RIFLETTENDO:

  1. Epicamente furiosa

Purtroppo infuria ancora la nuova, ennesima, guerra, iniziata da Trump e Netaniyhau. Altro che guerra-lampo, stiamo pensando in molti, nel corso di questi interminabili giorni, che i telegiornali scandiscono numerandoli uno per uno. Altro che breve, questo ennesimo lampo di guerra sembra, piuttosto, accompagnato da bagliori senza fine e da ruggiti del leone bellico.

Come coloritamente intitolava un suo saggio Michael T. Clare (edizioni Feltrinelli), sarebbe l’accaparramento di energia e materie prime ad essere alla base delle più recenti strategie belliche degli Usa e dei loro accoliti, a cui è stato opposto, non a caso, il blocco della navigazione nello stretto di Ormuz. Quella dei nostri presenti, terribili e infiniti giorni, è – come ricorda il colorito nome epico inglese attribuito dal Pentagono (che predilige da tempo i mantra bellici) -, una furia epica. Detto altrimenti, vorrebbe essere un’operazione che tutti dovremmo, facilmente e riconoscibilmente, denominare, ripetendone l’etichetta colorita che comporta spreco di missili, aerei e droni: un’operazione epica. Anzi una guerra furiosa. Ovvero, una guerra accesa da qualcuno che è andato su tutte le furie; forse un pazzo?, ci stiamo chiedendo in molti. 

Resta che Epic Fury, secondo quanto dichiarato a RFE/RL da Mark Cancian, consulente senior del Center for Strategic and International Studies di Washington, è un nome «insolito per la sua audacia». Un’audacia che sembra ora dominata da vere e proprie Furie diaboliche. Epic Fury Operation vorrebbe essere, appunto, il nome di un’operazione militare (sia dai cieli, sia, ora, sul campo) contro chi aveva avuto l’ardire di gridare per 50 anni: “Morte all’America” o “Morte a Israele”.

  1. Non stiamo fantasticando. 

Sono parole testuali, desumibili dal commento con cui, il primo marzo scorso, Trump ha usato nei media USA, annunciandone il primo atto. La Epic Fury Operation viene condotta d’intesa con Israele e con tutti gli “altri partners”, “contro l’Iran” – così ha detto testualmente il presidente. In tal modo, “è stata lanciata una delle offensive militari più grandi e travolgenti che il mondo abbia mai visto”. Un’offensiva condotta da “guerrieri che non abbiamo mai visto prima” e dall’esercito più potente del mondo. Parlerebbero i numeri, continua il Presidente: centinaia e centinaia di obiettivi colpiti in Iran; in pochi minuti, una grande distruzione, anzi una furia epica. Una furia che è riuscita ad assassinare perfino l’ex guida suprema dell’Iran, che il Presidente degli Stati uniti ha apostrofato come “uomo spregevole e vile, che aveva sulle mani il sangue di centinaia, persino migliaia di americani”, nonché responsabile di “migliaia di morti innocenti in molti paesi”; ma, soprattutto – ecco la motivazione principalmente addotta -, capo di una Nazione che possiede armi atomiche, con cui va appoggiando il terrorismo. 

La propaganda a sostegno dell’ennesima guerra non dichiarata, condotta oggi dagli USA e da Israele, non teme di parlare di “giusta missione”. Così giusta che starebbe provocando, appunto, esultanza per le strade dell’Iran, con vertici militari distrutti e finalmente arresi. Insomma, un ritmo infernale di distruzione, una macchina da guerra con i suoi inevitabili morti, anche americani, su cui l’ideologo della Furia versa ora lacrime, chiamandoli “patrioti americani”: dei martiri, insomma. Ovvero delle persone “che hanno compiuto l’estremo sacrificio per la nostra Nazione”. Morti che l’America, oltre a piangere (come pure si deve, di fronte a qualunque morte di un vivente), vendicherà (la furia si vendica sempre!), fino a sferrare il “colpo più punitivo”. 

In definitiva, lo dovremmo aver capito: o il nemico si arrende, chiedendo la “piena immunità”, oppure sarà una “morte certa”. Anzi, insiste il capo-furioso, i comandi politici e militari iraniani dovranno optare tra l’essere anch’essi coraggiosi, audaci ed eroici arrendendosi, oppure andranno incontro a sicura morte. Vita breve, norte certa, insomma. La furia epica esige sempre delle “azioni giuste e necessarie”, che ha il suo conto di morti ammazzati per una causa giusta: ecco la migliore retorica bellica, posta a sostegno di una missione che viene letteralmente definita “giusta”, evocando esplicitamente la teoria filosofico-giuridica di una “guerra giusta”. Una giusta guerra sarebbe oggi condotta contro i nemici della “civiltà stessa” da parte di una Nazione, che viene definita, senza mezzi termini,  da Trump “di gran lunga la più potente e ricca del mondo”.

Di fronte all’irreligioso saluto finale del primo annuncio di guerra ormai già avviata (“Dio benedica i nostri guerrieri!”), non possiamo che domandarci di nuovo: esiste forse davvero una guerra di civiltà? E ancora: potrebbe mai essere reputata “giusta” una guerra con l’obiettivo dichiarato d’infrangere il diritto internazionale e punire con furia epica il nemico di turno?

  1. La retorica bellica di sempre, pur sotto nuove salse

Fin dalla denominazione, tutta l’operazione smazza le carte da gioco della retorica bellica e guerrafondaia, descritta come impresa epica, combattuta da eroi coraggiosi e pronti al sacrificio della morte. Tutti uniti contro gli esponenti dell’impero del male, quasi come in una saga di Anime, apparsa da poco sui media americani, che hanno alternato immagini di videogames a morti reali. Si è dovuto infuriare (finalmente!) perfino il vescovo cattolico di Chicago. Rispondendo a Vatican news il 5 marzo 2026, Cupich ha ricordato di essersi già “unito al cardinale Joseph Tobin (arcivescovo di Newark) e al cardinale Robert McElroy (arcivescovo di Washington D.C.) in una dichiarazione su tutto questo [definito momento di grande tensione e paura]. E ciò già nel momento in cui gli Stati Uniti stavano intervenendo, o minacciando di intervenire, in Groenlandia e in Venezuela. Parole di vero e proprio dissenso: «Avevamo previsto che, in effetti, sarebbero successe altre cose se non avessimo cambiato rotta. E questo sta avendo un impatto sulla vita delle persone. Quasi mille persone sono state uccise in quest’ultimo intervento con l’Iran. Stiamo anche vedendo l’uso delle armi come un modo per risolvere le difficoltà. Quando si inizia ad adottare questo approccio, si intraprende una strada da cui è molto difficile tornare indietro. Ed è sempre più visibile in questo particolare momento. Penso che le persone abbiano paura. Non hanno idea di come andrà a finire e la situazione può sfuggire di mano molto rapidamente». 

Analogie tra guerra all’Ucarina e guerra all’Iran, secondo il vescovo statunitense, che critica frontalmente le motivazioni addotte da Trump e da Israele, definendole “molto discutibili”, anche perché non c’era nessuna minaccia immediata: «Molto discutibile il motivo per cui lanciare attacchi militari se non esistesse una minaccia immediata da neutralizzare. Per quanto ne so, non c’era alcuna minaccia immediata, questo faceva parte di ciò che stava accadendo in questo Paese. Ci era stato detto che le capacità nucleari dell’Iran, del governo iraniano, erano state neutralizzate da un bombardamento avvenuto mesi fa».

  1. Et ab hoste docetur: imparare anche dal nemico?

Le Furie, evocate nel colorito nome della missione ordinata da Trump, provocano solo distruzione e vendetta. Come nelle migliori tragedie classiche, le Furie sono come un branco di cani che fiutano le tracce di chi ha commesso, per esempio, un matricidio, come nel caso di Oreste della tragedia classica greca. Oggi, sulle mani dell’Oreste-Trump, gronda molto sangue: soprattutto quello delle bambine iraniane, su cui, davvero come delle furie, si sono avvinghiate le bombe intelligenti di israeliani e americani. Ha resocontato l’Unicef il 6 marzo: «Tra le vittime ci sono 168 bambine uccise quando un attacco ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran, il 28 febbraio, mentre le lezioni erano in corso. Secondo le notizie, la maggior parte delle vittime erano studentesse tra i 7 e i 12 anni. Inoltre, 12 bambini sono stati uccisi in altre scuole in cinque diverse località dell’Iran».

È la storia di Oreste che si ripete nell’era postmoderna. Secondo il mito, Oreste uccise la madre Clitennestra e perciò Eschilo, nella tragedia intitolata Eumenidi, mette le Furie accanto agli altri personaggi della scena: la profetessa pìtica, gli dei Apollo e Atena, il sanguinario Oreste, l’ombra di Clitennestra (uccisa dal figlio Oreste) e, soprattutto, il Coro delle Furie. Nel primo episodio dell’azione tragica, dinanzi all’altare di Apollo, si vede, infatti, prostrato Oreste, che stringe la spada grondante di sangue del matricidio. Intorno a lui, sono le Furie sdraiate e addormentate: figlie della notte, ministre di rovina, che la defunta, assassinata da Oreste, cerca di risvegliare con le sue grida epiche. Nella seconda parte, finalmente, irrompono, nell’orchestra della scena teatrale di Eschilo, le Furie ormai sveglie: cercano il matricida, fiutano il suolo come una canea in traccia della preda, alla ricerca delle tracce del fuggiasco assassino: anche se vivo, Oreste sarà braccato, appunto, da quelle epiche Furie: “Ma se un reo, come l’uomo ch’or fugge,/ nasconde le mani cruente,/ noi, vindici giuste a chi cadde,/ dinanzi apparendogli,/ del sangue il riscatto esigiamo” (traduzione di Ettore Romagnoli). Sangue chiama sangue; chi uccide il proprio nemico, chi osa toccare Caino (che pure aveva eliminato il proprio fratello carnale) va contro la volontà di Dio, che dando un segno a Caino, ha stabilito, appunto, che Nessuno deve toccare Caino!

Nel prosieguo, della tragedia di Eschilo, le Furie, ormai ammansite da Atena, diventeranno, alla lettera delle Eu-mènidi: dopo il verdetto di assoluzione di Oreste (grazie al voto decisivo di Atena), le Furie, infatti, non minacciano più pestilenze e sventure: non saranno più furie distruttrici, ma “benevole” custodi della giustizia, della fertilità e della prosperità della polis. Non è un caso che, anche nella rilettura di Freud e della scuola freudiana, Oreste, la creatura di Eschilo, sarà l’unico ad uccidere “consapevolmente” l’amante della madre (sostituto del padre) e poi la madre stessa: un trauma mitico, quello, che potrebbe aprire poi alla cosiddetta capacità di riparazione.

  1. Con canto dolce e mortifero, infuriano le bestie demoniache

Ma intanto, la furia epica di adesso non ripara, ma distrugge, rade al suolo, vaporizza, scanna… è l’inferno della terza guerra mondiale come a pezzi. Non a caso Dante Alighieri collocava le Furie nell’Inferno: «...dove in un punto furon dritte ratto/ tre furïe infernal di sangue tinte,/ che membra femminine avìeno e atto,/ e con idre verdissime eran cinte;/ serpentelli e ceraste avean per crine,/ onde le fiere tempie erano avvinte». Nel canto nono, le tre divinità infernali (quasi caricatura della Trinità cristiana), sono figlie della Notte e della Terra (che nei miti greci classici ricevevano in sacrificio agnelli neri e una bevanda costituita da miele e acqua); svolgono ora il ruolo di demoni della notte e della vendetta. Appaiono ai due viaggiatori-pellegrini (Dante e Virgilio) tinte del sangue di coloro che esse stesse hanno assassinato: hanno le chiome fatte di serpenti e cercano di terrorizzare chiunque viaggi nell’oltretomba e desideri di veder le stelle. San Girolamo, come ricordava Hugo Rahner nel suo studio sui miti greci nell’interpretazione cristiana, aveva considerato le Furie come analoghe alle Sirene, che s’insinuano nelle voluttà: il grande traduttore della Bibbia latina accennava anche alla loro natura, in perfetta conformità alla mitologia antica: «Con canti dolci eppur mortiferi (dulci et mortifero carmine) trascinano le anime nell’abisso, affinché nell’infuriare del naufragio siano divorate da lupi e cani».

Non bisogna lasciarsi affascinare dalle parole dolci delle Furie che promettono guerre brevi e salvatrici! Samuel Huntigton aveva già avvertito, alla fine del Novecento, circa il possibile scontro di civiltà, allorché non esistono dei veri amici (nel proclama di Trump, USA e Israele sarebbero degli amici) senza dei veri nemici (nel proclama di USA e Israele, i veri nemici sarebbero i foraggiatori del terrorismo). Quando dei popoli cercano d’inventarsi un vincolo di appartenenza etnica, quando concordano nell’individuazione di un nemico, soprattutto un nemico identificato in una religione, ricorrendo a una divinità alternativa come le Furie, può esserci l’elemento essenziale per l’inizio della fine. 

  1. Chi sarà il prossimo?

In molti temono che presto siano reperiti dei nuovi nemici da distruggere epicamente. E si domandano: chi sarà il prossimo? A meno che, andati tutti i popoli del mondo su tutte le furie, non ci fosse più da inventare alcun nemico per le guerre tribali e i nuovi conflitti etnici. E neppure nuove divinità dai capelli come serpenti, come il Tentatore antico. Una teoria tradizionale, e discutibile, continua a sostenere che, nei Paesi e nelle regioni in cui esistono tensioni e disaccordi tra i membri di religioni diverse, ovvero in cui si pregano i diversi dei per benedire guerre e violenze di tenore opposto, la limitazione o la negazione della libertà di religione, per quanto spiacevoli, sarebbero utili, o perfino necessarie, al fine di limitare la violenza. Eppure, nel corso di questa terza guerra mondiale non più a pezzi, conviene non contrapporre più fedi degli assalitori e fedi di chi subisce, bensì massimizzare la libertà di religione al fine di prevenire discriminazione e violenza. Nel 2003, di fronte agli scontri di quei tempi, da Gerusalemme, città della pace, il cardinale Carlo Maria Martini, in una dichiarazione affidata alla Radio vaticana, disse: «Purtroppo il Papa ci aveva ammonito ampiamente nei mesi e nelle settimane scorse sui disastri di una guerra e adesso stiamo assistendo giorno per giorno a ciò che si poteva prevedere, cioè disastri, morti, feriti, prigionieri, bombardamenti, città a fuoco. Cose spaventose. Ci accorgiamo di essere di fronte a qualcosa che nega tutto ciò che l’umanità deve e vuole essere». 

Il grande Paolino di Nola, poeta cristiano che si ritirò con la moglie Terasia a Cimitile (nei pressi di Nola), nel suo carme 31 caratterizzava le Furie come mostruose creature, che hanno la loro sede nell’Ade, nel rispetto della lunga tradizione sancita da Virgilio nell’Eneide, descrivendo anch’egli le loro terrificanti chiome serpentine. Ai suoi occhi cristiani, le Furie evocavano proprio il serpente antico, il primo tentatore dell’umanità che, sotto le specie di un frutto bello da vedere e buono da mangiare, stava facendo iniziare la catena senza fine delle distruzioni e degli assassini d’innocenti.