La Riflessione
- Women and the Future of Human Knowledge (Donne e futuro della conoscenza umana)
In occasione della Giornata della donna, il movimento The Economy of Francesco, che ha il suo centro nella città del Poverello di Assisi – in collaborazione con il Women for Economy Village (che sta preparando un international webinar, intitolato The Intelligence of Life: Women and the Future of Human Knowledge) – ci porrà tutti di fronte a una domanda tipica, ma insieme terribile, di questi nostri tempi ultramoderni: che tipo di intelligenza va plasmando il futuro, in quella che chiamiamo, appunto, la “conoscenza del futuro”?
Nata sotto il papato del compianto papa, The economy of Francesco ha ricevuto subito attenzione anche da papa Leone XIV. Incontrando a Castelgandolfo i giovani partecipanti all’incontro globale di The economy, lo scorso 26 novembre 2025, infatti, Leone ha invitato ad avere coraggio: «The Economy of Francesco è l’espressione felice di un cammino che feconda il pensiero e l’iniziativa economica col seme del Vangelo, che San Francesco d’Assisi ha accolto sine glossa […]. Il mio Predecessore diceva ad alcuni di voi: “In mezzo a voi possa nascere un nuovo modo di stare insieme e di fare economia che non produca scarti ma benessere materiale e spirituale”. E subito aggiungeva un augurio che desidero fare anche mio: “Coraggio, cari amici! Coraggio! Se sarete fedeli alla vostra vocazione, la vostra vita fiorirà, avrete storie meravigliose da raccontare ai figli e ai nipoti».
Ecco: i fiorire di una nuova conoscenza; la fioritura umana che la filosofia anglofona contemporanea ci ricorda, riprendendo l’antica “eudaimonìa” dei greci; quel fiorire particolarmente rammentato dalla Giornata della donna, è come un sì della vita, gridato alla vita. Detto a delle ragazze e a dei ragazzi, esso ci ricorda, appunto, che i fiori possono diventare alberi. Non solo coloro che sono nel fiore della gioventù, ma, tra loro, particolarmente le donne, dalle quali The economy attende, appunto, un apporto peculiare nel corso del 2026. Poiché, infatti, le economie contemporanee dipendono sempre più dalla conoscenza e dall’innovazione, ecco che le forme di intelligenza che risulteranno radicate nella vita, nell’esperienza, nelle relazioni e nella cura, possono acquisire davvero rinnovata rilevanza. Pur contribuendo alle economie emergenti della civiltà della tecnologia e della conoscenza, le donne saranno effettivamente in grado di svolgere un ruolo decisivo nel garantire soprattutto che ogni conoscenza rimanga profondamente umana?
Ecco: radicate nella vita e nella cura in quanto generatrici di vita e di cura, le donne sono, per così, dire i “primi fiori”, che promettono di diventare i nuovi alberi della vita. Tutto ciò è, insieme, una scommessa e una promessa di primavera.
- Una promessa di vita consegnata alla roccia e al tufo
Alla luce di tutto ciò, suscita davvero profondo interesse la programmazione di un incontro-evento del primo marzo mattina a Capua. S’intitola “Quando i fiori diventeranno alberi”: lo spunto è quello di un recentissimo volume, dal medesimo titolo, pubblicato da Luciano D’Angelo per le edizioni La valle del Tempo di Napoli.
Prim’ancora del promettente case show capuano (con una canzone inedita di Bruna Girasole) e del libro, colpisce il luogo dell’incontro, dove non mancheranno fior di mimose e spighe, quasi a consegnarci una promessa di vita e una sua attesa fioritura, anche nel campo della conoscenza e dell’economia.
Si allude al Museo campano di Capua, che ospiterà appunto l’incontro. Fondato nel 1870, sotto l’impulso del canonico Gabriele Iannelli, archeologo e intellettuale in contatto con Theodor Mommsen (Decreto Reale del 21 agosto 1869), esso consente oggi di fruire di una considerevole quantità di materiale di pregio archeologico e di opere d’arte, intelligentemente sottratte a sicura distruzione. La famosa e antica metropoli della Campania (su un’epigrafe cittadina si legge, come per Roma, SPQC, cioè Senato e popolo di Capua, altera Roma), è ancora la depositaria delle più fulgide memorie archeologiche, storiche e artistiche dell’intera Regione: monetiere, bronzi, marmi, terrecotte, busti in gesso, lapidario Mommsen, collezione di Diana tifatina…
Ma soprattutto donne, anzi Madri: Matres matutae, Madri del mattino, Divinità della fioritura della vita. Ritrovate nell’anno 1845, durante uno scavo eseguito per lavori agricoli dal Sig. Patturelli, in località “Petrara”, in prossimità dell’antica Capua, queste Matres erano tra i resti di una grande ara votiva con fregi architettonici, iscrizioni in lingua osca e statue in tufo. L’antica divinità italica dell’aurora e della nascita, la Madre – moltiplicata e raffigurata in centinaia di esemplari in tufo, che riproducono quasi tutte una donna seduta con uno o più bambini tra le braccia – sta lì, quasi a voler gridare oggi una scommessa di futuro.
Sì, i fiori diventeranno alberi. Perfino i cristiani invocheranno Stella del mattino Maria di Nazaret. Gli antichi campani, con le Matres matutae, onoravano il mistero della vita, anzi della promessa di vita, mostrando di considerare il femminile e la maternità come un dono divino: simbolo di tutto ciò che di vitale esce dal seno della natura. Le Matres di questo suggestivo Museo campano portano tra le braccia coppie, a volte più coppie, di piccoli, neonati e bambini… Tantissimi fiori appena sbocciati alla vita; oppure, se il significato di queste madri votive fosse prevalentemente escatologico, fiori di esistenze che, dopo la morte terrena, tornano come a rivedere la luce del giorno e la stella del mattino, a sbocciare per una vita senza fine. Vita spumeggiante e, insieme, promessa di vita. Davvero, Quando i fiori diventeranno alberi…, come canta ancora il poeta Luciano D’Angelo.
- Quando i fiori diventeranno alberi?
Quando mai potranno diventare alberi le promesse dei virgulti, come quelli appena usciti dalla Terra mater e conservati nel Museo di Capua? Quando mai potranno gustare il piacere almeno di sbocciare, in una terra – la nostra madre Terra -, in cui l’Unicef, soltanto nel 2024, ha dovuto registrare un numero record di 520 milioni di bambini e adolescenti presenti in zone di conflitto attivo? Quando mai diventeranno alberi se – secondo l’ultimo rapporto “Stop the War on Children: security for whom?” – si deve registrare il maggior numero di conflitti tra gli Stati, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi? Quando mai sbocceranno questi virgulti e dove diventeranno alberi se, nel nostro mondo, va emergendo un numero senza precedenti di gravi violazioni (anche di abusi sessuali e psicologici) contro bambini, adolescenti, persone con minore abilità, nel corso degli infiniti conflitti bellici e socio-culturali? Nel 2024 almeno 41.763 sono le violazioni recensite: parliamo di un aumento del 30% rispetto al 2023, che già rappresentava l’anno record da quando sono iniziate le rilevazioni delle violazioni, e circa il 70% in più rispetto al 2022!
Quando mai potranno diventare degli alberi quelle promesse di fiori, che sono invece gli Hichicomori? Il termine “Hikikomori” significa letteralmente “stare in disparte” ed è usato in gergo per indicare i virgulti e i fiori che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da pochi mesi fino a diversi anni), chiudendosi in casa, senza avere alcun contatto diretto con il mondo esterno, a volte nemmeno con i propri genitori. Sebbene questo tema si sia reso noto per la prima volta in Giappone, alla fine degli anni Novanta del Novecento, la pressione e il disagio che spingono oggi le giovani i giovani all’isolamento sociale ha assunto proporzioni drammatiche, anche in Italia. Secondo Hikikomori Italia, attualmente i casi nel mondo sono oltre un milione: di questi, almeno centomila sono i fiori che non riusciranno a fiorire: gli Hikomori in Italia. L’Atlante 2025 dell’infanzia a rischio, ci ricorda che in Italia risuonano, ancor oggi attuali, le parole di una generazione inquieta: “We don’t need no education”, cantavano i Pink Floyd nel 1979, in una delle più potenti denunce contro un sistema, anche scolastico, che non ascolta, che uniforma, che pensa solo a reprimere, che quindi non fa sbocciare futuro, neppure quello che va oggi gridando ad Assisi, in prossimità della Giornata della donna, nel Women for Economy Village.
Ai tempi dei Pink Floyd e nei giorni della annuale kermesse sanremese, tutto questo non era e non può essere un rifiuto “cantato” della conoscenza e della speranza, bensì un grido contro l’autorità cieca, contro l’assenza di dialogo, contro l’imposizione di modelli che non lasciano spazio all’identità. E tutto ciò in ogni spazio dove, senza filtri, delle voci di adolescenze vorrebbero crescere, fiorire, dar luogo a un nuovo Human Knowledge… e che, invece, vengono contenute, represse, fatte tacere. E questo in ogni relazione in cui questi fiori chiedono fiducia e, invece, ricevono diffidenza. Peraltro, con una demografia avversa: sono pochi, un gruppo sempre più esiguo rispetto al vasto contingente dei boomer, degli adulti, in una popolazione italiana complessiva!
Ascoltare davvero gli adolescenti – come il primo marzo sarà suggerito a Capua da Paola Cotticelli, cultrice del cosiddetto “pensiero politropico” -, non significherà accettare che la loro voce – soprattutto la voce dei fiori e delle mimose delle donne – possa essere ancora scomoda, dissonante, provocatoria…? Ma anche voce generativa, lucida, necessaria. Per riconoscere che la crescita non è mai lineare, che l’identità si costruisce anche attraverso il conflitto ma senza assassini, che il cambiamento sociale ha bisogno di quella forza inquieta che solo l’adolescenza sa portare. I dati Istat più recenti, relativi a fine 2025 e inizio 2026, evidenziano un quadro complesso per questi fiori, promesse di alberi, in Italia: esso è caratterizzato da un calo demografico, un alto numero di NEET (giovani che non studiano e non lavorano), un mercato del lavoro ancora precario. All’inizio del 2025, si contavano oltre 1,3 milioni di giovani NEET tra i 15 e i 29 anni, dato che supera i 2 milioni se si estende la fascia fino ai 34 anni. L’Italia si conferma seconda in Europa per incidenza di Neet, con una percentuale del 15,2% a inizio 2026.
- Il fiore di ginestra
Tra Vico Pero a Capodimonte in Napoli e le falde dello sterminator Vesevo – di fronte al quale, come sappiamo, nacquero in Giacomo Leopardi le domande, a tratti disperate, che allora sorgevano nella sua anima poetica e intellettuale – il Recanatese pensava alle ginestre. Di fronte al mito del progresso infinito, già proprio dei suoi tempi d’inizio Ottocento, il poeta Leopardi fece uscire dall’anima la sua Ginestra: il fiore del deserto lavico alle falde del Vesuvio, che, comunque, resiste, oggi diremmo: è resiliente.
Nella lirica leopardiana, più che Mater matuta, la natura era piuttosto «Madre è di parto e di voler matrigna». Ma qui, comunque, tu, scriveva Leopardi rivolgendosi direttamente al fiore di ginestra, «Tuoi cespi solitari intorno spargi,/ Odorata ginestra/ Contenta dei deserti». Le voci e i profumi non si perdono, anche nei deserti demografici e cosmici.
Con gli occhi di Leopardi, sapremo rivedere anche noi, oggi, questo fiore del deserto che resiste e sparge intorno i suoi cespi seppur solitari, chiedendoci con voce di speranza: quando il fiore diverrà un albero? Davvero la vita e la conoscenza fioriranno, avremo storie meravigliose da raccontare ai figli e ai nipoti?
