L’Editoriale:
Non è solo un cognome che fa ancora eco dopo 23 anni dalla sua scomparsa. È un’etichetta, una icona. È Gianni Agnelli. Quanto cose è stato Gianni Agnelli? Un imprenditore, un socialite, un dirigente sportivo, un politico italiano. Ma, soprattutto, chi è stato Gianni Agnelli? È stato un Uomo devoto. Devoto al suo lavoro, devoto alla sua squadra, devoto alla sua vita. Proveniente da un mondo aristocratico che gli ha insegnato le “maniere”, dal contesto di élite in cui ha avuto la fortuna di nascere ha saputo trarre stile di vita, perché non lo ha mai rinnegato “Tutto quello che ho, l’ho ereditato. Ha fatto tutto mio nonno. Devo tutto al diritto di proprietà e al diritto di successione, io vi ho aggiunto il dovere della responsabilità”, Perché la sua vita l’ha lavorata con l’eleganza che lo ha sempre contraddistinto, con la propensione verso la meraviglia che ha contornato ogni suo successo: “La creatività è il piacere più grande. È il solo vero valore aggiunto della vita, capace di comprendere tutti gli altri”. È stato un insegnante di galanteria che sbeffeggia tanti paventati “eleganti” del giorno d’oggi. Senza mai perdere il contatto con le sue radici, con la sua famiglia, perché “Si può fare tutto, ma la famiglia non si può lasciare” ma, soprattutto, senza mai rinnegare le sue debolezze: “Un uomo che non piange, non potrà mai fare grandi cose”. Oggi idolatriamo miti lussuriosi, quando dovremmo semplicemente amare un po’ di più personaggi del genere. Personaggi che hanno il loro potere nel rispetto. Soprattutto per le donne: “Gli uomini si dividono in due categorie: gli uomini che parlano di donne e gli uomini che parlano con le donne. Io di donne preferisco non parlare.” Per me resta il mio mito. Per me resta lui il Pinturicchio.
