Trionfo della morte?
Nel quarto volume della sua Letteratura della nuova Italia, Benedetto Croce proponeva, tra l’altro, l’analisi critica di alcuni scrittori e poeti tra i più importanti di quelli che avevano operato a cavaliere dei secoli XIX e XX: D’Annunzio, Pascoli, Fogazzaro, segnalando, tra l’altro, sia nel D’Annunzio che nel Pascoli, i germi della loro propensione al decadentismo che, in loro, aveva comportato, secondo Croce, come una corruttela estetica.
Una corruttela che sarebbe evidente soprattutto in Pascoli: parlare di pietà, di bontà, di tenerezza, di tristezza, di morte… non sarebbe altro che il segno di un decadentismo in atto. Così testualmente Croce:
«E poiché la sua corruttela estetica prendeva per materia la pietà, la bontà, la tenerezza, la tristezza, la morte (diversamente dal D’Annunzio il quale si compiaceva di altre cose, che davano scandalo ai timorati), al Pascoli è stato possibile soddisfare in modo decente quel che era di malsano nelle anime timorate, e persino nei preti: ‒ come, per un altro verso, il Fogazzaro è stato il D’Annunzio dei cattolici, e ha scritto per le famiglie cattoliche il Piacere e il Trionfo della morte sotto i titoli di Daniele Cortis, di Malombra e di Piccolo mondo moderno».
Al di là dei giudizi storico-letterari di don Benedetto, il susseguirsi, a distanza di pochi giorni, della morte di due grandi della cultura italiana – il fisico Antonino Zichichi, già qui ricordato, e, ora, il 12 febbraio 2026, lo storico della filosofia e filosofo Dario Antiseri, che era nato a Foligno il 1940 – ci è parso come l’invito del “destino” (o della “Provvidenza”, secondo i casi). Un invito a meditare su questo incedere, e quasi trionfare, della morte su tutto e su tutti, anche su chi, come fa ogni filosofo, insegna non soltanto a non aver paura del morire, bensì a dare un senso alla precarietà stessa del vivere terreno.
E tutto ciò è possibile, proprio educandosi a ben morire. Però senza cadere mai nella tristezza, bensì restando nella pietà e nel genuino senso del morire umano. Anche se questo senso non appare più nelle morti a decine di migliaia, provocate dai droni e dalla protervia umana, in questa nostra situazione di terza guerra mondiale a pezzi, nella quale ci muoviamo e siamo.
In particolare, la morte di un filosofo, come Dario Antiseri, non può non ricordarci che il grande filosofo di Atene, Socrate, fece dell’educazione al morire un po’ l’emblema della sua ricerca teorica, così come, soprattutto ci viene tramandato da Platone. Nella polis di Atene del V secolo a.C., Socrate, secondo quanto si legge nel Fedone platonico, nei suoi ultimi istanti di vita dialogava, anche in carcere, in mezzo ai suoi discepoli: li conforta, addirittura raccomanda loro, nell’imminenza della propria morte mediante cicuta, di offrire un gallo ad Esculapio/Asclepio (figlio di Apollo): era, quella, la divinità a cui si offriva un voto per ringraziare di una guarigione, Ma, forse, secondo il filosofo, morire è davvero un guarire:
«Tutti coloro che praticano la filosofia in modo retto rischiano che passi inosservato agli altri che la loro autentica occupazione non è altra se non quella di morire e di essere morti».
Le parole del Socrate platonico dicono che bisognerebbe operare sottilmente nell’individuo il distacco dell’anima dal corpo, ancor prima dell’evento fisico della morte che, nel caso specifico di Antiseri, è arrivato all’apice di una lunga malattia.
Di fronte al “pungiglione” della morte.
L’apostolo Paolo, nei suoi scritti, conservati nella Bibbia cristiana, parlava del pungiglione della morte; egli, però, lo metteva in contrasto con la resurrezione del Cristo: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?/ Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge» (1Cor 15,55-56). L’apostolo metteva sotto interrogativo non soltanto la vita, ma la morte stessa, che egli considerava come l’effetto terribile del peccato e, proprio per questo, in grado di non risparmiare neppure il Figlio di Dio, morto in croce con una fine atroce, peraltro a seguito di una regolare condanna, pronunciata dal potere romano.
La domanda di Paolo sul pungiglione della morte non era, però, una domanda retorica, bensì serissima. È la domanda di ogni viandante umano lungo il tratto di strada, costituito dalla sua esistenza, più o meno lunga, su questa terra:
«Avrei voglia di gridar forte che il destino ha condannato me, un uomo celebre, alla pena di morte, che tra qualche semestre qui nell’anfiteatro comanderà un altro. Vorrei gridare che sono avvelenato; nuovi pensieri che non conoscevo prima hanno avvelenato gli ultimi giorni della mia vita e continuano a pungere il mio cervello come zanzare».
Sono le parole del protagonista e narratore del secondo racconto de “La steppa” di Anton Pavlovič Čehov, intitolato Una storia noiosa (Dalle memorie di un vecchio), del novembre 1889. A parlare, è il sessantaduenne Nikolàj Stjepànovič, prestigioso docente dell’università di medicina e medico di fama internazionale, che ci schiude il suo animo in un impietoso confronto fra un passato di gloria, agiatezza, affetti e passione per l’insegnamento, e un presente di noia, decadimento fisico, incomunicabilità, ristrettezze.
I confronti pongono domande e, spesso, intristiscono. Ma, soprattutto rattrista il veder morire un grande, anch’egli abbattuto dagli effetti terribili del pungiglione della morte. Quante domande, quanti dubbi, quanta tristezza… nel veder morire tutti, tutti… seppur in modi diversi… Il viandante umano, soprattutto di fronte alla morte e al morire, si sente assalire dai dubbi.
I dubbi del viandante
Antiseri, da parte sua, aveva pubblicato nel 2025, presso Rubbettino, il volume I dubbi del viandante. L’uomo è un viator, cioè uno che sta per via, che compie un viaggio – il viaggio della vita – tra i sentieri della conoscenza, dove scienza, filosofia e fede s’intrecciano, in un dialogo serrato con i grandi interrogativi dell’essere umano: chi sono, da dove vengo, dove vado, che cosa è il bene? Tra l’incertezza del sapere scientifico, la fragilità dei fondamenti filosofici e l’urgenza di una domanda etica, che trova una risposta soltanto nella scelta, il compianto Antiseri ci ha mostrato che nessuna teoria è immune da critica: la stessa condizione umana è, di per sé, fallibile.
Eppure, proprio nella consapevolezza della nostra fallibilità, si rivela la forza della ragione umana: più che un arsenale di munizioni con risposte certe, praticare la filosofia è come compiere un gesto continuo d’interrogazione, a volte persino di preghiera.
In tal modo, Anitesi portava come a compimento il suo “successo” didattico, oltre che teoretico, iniziato da quando, insieme con un grande “antichista” (il compianto Giovanni Reale), aveva pubblicato il famoso manuale che imperversò nei licei e nell’università negli ultimi trent’anni del Novecento.
Un manuale che è riuscito a formare più generazioni, a partire dal 1983 (peraltro, tradotto in spagnolo, portoghese, russo, kazako, cinese, lettone e urdu). Oltre che un manuale di storia della filosofia occidentale, era una lezione di metodo filosofico: bisogna accostare gli autori facendo parlare i loro testi, con attenzione all’evolversi, anche attraverso dissensi, dei problemi filosofici, delle teorie e delle argomentazioni, che s’intersecano con l’evolversi della scienza.
Forme del cattolicesimo liberale
Nella sua vasta produzione, Antiseri ha pubblicato, ancora presso Rubbettino, La “via aurea” del cattolicesimo liberale, introducendoci, così, nella discussione sull’impegno socio-politico dei cattolici, non solo italiani.
Il tema è quello del “pensiero liberale” che, secondo il compianto filosofo, è un pensiero che mostrerebbe, anche al giorno d’oggi, tutta la sua forza teorica, la sua praticabilità politica e, soprattutto, il suo immenso valore morale. Certo, come notava già lo storico John Emerich Acton, autorevole esponente del cattolicesimo liberale inglese, a proposito della politica aggressiva nei confronti della Chiesa da parte del Governo piemontese, ci fu, a fine Ottocento, una forte ostilità dei liberali italiani verso la Santa Sede, intesa soprattutto come simbolo del potere temporale.
Al di là delle vecchie e nuove contrapposizioni storiografiche tra neoguelfi e neoghibellini circa il ruolo del papato nella storia italiana, il punto di vista cattolico-liberale è stato ampiamente illustrato negli scritti di Antiseri. Nelle sue varie stagioni, quel punto di vista si sviluppò sia sotto il profilo storiografico (con lo studio del cattolicesimo liberale italiano dell’Ottocento, del primo Novecento e del modernismo), sia sotto il profilo socio-politico, con un atteggiamento simpatetico e, in forma diversa, con una identificazione ideale, come avvenne, ad esempio, con Arturo Carlo Jemolo, Ettore Passerin d’Entrèves, Pietro Scoppola, Nicola Raponi, Francesco Traniello.
La stagione storica del «Non expedit» («Non èxpedit prohibitionem importat» – aveva precisato il Sant’Uffizio nel luglio del 1886, confermando la proibizione ai cattolici di partecipare alla vicenda politica dello Sato unitario, che era nato anti-papale) – coincise con una vera e propria fase di incomunicabilità tra cultura liberale e cultura cattolica.
Seguìta alla fase del conflitto tra Chiesa e Stato unitario, nel corso degli anni Sessanta dell’Ottocento, quella stagione si chiuderà soltanto con riconciliazione tra la Chiesa e la concezione liberale dei diritti umani, mediante la dichiarazione del Concilio Vaticano II, Dignitatis humanae (1965), sulla libertà religiosa.
Da parte sua, Antiseri, convinto (grazie allo studio di K. Popper) che la consapevolezza che le nostre conoscenze sono e restano sempre smentibili, lo riteneva il primo fondamentale presupposto di ogni pensiero liberale, anche cattolico-liberale. Aveva detto una volta il filosofo appena morto:
«Consapevole della propria e dell’altrui fallibilità e della propria e dell’altrui ignoranza, il liberale sa che il mondo dei valori – per usare un’espressione di Max Weber – è un mondo politeista; sa che le visioni del mondo filosofiche o religiose possono venir proposte e testimoniate, e mai imposte. Da qui la società aperta – che è aperta a più visioni del mondo religiose o filosofiche, a più valori, a più proposte di soluzione dei problemi concreti, alla maggior quantità di critica. La società aperta è chiusa solo agli intolleranti» (Mercato, sussidiarietà, Europa nella tradizione del cattolicesimo liberale. Prolusione tenuta il 20 febbraio 2003, in occasione della Cerimonia inaugurale dell’Anno Accademico 2002- 2003 della Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno).
Conclusione
Come a dire che la fede si testimonia, non s’impone. Da qui la società aperta – che è aperta a più visioni del mondo, sia religiose che filosofiche, a più valori, a più proposte di soluzione dei problemi concreti, alla maggior quantità di critica -. La società aperta, ricorda dall’aldilà Antiseri, è chiusa solo agli intolleranti. Anche a coloro che non tollerano e non si danno dar pace di fronte alla morte, soprattutto se inutile, inattesa, repentina, terribile, irrimediabile.
