“La necessità di un dialogo libero e aperto fra statisti e politici, fra intellettuali ed esponenti di diverse religioni, è indispensabile in un momento così grave.”  Con questo spirito confermata e realizzata dagli organizzatori “Falafel e democrazia”,  “confronto  tra posizioni diverse come deve essere in una società libera”.   L’avversata iniziativa promossa da Fondazione Rut e Golem Multimedia, si è tenuta presso Palazzo Caracciolo con la partecipazione, tra gli altri, di Ehud Olmert, ex Primo ministro israeliano, e di Nasser Al-Kidwa, già Ministro degli Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese che portano avanti da anni uno scambio in molte sedi internazionali, incentrato sull’idea di due popoli e due Stati. In occasione dell’evento, nelle sue  riflessioni  sulla situazione politica e sociale di Israele e sul rapporto con le critiche internazionali, l’ ex Primo Ministro israeliano Olmert Ehud, ha riconosciuto il dolore e le paure post-7 ottobre, ma ha sotenuto che la pace e la cooperazione restano l’unica via praticabile, denunciando la retorica che confonde critica politica e antisemitismo e ricordando la parte di Israele contraria alle politiche del governo.

Olmert distingue tra antisemitismo – fenomeno ancora presente ma non dominante – e critiche legittime a Israele, sottolinea che oggi molti critici del governo Netanyahu non sono antisemiti, ma intellettualmente onesti e spesso ex-alleati politici, ammettendo di condividere in parte alcune delle loro obiezioni alle politiche attuali.

“Dobbiamo  in qualche modo riconoscere – ha detto – che l’antisemitismo è stato e probabilmente sarà sempre parte delle nostre vite, delle nostre tradizioni e in qualche modo non potremo, non tutti perlomeno, ce la faranno essere esenti da questo pregiudizio. Però poi ci sono altri gruppi di critici di Israele, persone che sono sempre state eque e oneste, intellettualmente, giuste. Persone che, forse, non hanno mai apertamente sostenuto, non hanno necessariamente condiviso la creazione dello Stato di Israele, ma che sono state sempre aperte mentalmente. E ora proprio questo gruppo, queste voci, sono molto critiche, sono aspramente critiche. Esprimono questo dissenso perché non sopportano quello che vedono, non sopportano quello che sentono, non sopportano la retorica del governo, la narrazione e le sue decisioni, le sue scelte. Quando ascolto queste voci, queste critiche, allora davvero mi rattristo moltissimo. Mi rattristo moltissimo perché io ho fatto politica, sono stato un protagonista della vita politica di Israele.”

Interprete del dissenzo delle proteste di massa in Israele, Olmert viaggia per il mondo per testimoniare che milioni di israeliani non si riconoscono nelle scelte del governo, invitando la comunità internazionale a distinguere tra opposizione al governo e ostilità verso Israele o il popolo israeliano.

“Immagino – ha specificato l’ex Primo Ministro israeliano – che lo sappiate, ma non c’è nessun altro paese al mondo come Israele, dove da due anni a questa parte ogni giorno c’è una manifestazione. Ci sono migliaia, decine di migliaia, ma a volte centinaia di migliaia di persone che scendono per le strade a protestare. Viaggio dappertutto, vado ovunque, in Europa, nel sud est asiatico, nel nord America, vado ovunque proprio perché voglio ascoltare le voci di dissenzo, ma soprattutto voglio far sapere a tutti che in qualche modo ci sono posizioni diverse in Israele e che quello che sentono dal governo non è affatto rappresentativo degli israeliani.”
Critico con Netanyahu per aver definito antisemiti leader come Emmanuel Macron, mentre il presidente francese ha dimostrato vicinanza e sostegno a Israele, anche militarmente, pur manifestando come altri leaders preoccupazione per la situazione a Gaza, Olmert ha ribadito che per il futuro del conflitto israelo-palestinese non ci sono alternative credibili alla soluzione dei due Stati, anche se il trauma del 7 ottobre ha visto molti israeliani vacillare sull’idea.

“L’odio – ha tenuto a evidenziare – non è una soluzione, la vendetta non è un programma politico, non è un’agenda politica e non è nell’interesse né degli israeliani né dei palestinesi :

serve un processo di pace basato su fiducia reciproca e dialogo, immaginando un futuro di cooperazione regionale tra Israele, Palestina, Egitto, Giordania, Emirati, fino a comunità musulmane globali come l’Indonesia che possa garantire stabilità e sviluppo.”

“In qualche modo, ci si è interrogati – ha rilevato l’ex Primo ministro israeliano – se fosse possibile, se davvero fosse realizzabile e se si dovesse tollerare quello che era stato fatto. Però siamo chiari, se fosse facile non avreste invitato me e il dottor Al-Kidwa, nel senso che è chiaro che questa è la ragione per cui stiamo in qualche modo facendo di tutto, viaggiamo, ci esponiamo, prendiamo la parola, perché vogliamo riportare in qualche modo le nostre rispettive comunità, quella israeliana e quella palestinese, a una posizione la quale possano davvero affrontare una visione del futuro, anche partendo da queste considerazioni strategiche,”
“Sarà un lavoro duro, sarà molto complesso, molto duro per i palestinesi dopo tutto quello che hanno vissuto, per gli israeliani dopo tutto quello che hanno vissuto, ma bisogna assolutamente che le nostre rispettive comunità comprendano che non c’è un’alternativa per salvare il futuro dei nostri figli, dei nostri nipoti, che possano non dover vivere la miseria e le cose terribili che abbiamo dovuto vivere noi e che sta vivendo questa generazione.”

Che la pace sia inevitabile, ma che richieda tempo e fine del conflitto, e’ altrettanto l’opinione di Nasser Al-Kidwa, già Ministro degli Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese che nel suo intervento da remoto all’evento ha manifestato il suo rifiuto dell’idea che l’opposizione palestinese sia antisemita e indicato come chiave la convergenza futura tra le comunità, più che il solo intervento internazionale.

“Se il primo ministro israeliano attualmente in carica o alcuni dei suoi ministri – ha detto Al-Kidwa – prendono delle posizioni cavalcando un antisemitismo vero o presunto, anche per scopi politici, magari facendo campagna con il pretesto dell’antisemitismo, in qualche modo ottengono l’effetto contrario o il proprio controproducente. Quindi questo vale a livello internazionale per la comunità internazionale. Per quanto riguarda proprio i palestinesi, io non credo che ci sia davvero una posizione antisemita, non sono contro Israele per l’antisemitismo, anche se ci si può esserlo dopo tutte le atrocità che sono state vissute da questa comunità, se questo sia davvero possibile. Però io mi sento proprio di dire che è così, penso che si possa contare su questo, cioè che non ci sia un antisemitismo. E personalmente nessuno mi può dire di aver mai sentito una posizione antisemita da parte mia e colgo l’occasione per reiterarla, per ripeterlo assolutamente.”

Se nel ben mezzo della guerra, quando il sangue ancora scorre tutti i giorni, è difficile in qualche modo pensare a una soluzione pacifica, il già Ministro degli Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese,

Al-Kidwa si detto convinto che, una volta terminata la guerra, entrambe le comunità avranno tempo e spazio per riflettere e comprendere che non esiste alternativa alla convivenza pacifica e che la consapevolezza dell’inevitabilità della coesistenza prevarrà sulle pulsioni di scontro e sul rifiuto del compromesso.
“Sono certo che questo verrà, ma ci vuole tempo” – ha detto,  ricordando in conclusione che l’attuale governo israeliano non è immutabile: “prima o poi cambierà, aprendo nuove possibilità politiche.”