alternava fasi di sanità ad altre di malattia, lo stesso Lodovico pensò di pubblicarne un terzo, L’indicatore religioso di Napoli). 

Assisi, a sua volta, sarà la città dello speciale Anno giubilare sanfrancescano, con l’ostensione delle spoglie mortali di colui che qualcuno, forse in modo un po’ riduttivo, ha voluto qualificare soltanto come “il primo degli italiani”. Si tratta del corpo di un uomo, di un uomo di dialogo con l’Islàm, della perfetta letizia e di una vita povera e senza chiostri. Soprattutto, un corpo concreto, di carne, in perfetta simbiosi con la madre terra e l’universo. La Vita prima di Tommaso da Celano racconta che, ovunque Francesco fosse ospitato di notte, non voleva pagliericci o coperte sul suo giaciglio, ma la nuda terra accoglieva le sue membra nude avvolte solo nella tonaca. Mani con le stimmate, onde – come scrive Lavinio Sceral in un volume fresco di stampa (La Valle del Tempo, 2026)- poter «Avvertire / la carezza del tutto»; orecchie con udito sottile, in grado di percepire anche il ronzio di un insetto come elemento dell’armonia universale. Precisa il pittore e poeta Sceral: «Il tuo sottile / Udito / Percepisce / Tutte le / Rapsodie / Dell’universo».

  1. Città di mare, di beni culturali e artistici e di… terre dei fuochi

L’Italia è paese di mari, di monti, di coste… Non è un caso che, secondo l’aggiornamento 2024-25, oltre che essere la Sede istituzionale del Papato, l’Italia detenga il primato mondiale per numero di siti riconosciuti dall’UNESCO, con oltre 59 beni patrimonio dell’umanità. Questi beni includono centri storici, paesaggi culturali, aree archeologiche, siti industriali… testimonianza unica della storia, dell’arte e della natura del nostro Belpaese, a cui, nel corso della soppressione ottocentesca dei beni religiosi, la santa Sede ha regalato enormi patrimoni. L’origine del patrimonio statale del FEC (= Fondo edifici di culto) deriva, infatti, dalle leggi della seconda metà del 1800, con le quali lo Stato italiano soppresse alcuni enti ecclesiastici. Un patrimonio ex-religioso, composto da beni culturali, artistici e naturalistici: ben 866 chiese di interesse storico-artistico distribuite in tutta Italia; aree archeologiche e museali, come le Case romane del Celio a Roma e il Chiostro di santa Chiara a Napoli; complessi forestali – Tarvisio (provincia di Udine), Quarto Santa Chiara (provincia di Chieti) – gestiti grazie alla collaborazione con il Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri. Il Fec annovera fra i suoi beni anche un fondo librario antico, conservato al Viminale all’interno della biblioteca della direzione centrale, con oltre quattrocento volumi antichi editi a partire dall’anno 1552.

Napoli, che è anche la città del chiostro francescano di santa Chiara e del complesso di santa Maria la Nova (ex convento degli Ossdervanti), a ben vedere non è una città, ma un vero e proprio mondo. Un mondo in cui oggi turismo delle radici, offerta museale e culturale, bellezze naturali, cucina… si mescolano e si confondono con le tipicità religiose, prima tra tutte quella del culto dei sangui, con san Gennaro in testa. Scrivevamo con Gaetano di Palma, nel volume Episcopus et martyr (Capua, ArteTetra, 2022): «Attraverso il prodigio del sangue, anzi dei sangui, si può affermare che Napoli e l’hinterland diocesano partenopeo si sentano ancor oggi, come nel tardo-antico, attraversati da un ricorrente e continuo fremito vivente nel sangue, che pulsa nelle vene dei cittadini e dei fedeli, nutrito dalla fondatezza storico-letteraria della sua tra dizione. Perciò rigenerato, questo sangue vivente si trasforma in manufatti artistici, architettonici, orafi, musivi, letterari, studiati dagli antropologi culturali, conservati particolarmente nei luoghi archeologici della memoria, narrati nei racconti di viaggio, nella lette ratura e nelle azioni sceniche» (p. 10).

Lampedusa rappresenta, a sua volta, la città emblematica della “questione” dei migranti e dei profughi, o anche, come si evince dalle stesse discussioni parlamentari antiche e recenti, di una vera e propria emergenza emigratoria. Da lì, sotto papa Francesco, uscì un cardinale (card. Montenegro), quasi a sottolineare la prossimità con quel territorio. «In questi giorni in cui stiamo assistendo al ripetersi di gravi tragedie nel Mediterraneo, siamo scossi dalle stragi silenziose davanti alle quali ancora si rimane inermi e attoniti. La morte di innocenti, principalmente bambini, in cerca di una esistenza più serena, lontano da guerre e violenze, è un grido doloroso e assordante che non può lasciarci indifferenti. È la vergogna di una società che non sa più piangere e compatire l’altro»: è il messaggio del 20 giugno 2023 che papa Francesco indirizzò per il decimo anniversario della sua visita in quella città. Città di approdi e anche di drammi, fin dall’accettazione di cui si parla, il 18 dicembre 2013, nella seduta n. 154, nell’ Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-01392: «Già in occasione della visita di alcuni parlamentari, all’indomani della più grande strage dei nostri tempi avvenuta nel Mediterraneo, era emersa una condizione di vita dei profughi inaccettabile: servizi igienici insufficienti e non funzionanti, oltre 1.000 ospiti in un ricovero con 250 posti di capienza, oltre 5.000 profughi costretti a stare tutta la notte sotto la pioggia senza ripari; materassi di gommapiuma senza fodera». A distanza di oltre dieci anni, la storia di Lampedusa è davvero infinita, se si tien conto dei flussi migratori consistenti e ravvicinati ancor oggi, per cui aumentano di anno in anno le spese governative di gestione legate all’emergenza migratoria dei comuni di Lampedusa, Linosa, Porto Empedocle, Pozzallo, Caltanissetta, Messina, Siculiana, Augusta, Pantelleria e Trapani in Sicilia.

E che dire di Acerra e del suo hinterland, che il Bollettino vaticano ha “battezzato” come “terre dei fuochi”? Di educazione alla custodia del creato attraverso i cammini di fede ordinari, dell’Esortazione Apostolica “Laudate Deum” di Papa Francesco, nonché della gestione dei rifiuti in Campania, delle “terre dei fuochi” in Italia… ne parlano, anche attraverso i media, Antonio Di Donna, Vescovo della Diocesi di Acerra e Presidente della CEC; a sua volta, don Salvatore Abagnale aveva appena scritto, il 5 maggio 2025: «C’è una liturgia segreta che si consuma nelle viscere della Terra dei Fuochi: non fatta di incensi e canti, ma di arsenico, piombo e mercurio. È la liturgia di una creazione martoriata, di una natura che geme nel travaglio della corruzione umana (cfr. Rm 8,22). Gli ultimi dati pubblicati dall’Università Federico II di Napoli in collaborazione con la Temple University di Filadelfia non lasciano spazio a interpretazioni rassicuranti: le piante – come sentinelle del dolore – stanno assorbendo le tossine di un peccato collettivo, quello di una gestione criminale del territorio che dura da decenni». In Italia, si sa, ci sono 36 termovalorizzatori, secondo i dati ufficiali Ispra (2023): sul totale, 25 sono al Nord. Agli impianti di incenerimento con recupero di energia sono avviati circa 2 milioni di tonnellate di rifiuti. Quello di Acerra tratta annualmente più di 700.000 tonnellate di rifiuti, tra cui prevalentemente quelli solidi urbani indifferenziati residuali dalla raccolta differenziata in uscita dagli impianti S.T.I.R. (Stabilimenti di Tritovagliatura e Imballaggio Rifiuti) della Regione Campania. Inquinamento acustico, elettromagnetico, soprattutto quello che incide sulle cosiddette matrici (aria, acqua e suolo). La prima Relazione annuale dell’Osservatorio sul termovalorizzatore di Acerra (13.1.2026) ha dovuto riconoscere: «Quanto alle implicazioni di carattere sanitario in termini di incidenza di malattie connesse all’inquinamento, occorre evidenziare il fatto che sebbene a fronte di studi epidemiologici non sia possibile stabilire una relazione causale “certa”, come d’altra parte si verifica anche per la più estesa problematica della cosiddetta “Terra dei Fuochi”, ciò non può giustificare alcuna posizione attendista o negazionista riguardo alla necessità di intraprendere a prescindere adeguate iniziative volte a ridurre il rischio». Le antenne, anche ecclesiali, restano giustamente puntate su qualità dell’aria; acque; rifiuti e siti contaminati; rischio idrogeologico; ecologia ed aree protette; one health (impatti della qualità ambientale sulla salute umana).

  1. Le radici agostiniane dei tours di Leone XIV 

Pavia, inoltre, è la diocesi e città, in cui la comunità dei padri agostiniani custodisce nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro le preziose reliquie di Sant’Agostino d’Ippona. Nella chiesa romanica con facciata a capanna, oltre alla  cripta con il sarcofago di Anicio Manlio Torquato Severino Boezio (filosofo e consigliere di Teoderico) che, rispetto a Cassiodoro (costretto soltanto a ritirarsi nei suoi possedimenti calabresi), dovette subire la morte nel 524. Inoltre, esattamente nel presbiterio, si trova l’arca di S. Agostino (capolavoro della scultura gotica del XIV sec.). Il tempietto di S. Agostino è costituito da pilastrini sui quali si appoggiano santi scolpiti a tutto tondo, che reggono la cimasa con riquadrature entro le quali sono raffigurati a bassorilievo episodi della vita del santo; il coronamento, poi, è costituito da dieci timpani triangolari con i Miracoli del santo di Ippona fra otto angeli. In un’urna d’argento dell’VIII sec. sono, difatti, custodite le spoglie del grande Vescovo s. Agostino (354-430). Come era finito lì quell’altro corpo santo? Documenti attestano che la basilica esisteva già al tempo di Ariperto, ma raggiunse il suo massimo splendore sotto il re longobardo Liutprando (712-744). Fu lui a trasferirvi il corpo di sant’Agostino (722 ca.), per sottrarlo alle incursioni saracene, dalla Sardegna a Pavia (allora capitale del regno). In occasione di questa traslazione, Liutprando fondò, vicino alla basilica, anche un cenobio di monaci che seguivano la regola di S. Colombano, dotandolo anche di cospicui beni, presto sostituiti dai Benedettini.

Di Agostino, africano di Tagaste e poi vescovo di Ippona, di cui papa Leone XIV è figlio devoto, ci parlano oggi tonnellate di pubblicazioni, che evidenziano il maestro di preghiera, il dottore della Chiesa, il dottore della Grazia divina, il dottore della Libertà, della Carità e della Libertà… P. Agostino Trapè, commentandone la Regola, scrisse che, quello del Santo, «fu un itinerario spirituale che può essere indicato con i nomi del suo itinerario geografico, cioè: Cartagine, Milano, Roma, Tagaste, Ippona. Infatti, a Cartagine scoperse in sé quelli che possiamo chiamare i primi germi della vocazione; a Milano lesse il consiglio di S. Paolo e si propose di seguirlo; a Roma, pochi mesi dopo il battesimo, studiò lungamente l’organizzazione monastica; a Tagaste, durante tre anni, fece i primi esperimenti nella via del monachesimo; a Ippona attuò definitivamente il suo proposito fondando il monastero dei laici e creando poi, divenuto vescovo, quello dei chierici». 

Venerandone le spoglie a Pavia, quasi facendosi pellegrino in un breve tour missionario, papa Leone approfondirà quello che, il 15 settembre 2025, aveva già detto ai partecipanti al Capitolo generale dell’Ordine agostiniani: «Non dimentichiamoci della nostra vocazione missionaria. A partire dalla prima missione nel 1533, gli Agostiniani hanno annunciato il Vangelo in tante parti del mondo con passione e generosità, prendendosi cura delle comunità cristiane locali, dedicandosi all’educazione e all’insegnamento, spendendosi per i poveri e realizzando opere sociali e caritative. Questo spirito missionario non deve spegnersi, perché anche oggi ce n’è molto bisogno. Vi esorto a ravvivarlo, ricordando che la missione evangelizzatrice a cui tutti siamo chiamati esige la testimonianza di una gioia umile e semplice, la disponibilità al servizio, la condivisione della vita del popolo a cui siamo inviati».

  1. Rimini la città di Teresa e del Meetin

A sua volta, Rimini è la città che Fabrizio de André, nel 1975, ha come “consacrato” con la storia di Teresa, la ragazza riminese figlia di una coppia di droghieri, che viaggia nello spazio e nel tempo con la fantasia (aborto, gioventù di provincia che viveva di turismo, amori che durano solo un’estate, mente che spazia nel mare, nel tempo e nello spazio fino ad incontrare Cristoforo Colombo), Per papa Leone, Rimini sarà soprattutto la città del Meeting per l’amicizia tra i popoli, che quest’anno riprende un verso della Commedia dantesca: “L’amor che move il sole e l’altre stelle” (verso 145, conclusivo del Paradiso e di tutta la Divina Commedia). Gli organizzatori del Meeting che si celebrerà 21·26 agosto 2026 alla Fiera di Rimini – hanno scritto: «Da 46 anni il Meeting rappresenta questo movimento continuo. È un percorso intenso dove ci si incontra, si attraversano esperienze, si costruisce insieme, ci si lascia provocare e trasformare. Non è fuga dalla quotidianità ma suo primo compimento: in pochi giorni si condensa quella ricerca inquieta di verità e bellezza che poi continua tutto l’anno, che rimette in moto esistenze intere». Alle isolanti bolle digitali, il Meeting vorrà contrapporre, anche con la presenza pastorale di un Papa. una «forza che mette in moto l’intero universo, dalle particelle subatomiche alle galassie. Non è una forza che schiaccia o domina, ma che attrae e armonizza, che spinge avanti senza violenza, che orienta senza costringere. È l’amore come principio dinamico del cosmo, l’energia che tiene insieme ogni cosa e la sospinge verso il suo compimento».