1. Profanazione di un simbolo sacro

Chi – di fronte alla terribile foto del simulacro decapitato del Crocifisso da parte di un soldato delle forze di difesa israeliane nel sud del Libano – non si è ricordato di un tradizionale canto quaresimale, che viene ancora cantato nelle processioni del Venerdì santo? 

Composto da sant’Alfonso Maria de’ Liguori (il medesimo autore di Quanno nascette ninno e di Tu scendi dalle stelle) per la devozione della passione e della Via crucis, quell’inno cantava, e ci viene di cantare ancora ogi, il lamento dell’anima, pentita per aver offeso, con i propri consapevoli peccati, il corpo di Cristo: piagato, percosso, trafitto, col nobile capo coronato di spine… 

Il simbolo della Croce, del resto, è centralissimo nella prassi e nella riflessione cristiana. Commentava già Sant’Ambrogio: «La croce di Cristo ci ha restituito il Paradiso. Essa è l’albero, che il Signore aveva indicato ad Adamo come albero della vita»; e Sant’Agostino, sulla base di Prov 3,18, scriveva: «La sapienza è Cristo stesso, l’albero della vita di quel paradiso spirituale, nel quale ha inviato, dalla croce, anche un ladrone». Definito unico albero nobile e glorioso, perché su di esso fu stabilita la salvezza dell’essere umano, la croce è stata coloritamente chiamata, dai pensatori cristiani, ora la mazza per le anime aride, ora il remo divino che guida i giusti e i pii direttamente in paradiso; e ancora, la verga di Mosè che cambiò l’acqua in sangue, divorò i serpenti fittizi dei maghi (Es 4,2-4); oppure, la “bilancia del nostro riscatto”. Si legge nella Lettera di Paolo agli Efesini: «Ma che vuol dire “Cristo è asceso”, se non che egli è pure disceso nelle regioni inferiori della terra? Colui che è disceso è quel medesimo che è pure asceso al di sopra di tutti i cieli, per riempire l’universo» (Ef 4,9-10).

Oggi, invece, dobbiamo dolorosamente apprendere da Vatican news, che «un soldato delle Idf, le forze di difesa israeliane è stato ripreso ed è diventato virale sui social media “mentre ripetutamente colpisce con una mazza la testa di una statua di Gesù crocifisso”». Non solo il corpo storico di Cristo vilipeso e piagato, ma anche il suo simulacro, la sua statua di crocifisso, viene ora ripetutamente colpito con una mazza. E colui che infligge i colpi, non è un uomo o una donna qualunque, bensì un soldato; ovvero l’emblema di tutti coloro che, obbedendo a ordini, sensati o sciagurati, impartiti dai capi di una guerra mondiale assurda e mai dichiarata, indossano una divisa e prendono oggi delle armi per offendere, piuttosto che per difendere, per vendetta, più o meno giusta, piuttosto che per proteggere il proprio suolo o la propria gente civile: dal tradizionale bastone, con cui colpire un indifeso e inerme crocifisso, alle sofisticate armi e droni eterodiretti da un’intelligenza crudele, seppur artificiale, oggi si riesce a colpire non solo un villaggio di bambini, delle basi nucleari o deli obiettivi militarmente rilevanti, ma anche dei luoghi di culto e i segni del sacro delle antichissime fedi dei popoli. Non si perpetrano dei crimini contro l’umanità? Senza pietà, infatti, delle armi di distruzione e di offesa profanano il sacro capo degli uomini e delle donne, crocifissi e abbattuti senza pietà, spesso senza preavviso, e perfino i loro luoghi e segni del sacro. Tutto sotto il paravento di una difesa o di una legittima resistenza a un attacco che, alla fine, si traveste, per propaganda politica, da attacco inevitabile, necessario, dovuto, perfino di guerra giusta…

Se i vescovi cattolici di Terra Santa (AOCTS), in un comunicato a firma del patriarca latino Pierbattista Pizzaballa, hanno potuto denominare profanazione quanto è accaduto nel villaggio cristiano di Debl, nel sud del Libano, ai danni del simulacro della croce, a noi, invece, sono ritornate in mente le strofe di un antico canto liguorino: «Gesù mio, la bella faccia/ chi crudele ti schiaffeggiò?… Gesù mio, le sacre membra/ chi spietato ti flagellò?… O Maria, quel Tuo bel Figlio/ chi l’uccise, chi lo straziò?». Ambrogio Sparagna ci ricordava già i canti quaresimali più originali – L’Orologio della Passione, che descrive le ultime 24 ore della vita del Nazareno, e La Morte di Gesù Maria s’affanna, che ricorda nelle varie trasposizioni dialettali alcuni passi dello Stabat Mater di Jacopone da Todi.

  1. Parole e ritmi della devozione popolare cristiana

Oggi, di fronte a un segno che periodicamente qualcuno cerca di togliere dalle pareti di un’aula giudiziaria o scolastica – ora in nome della laicità dello Stato, ora in nome di un presunto rispetto “inclusivo” di coloro che al crocifisso non credono -, ora siamo di nuovo “costretti” a ritornare al lamento della canzoncina alfonsina, di fronte alla foto di quel soldato che si accanisce, col bastone, sul capo di un simulacro con l’Uomo in croce. Un comunicato della Corte di Cassazione, reso in data 9 settembre 2021, in risposta al ricordo di un docente, si rifaceva al criterio di una comunità scolastica dialogante, affermando: «Con la sentenza n. 24414, pubblicata in data odierna, la Corte di cassazione, a Sezioni Unite, si è occupata dell’affissione del crocifisso nelle aule scolastiche. In particolare, la questione esaminata riguardava la compatibilità tra l’ordine di esposizione del crocifisso, impartito dal dirigente scolastico di un istituto professionale statale sulla base di una delibera assunta a maggioranza dall’assemblea di classe degli studenti, e la libertà di coscienza in materia religiosa del docente che desiderava fare le sue lezioni senza il simbolo religioso appeso alla parete. La Corte di cassazione ha affermato… L’aula può accogliere la presenza del crocifisso quando la comunità scolastica interessata valuti e decida in autonomia di esporlo, eventualmente accompagnandolo con i simboli di altre confessioni presenti nella classe…».

Oltre trent’anni prima di questo giudizio della Cassazione, su L’Unità del 22 marzo 1988 Natalia Ginzburg, intervenendo, in ottica laica ed ebraica, sull’ennesima ricorrente polemica circa l’ostensione del crocifisso nelle aule scolastiche italiane, ebbe a scrivere: «Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo smettere di dire così?». Presentando i tre volumi, di oltre mille pagine, de «La Croce», a cura di Boris Ulianich, Elio De Rosa ed., Napoli-Roma, il Dicastero vaticano per la cultura e l’educazione ha scritto: «Il crocifisso è, così, diventato un segno universale, scandaloso ma imprescindibile, come già osservava Paolo scrivendo ai Corinzi: “I giudei cercano i segni, i greci la sapienza. Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani” (I, 1, 22-23). Un segno di contraddizione, quindi, ma un punto di riferimento capitale per la cultura non solo occidentale. Basterebbe solo percorrere la storia dell’arte per rimanerne convinti, giungendo fino al Cristo giallo di Gauguin o alle Crocifissioni provocatorie di Dalì o Guttuso. Oppure basterebbe sfogliare il Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia, per scoprire alla voce “croce” ben 40 suddivisioni in tipologie, simboli, locuzioni (ne elenca almeno 24 diverse che hanno alla base questa parola nella sua accezione “cristiana”), sempre documentate da infinite attestazioni letterarie, a partire da Iacopone da Todi o Dante per approdare a Papini e agli scrittori contemporanei».

  1. Interrogativi inaggirabili

Quel segno-simbolo del crocifisso, così caro a Francesco d’Assisi, del quale celebriamo l’anno centenario della morte, diviene per noi, per tutti, l’esempio e la testimonianza certissima che, non solo i simulacri della croce, ma tutte le creature e gli elementi della natura non sono, purtroppo, immuni da un’ingiusta e dannosa profanazione, inferta dalle persone umane (o disumane?). Tale profanazione accade anche ogniqualvolta un soldato prenda a bastonate, com’è avvenuto, un simulacro; ma anche ogniqualvolta un essere umano non si senta legato al rispetto per l’altro, per la terra, l’acqua, il cielo… Nulla può esser lasciato in balia dell’arbitrio, poiché tutto, tutto – simboli e realtà – desiderano di essere liberati dalla schiavitù della corruzione per la libertà della gloria dei figli di Dio. 

Quei colpi inferti al simulacro della croce da quel soldato non sono, forse, anche dei colpi di delegittimazione del sacro e del divino dalla sfera pubblica, sociale e politica attuale? Nel volume di Marcello del Verme, Angeli su Israel e Ismael in attesa della pace (la Valle del Tempo, Napoli 2025), mi domandavo già, qualche tempo fa: «Una volta ammessa la cittadinanza di Dio nella sfera pubblica, allorché si procedesse a determinarne il vero volto e il genuino profilo, ne conseguirebbero, forse, dei conflitti inevitabili nella vera e propria gara tra i monoteismi mediterranei per far prevalere il proprio punto di vista? Ecco, di nuovo, un profilo di domanda di tenore politico, oltre che teologico: come rivendicare un posto anche a Dio nella legittimazione sociale e politica del potere, senza degradare a scandalose strumentalizzazioni della croce e del crocifisso da parte del potere politico e/o religioso che diventasse egemone rispetto ad altre visioni? In particolare, in un’Europa oggi in fase di quasi completa disgregazione politica e incapace di darsi un testo costituzionale unitario, non sarebbe controproducente rivendicare ancora un qual che posto al divino nello spazio pubblico, soprattutto quando esso ritenesse ineliminabile la tolleranza zero verso gruppi umani (si pensi ai migranti), oppure insanabile il ricorso, con nuove “volenterose” finanze, ad armi impiegate allo scopo di una giusta causa?».

Domande senza una plausibile risposta, quelle che abbiamo qui riproposto. Domande lanciate come nel vuoto e nel chiasso assordante di bombe e droni, di mine nelle acque del mare e nei deserti. «Il mondo si è capovolto. La faccia di tutte le cose è sfigurata. L’umanità non riconosce più sé medesima. La terra è coperta di orrende cicatrici. Alcune delle sue regioni più floride sono morte, come i crateri dei vulcani. Il fuoco e l’odio hanno distrutto le città, sterminato le foreste, calcinato le glebe. Là dove il fuoco dell’uomo l’ha risparmiata, la terra è stata disseccata internamente da una maligna sterilità. Le messi crescono a stento, rade e magre, sulle zolle incattivite. Gli alberi stendono al sole i rami stecchiti e nudi di frutti, come il Crocifisso apre sul legno le braccia. I granai e le cantine sono vuoti a metà». Sono, queste riferite, le parole di Guglielmo Ferrero in La vecchia Europa e la nuova (Fratelli Treves, Milano 1918I. L’Autore nella prima parte del suo volume, in cui raccolse discorsi pronunciati in Europa e in America tra il mese di luglio del 1907 e il mese di gennaio del 1914, non poté che ricorrere, anche a quel tempo, all’immagine del crocifisso per segnalare la crisi immediatamente antecedente alla prima grande guerra mondiale.

Quella grande guerra, pur con le sue periodiche interruzioni, non è mai finita e incombe sulla popolazione adulta e anziana e, soprattutto, sui giovani dalle cui file si fanno ancora i reclutamenti per i nuovi eserciti e le nuove navi da guerra. Per questo anche papa Leone nelle terre dell’Africa della sua recente visita apostolica, ha voluto parlare particolarmente ai più giovani. In Angola, nella Spianata antistante il Santuario “Mama Muxima” (Muxima), Domenica, 19 aprile 2026, papa Prevost ha insistito, significativamente, con le generazioni più giovani: «Specialmente voi, giovani, prendetelo come un segno. Anche a voi, infatti, la Madre del Cielo affida un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà, e dove i principi del Vangelo ispirino e plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti. È l’amore che deve trionfare, non la guerra! Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti. Partiamo, allora, da questo Santuario come “angeli-messaggeri” di vita, per portare a tutti la carezza di Maria e la benedizione di Dio».

Di fronte a quella terribile immagine di un soldato che si accanisce, nel su del Libano, contro un crocifisso inerme, vanno oggi i nostri ricordi, particolarmente alle mamme israeliane e palestinesi, iraniane e libanesi, ucraine e russe e di tutti i paesi asiatici e africani, in cui non si spengono i focolai di questa guerra mondiale, drammaticamente non più a pezzi. In particolare, di fronte a quell’Uomo della croce vilipeso nel suo simulacro, vogliamo ricordare le donne, bambine e madri che, come “Maria, madre di Gesù” stanno, impietrite dal dolore, “presso la croce” (Gv 19,25). Donne che devono ancora piangere, con occhi ormai senza più lacrime a motivo dell’efferatezza delle guerre, i loro figli e le loro figlie, come “Rachele piange i suoi figli/ e non vuole essere consolata/ perché non sono più” (Mt 2,18). Non senza commozione…