1. Magnifica umanità, magnifica gente…

Leggendo, in latino, Magnifica Humanitas (in sigla, MH: cinque capitoli, 245 paragrafi) – titolo d’esordio della prima enciclica di papa Leone XIV -, mi sono tornate alla mente alcune strofe della canzone di C. Mattone, che all’epoca fu un po’ come la colonna sonora di “Scugnizzi”: «Gente, magnifica gente/ chi tanto e chi niente/ e nuje stammo a guardà/ gente, magnifica gente di questa città». 

Come nella città degli scugnizzi, oggi, nella città dell’intera umanità, si rischia, come avvenne alla Babele biblica, di costruire una torre che non unifica, ma diversifica, anzi emargina (cfr Gen 11,1-9): chi tanto e chi niente, insomma; chi ha potere o visibilità, chi invece resta oscuro e periferico e chi, beneficia delle nuove tecnologie digitali. Non soltanto IA, insiste l’enciclica al n. 4, ma anche digitalizzazione e robotica, che possono davvero creare nuove divisioni e nuove schiavitù nella magnifica umanità che ogni persona umana esprime.

In questa città e in quest’era, potremo mai anche noi – come, nel primo secolo, la fanciulla di Nazaret di fronte alla cugina Elisabetta -, cantare il Magnificat, cioè la canzone di un Dio che ha rovesciato i potenti dai troni ed esalta gli umili? 

Potenza dell’umiltà: anche l’umiltà di chi non possiede, e non riuscirà mai a possederla, la proprietà privata dei dati e dei metadati. Del resto, che l’aggettiva magnifica – attribuito dal Papa all’umanità nel suo insieme astratto (umanità, non persone che la configurano) -, venga orientato proprio dal canto di Maria di Nazaret, appare subito a chiunque legga, a seguire, il primo e l’ultimo paragrafo della prima enciclica: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (n. 1). Come a dire: staremo noi con i potenti, che edificano nuove cattedrali nel deserto del mondo, oppure rimarremo dalla parte degli umili, come la ragazza-madre di Gesù? Papa Prevost si mostra sicuro, sulla base di una fiducia-speranza: «Affido questo desiderio alla Madre di Cristo, alla donna del Magnificat, perché accompagni i nostri passi nel presente che cambia e custodisca in ciascuno di noi la fiducia nel Vangelo, così che possiamo testimoniare la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio» (n. 245). 

A un anno dalla sua elezione, il quattordicesimo papa di nome Leone (come spiega il recentissimo volume della collana “Biblioteca di scenari”, da me diretto presso le edizioni La Valle del tempo di Napoli) era voluto andare a Pompei, per ringraziare la Vergine del Rosario: a lei avrà pensato al momento di scegliere il titolo della sua prima enciclica che segnerà tutto il pontificato. 

Magnifica indica, primariamente, un desiderio, anzi un auspicio fiducioso, del Papa americano, il quale non perde e non fa perdere, da buon figlio di sant’Agostino, l’ottimismo antropologico. E ciò, nonostante la tecnologia avanzata. Senza «demonizzare né idolatrare gli strumenti» (n. 137). Anzi nonostante il rischio, fondato e calcolato, che la nuova tecnologia possa finire per allargare ulteriormente «il divario tra chi ha e chi non ha» (n. 164). Ovvero lasciare sempre più ai margini chi, invece, avrebbe bisogno di conforto e non ne trova; anzi non possiede alcun’altra chance, tutt’al più, che candidarsi a diventare addestratore (con bassi guadagni) delle Intelligenze Artificiali: i non molti gruppi – più dell’Occidente che della Cina -, stanno oggi gestendo mediante ricorso a operatori del sud, piuttosto che del nord del mondo. Davvero, «nelle regioni più povere piccoli gruppi vivono in un benessere consumistico che convive con situazioni di miseria disumanizzante» (n. 40). 

Ecco qual è il genuino e avveniristico profilo sociale di questa prima enciclica del Papa americano, il quale non teme di esplicitare e mettere nel conto la concretezza dell’attuale «rischio della disumanizzazione» (n. 10): un rischio concreto, che si cela sotto tantissime, antiche e «nuove forme di disumanizzazione» (n. 15). Sapremo ancora trarre dal Vangelo «i criteri per riconoscere ciò che umanizza o disumanizza, ciò che libera o opprime, dentro situazioni sempre nuove» (n. 38)? 

Leone XIV, nella scia del processo sinodale che ci ha fatto ri-assaporare il «gusto spirituale» di essere un Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione; ma anche nella scia delle indicazioni di V. Frankl – che merita l’onore della citazione nell’enciclica – precisa, quasi a ogni passaggio-chiave del suo testo magisteriale, quale dovrà essere l’occhio della speranza: «Persino quando l’essere umano si disumanizza e provoca tragedie, una piccola luce continua a brillare nell’umanità e rimane capace di riaccendersi, con la grazia di Dio, in cammini di conversione e di riconciliazione» (n. 121). 

La disumanizzazione non è, non può essere, insomma, il destino della gente di questa città umana, che è, appunto, la società di oggi. Lo mostrano, incalza l’enciclica, almeno le tante figure-simbolo, ovvero i «testimoni che hanno incarnato, in condizioni dure e spesso disumane la speranza del Vangelo e la dignità dell’uomo» (n. 125). Lo sanno bene, in particolare, tutti coloro che, come precisa il Papa, svolgono nel mondo la rilevante opera educativa: essi vanno offrendo, piuttosto che delle cose da sapere (le macchine ultra-avanzate ne sanno di più!), dei criteri di fondo, che consentano a tutti di orientarsi in un terreno (anche se esso appare ormai sempre più accidentato): «Molti educatori avvertono già i segni di una possibile disumanizzazione, in cui le persone “sanno molte cose” ma faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze, e di non perderne l’orizzonte di senso» (n. 146). 

Disumano è ciò che non vuol riconoscere limiti, soprattutto nella corsa alle tecnologie, peraltro oggi impiegate per garantirsi il successo in sempre nuove guerre: «È, inoltre, la corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo, secondo una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti» (n. 185). Di fronte al male oggettivo della guerra non più a pezzi, non vi è IA, o digitale, o robotica, che tenga: «L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e trasformando la difesa in previsione operativa, con le vittime ridotte a dati» (n. 198).

  1. Voglio cantare, sempre cantare… l’alba di un’epoca nuova

«Io canto, «La primavera canto/ La mia preghiera canto/ Per chi mi ascolterà./ Voglio cantare sempre cantare/ L’odore del caffè nella cucina/ La casa tutta piena di mattina». Le parole della canzone di Riccardo Cocciante, portata al successo da Laura Pausini, evocano bene, mi sembra, l’atmosfera di fiducia che, nonostante le tantissime preoccupazioni, caratterizzano questa enciclica sociale di papa Leone XIV. 

Il nuovo verrà, sta venendo, verrà la preghiera, verrà la primavera…: rispetto alla Rerum novarum di Leone XIII, papa Prevost guarda alle questioni nuovissime del nostro tempo: «Le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo» (n. 4).

Cosa farà, dunque, la dottrina sociale contemporanea di fronte a tutto ciò? In primo luogo, segnalare a tutti le vere cose nuovissime che stanno ormai caratterizzando l’umanità contemporanea: «Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: “Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa”. Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e sul bene comune» (n. 4). 

Verrà la primavera, comunque; perché «non possiamo però perdere la speranza» (n. 64). E noi altri, sapremo riconoscere «l’apertura alla speranza di un cambiamento della persona» (n. 102)?

  1. Un’altra canzone: rimanere umani

Rimanere umani: è il titolo di un paragrafo del recente (firmato il 15 maggio di quest’anno) testo pontificio (che comprende i numeri 15-16 della Introduzione all’enciclica). Sì, adesso «abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani» (n. 15). Solo questo ci consentirà di governare perfino la forza letale delle guerre in atto: una forza che «non può essere delegata a processi opachi o automatizzati, ma deve restare sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile» (n. 200).

Il testo della canzone di Marco Mengoni, Essere umani, cantava, tra l’altro, un famoso ritornello: «Credo negli esseri umani./ Credo negli esseri umani./ Credo negli esseri umani che hanno coraggio,/ coraggio di essere umani». Il titolo dei paragrafi 15-16 della Introduzione all’enciclica, è Rimanere umani: un titolo che chiarisce, a mio avviso, anche il senso del titolo dell’intero testo, ovvero di Magnifica Humanitas: «Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa» (n. 15).

Il Papa non distribuisce dei e dei no a questo o a quel potente proprietario delle nuove tecnologie avanzate. Piuttosto, egli dialoga, irrimediabilmente, ostinatamente: «Tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa, perché essa, costituita “in Cristo, in qualche modo il sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”, riconosce nella storia il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana». È il medesimo atteggiamento del tredicesimo papa Leone nel 1891, il Papa delle Rerum novarum di cui, scrive papa Prevost, «con viva riconoscenza celebriamo quest’anno il 135° anniversario» (nn. 2-3). 

È questo oggi lo spirito della cosiddetta dottrina sociale della Chiesa (parte integrante della cosiddetta teologia morale): si tratta, insomma, di «riflettere sulle questioni sociali alla luce del Vangelo. Oggi la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire» (n. 3). Bisogna discernere e giudicare non solo l’IA (intelligenza artificiale), ma tutti i progressi della tecnica ultramoderna: digitalizzazione, IA, robotica... e chi più ne ha, più ne metta.

La questione non si esaurisce nella proposta di una regolamentazione, ma nell’evidenziare con realismo, e alla luce di due potenti icone bibliche (la confusione di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme nella profezia di Neemia: Gen 11,1-9; Ne 2-6), chi oggi effettivamente detenga questo potere e a quali fini lo orienti…. Tenendo, quindi, presente che «i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune» (n. 5). 

Tradotto in termini operativi, ciò comporta il convincersi e convincere che «la tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa» (n. 9).

  1. Non son solo canzonette…

«Guarda invece che scienziati/ Che dottori, che avvocati/ Che folla di ministri e deputati/ Pensa che in questo momento/ Proprio mentre io sto cantando/ Stanno seriamente lavorando/ Per i dubbi e le domande/ Che ti assillano la mente». In maniera sorniona, nel 1980 Edoardo Bennato affrontava il tema dei sogni, spesso disillusi, di un bambino. L’epoca dei juke-box è finita da un pezzo nella infanzia del mondo. Nell’era della tecnologia avanzata, ricorda l’enciclica, rimangono «persone con dignità, risorse e sogni, che hanno diritto a essere trattate con rispetto e chiedono di poter diventare parte attiva delle società che le accolgono» n. 81).

Non è solo il modo di parlare/cantare della Pop theology, proposta del vescovo-presidente della Pontificia Accademia di Teologia: dignità, risorse e sogni, a cui non devono/non possono rispondere soltanto scienziati e dottori, soprattutto se avessero la «pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni» (n. 10). 

La Chiesa di papa Prevost oppone il linguaggio popolare evangelico: «edificare nel bene domanda un linguaggio evangelico» (n. 14). Linguaggio che è più delle questioni sociali e del linguaggio dei diritti; che è più del linguaggio delle Dichiarazioni e delle Carte. Un linguaggio più che umano, non solo nel senso delle promesse tecniche, ma nel senso della trascendenza della persona (n. 127). In sintesi, di fronte a qualunque presente o futura innovazione, si tratterà di mantenere sempre «un linguaggio evangelico. Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi» (n. 14).

«Sono pieno di tecnologia/ sfioro un tasto e so come tornare a casa mia/ ho più musica di quanta si/ possa mai ascoltare neanche in quattro secoli/ L’universo è nel mio display»: tutti riconoscono il testo di Sto bene qui, di Max Pezzali. Magnifica Humanitas evoca in noi, oltre ad assonanze canore, delle domande davvero brucianti, quelle che noi filosofi chiamavamo domande di senso: «Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?» (n. 6). 

Domande in vista di un autentico pensiero critico e creativo (n. 146). Insomma, non son solo canzonette…