- Potenza del simbolo nella stagione del post-umanesimo
La stagione estiva, si spera, ci porterà in molti a guardare mari e monti: la la carezza dell’onda, la vetta antica ma sincera… Tuttavia, per godere davvero e fruire di tutto questo, non basta soltanto vederlo. Urge un occhio diverso, un occhio non qualsiasi: l’occhio del simbolo, il solo capace, come canta un recente verso di Antonio Spagnuolo, «di visioni che agli occhi e all’anima disvelano» (Mare e monti, che si legge nella silloge poetica di Antonio Spagnuolo, edita da la Valle del Tempo, Napoli 2025, p. 38).
Solo il simbolo, peraltro, sa farci notare dissolvenze e udire sussurri. Come scrisse papa Leone XIV nel Messaggio per la LX Giornata delle comunicazioni sociali (24.1.2026) solo uno sguardo aperto al simbolo (che è cosa quasi sacra) ci fa scorgere, nel mondo e negli altri, dei volti e delle voci: «Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi».
Spesso, ahimé ci sono «uomini con gli occhi vuoti», come canta un verso di Spagnuolo (Libertà e tragedia, p. 39). Occhi che non sanno scorgere, come invece sa fare il poeta, neppure: «Una fanciulla dagli occhi di cielo/ e col velo di sogni leggeri/ trucidata con fremito d’ossa» (Quattordici anni, p. 41). Soltanto gli occhi del poeta sanno, infatti, vedere e ammirare un’alba che distilla confini, o scorgere le dissolvenze di un orizzonte che non ha confini, o ancora scorgere qualcosa dove le luci hanno occhi acquamarina.
Sì, per cogliere la correlazione tra volti e voci, per assaporare sussurri e grida, occorre un occhio capace di simbolo. Davvero il simbolo – già lo osservava Carlo di Lieto a proposito della poesia di Spagnuolo -, si sa portare al di là di qualunque logica bivalente, a cui la civiltà degli algoritmi e delle intelligenze artificiali ci vorrebbe abituare e, forse, asservire. Et-et, piuttosto che aut-aut: ecco l’incedere del simbolo in noi e sulle nostre labbra di umani, pur nell’era del postumano e del transumano. Il simbolo è, infatti, come coagulato nella nostra parola umana, soprattutto nella parola poetica, come quella di Spagnuolo – non quella suggerita da un artificio, seppur intelligente, bensì dai sussurri del cuore. Pervaso come da una carica di distruzione – la parola simbolica, mentre si va accompagnando e sussurrando pulsioni umanissime – che vagolano come massi erratici alla ricerca di un’emersione -, può presto dissolversi come in un sussurro.
Strutturalmente vocato a correlare, avvicinare, mai fondere insieme le due mezze metà di una medesima moneta, il simbolo – ogni simbolo – mirerebbe di per sé, per il fatto stesso che offre delle tracce, a uni–ficare, mai a frantumare e spezzare. Mai a dissolversi e dissolvere, come invece fa ogni forza diabolica: è questa, infatti, che distanzia e separa le parti, com’è tipico di un genio maligno, nel quale e per il quale le dissolvenze non si riunificano mai sul nostro schermo interiore e i sussurri non riescono mai per diventare delle grida, suscitando echi e immagini negli anfratti della nostra anima. Soprattutto quando, come avviene in una mostra di pittura – ce lo ricordano esplicitamente alcuni versi di Spagnuolo – «Quel sussurro fra due bocche pennellate/ segna una linea fra ridente ironia» (Frontiere. Per una mostra di pittura, p. 48) -, presto si evidenzia – in quell’Ercole, che tutti noi siamo -, come un bivio: ed esso ci costringe a scegliere, se guardato con occhio diabolico, nella linea dello aut-aut, piuttosto che dello et-et, come invece si dà a vedere nell’occhio simbolico del poeta: «Nei mille bivi il colore di tutti i giorni/ è un tenero taglio che la speranza incide per amare» (ibidem).
Quando arriva – si spera – la bella stagione, in molti ci attendiamo di poter ascoltare il sussurrare delle foglie nel verde estivo, allorquando nel cuore e sulle labbra emergerà come il sofisma dell’amore: amore che rinasce di fronte all’intrecciarsi dei cuori, analogo all’intrecciarsi delle parole. E una voce intima si domanderà ancora: quale sarà il colore dei segreti del nostro cuore? Il poeta risponde, domandando, come un’eco, in risposta: «È indaco il segreto che traspare/ nel continuo sofisma dei versi/ intrecciati al sussurro delle foglie» (Bluesky/word, p. 9).
Il segreto sta nelle dissolvenze e nei sussurri. Sta, forse, «in un amplesso che raccoglie i sussurri» (Pennelli, p. 11); oppure in un fantasticare che sa «trasformare i sussurri in un prodigio» (Hardback, p. 14); o anche in una «Presenza al tocco dei silenzi/ senza parole sussurrando appena» (Vecchiaia, p. 29); o ancora, nel «…sogno acceso nel sussurro dell’alba» (Libertà e tragedia, p. 34).
Ma ogni segreto, ogni eventualità o possibilità, ogni desiderio o attesa, rischia sempre di esser portato via dal vento, come i «sussurri di giorni perduti tra il nonnulla» (Tramonto rosso, p. 37). Ogni vicenda ambientale e umana, come un pennello sussurra un’emozione: ma qualunque emozione può dissolversi se perde la sua carica simbolica, ovvero quella capacità di ri-unificare le due mezze parti della medesima moneta, che una madre, forse madre-natura, ci aveva appeso al collo in vista della futura eventualità di poter noi trovare i due fotogrammi oltre le dissolvenze, o le parole duplici, oltre i sussurri.
Ci ritroveremo mai faccia a faccia con l’altro, pur essendoci dispersi nella Babele delle lingue e avendo perso di vista la con-costruzione della medesima Gerusalemme? Ce lo ha, di nuovo, ricordato la prima enciclica di Leone XIV, che ha scelto l’episodio biblico della torre di Babele e la profezia di Neemia per caratterizzare la sua riflessione sulla Magnifica humanitas: umanità di cui siamo tutti magnificamente impastati, ma che spesso non tutti siamo in grado di vedere.
Ogni con-costruzione e ogni ri-costruzione esigerebbe capacità simbolica. L’argomento acrostico dei MANAECHMEI di Plauto ricordava, fin dall’inizio dell’azione scenica, con la lettera I che chiudeva l’acrostico: se cognoscunt fratres postremo invicem: si riconoscono i fratelli, in ultimo, a vicenda l’uno l’altro. Il Menecmo I (di Epidamno) e il Menecmo II (di Siracusa) si trovano, così, nel teatro plautino, finalmente faccia a faccia, però si riconoscono soltanto alla fine dell’azione scenica e, in qualche modo, soltanto in quel punto in loro il simbolo si riconnette: Menecmo I (di Epidamno) e Menecmo II (di Siracusa) si ritrovano, finalmente, nei vv. 1062-1083 della commedia plautina (il v. 1062 è un ottonario giambico; dal 1063, si leggono settenari trocaici). E così, le due scene e vicende esistenziali dei menecmi concludono l’opera in modo fluido, come in una dissolvenza di colori.
Il poeta Spagnuolo – che ha pubblicato anche dei volumi per il teatro (“Il cofanetto” – due atti – L’assedio della poesia – Napoli 1995; “Vertigini di colori” un atto per Frida Kahlo – Napoli 2007) – sa cosa avviene nelle azioni sceniche e, soprattutto, cosa avviene negli occhi, nell’udito e nel cuore. Prima o poi, le mezze parti si ricompongono, se non nei personaggi, almeno nell’anima degli spettatori e ascoltatori. È quanto avviene, in qualche modo, anche in Bluesky/word: «Oltremare le pennellate per onde/ che avvolgono i silenzi sfilacciati/ nei frammenti che attendono prodezze./ In ogni dissolvenza c’è la traccia/ di quella gioia che sorvola fantasie» (p. 9).
Certo, l’intera nostra esistenza è come una sorta di pulviscolo che fa dissolvere tutte le regole e rende vane tutte le attese: «Ora l’attesa è vana e fuori tempo,/ non chiedendo permessi cerca ancora,/ annulla l’invettiva dei pensieri/ nell’assedio dei giorni di nuovo come un gioco,/ tra la prudenza del senno e dei confini,/ dissolvendo le regole in pulviscolo» (p. 33).
Ma il simbolo, ogni simbolo, resta, resiste; anche se esso è come la parola, che come neve sul vetro nella calda stagione, si disfa, anzi sparisce: «Si disfa la parola, simbolo che sparisce/ e poi ritorna/ nel margine obliquo del ricordo -/ come neve sul vetro d’estate» (Tremore del suono, p. 45).
- Ritornino i volti dei poeti!
La lirica Gerusalemme – consegnata a queste avvincenti pagine da Antonio Spagnuolo – auspica il ritorno della preghiera nella città della pace, Ierushalaim. Lo stesso nome della Città sacra e santa viene ora ferito da antiche armi e da droni che sanno essere intelligentemente distruttivi: «Ferita e divina ritorni la tua preghiera/ fra le carni strappate e i ricordi di amore» (Gerusalemme, p. 27). Ma i tempi bui delle guerre non dichiarate e dagli atti ingiustificati di soppressione, spacciati per necessità, rendono terribile la nostra vita, soprattutto quando gli anni avanzano, «quando ogni battito ora ricorda/ che la fine è sull’orlo del non ritorno» (Tramonto rosso, p. 37). Il tratto simbolico che riunisce rimane provvisorio e sospeso, sia nelle pozze che nella mente di noi, sempre più disperati. Forse non potremo mai dire: «Ecco i frammenti ricomporre memorie/ per la mano che scava rovistando» (Qualche pozza, p. 21). Prevale spesso l’ombra di morte, non di vita: «e l’ombra allunga le sue dita/ sui campi, sulle case, sui volti arroventati» (Tramonto rosso, p. 37). Ognuno, ogni Egli alla tera persona, drammaticamente tace. Tace forse anche sulle labbra di chi continua a formulare dei Simboli o dei Credo, che pure dovrebbero riunire terra e cielo? «Infine morti chiedono vendetta/ nella terra di Cristo/ ma la tua Trinità tace nel credo/ che dal silenzio ha piano di rinuncia» (Egli tace, p. 43). Nonostante le tante parole e le tante promesse e i tanti presunti accordi, «Niente oro, niente terre da dividere,/ […] una maschera che sorride nel buio,/ un ritratto che non smetterà di sanguinare» (Baudelaire, p. 51). L’esito sarà forse solamente terribile e tragico? «Racconteremo come diventa cenere/ la màcina presente che ci avvolge/ nell’intimità più nuda che fugace»? (ibidem).
No, non tutto resterà stritolato nella scissione diabolica, se una promessa stat, rimane cioè ferma, granitica: «L’amore è più forte della morte/ e di ogni peccato. Ha detto!» (Ha detto, p. 31). Dixit, et omnia facta sunt: è la parola creatrice e originaria dell’Onnipotente, che correla e non separa, fa ascoltare anche i sussurri oltre che le grida: apre le prime pagine del primo Libro della Bibbia ebraica e cristiana. Tuttavia urge, qui, ora, non soltanto una parola, bensì delle labbra e dei volti che pronuncino stabilmente quella parola, fissa, salda, certa, carica di speranza.
Il filosofo Italo Mancini (1925-1993), pubblicò, nel 1989, il saggio Tornino i volti. Quali volti, si chiedeva il filosofo, rispondendo così: “Un volto da stabilire in sede teorica, da rispettare in sede morale, da accarezzare in sede affettiva”. La domanda sul futuro è quella legata alla comunione dei volti, a cosa ci sia da fare e da patire nel vivere faccia a faccia con il volto degli altri. Il mondo della sopraffazione e della prevaricazione sorge e perdura solamente se la faccia dell’altro e il suo diritto si dà, sussurra, ma senza reciproca, fino alla soppressione di me stesso, fino alla sostituzione completa di me in lui o in lei. La coesistenza dei volti, risolta nell’amore del prossimo e nello svuotamento di sé, ha solamente una patria: la patria della pace. Il nome della cosa, che è poi il più antico, non è l’essere, non è l’io, ma l’altro, il prossimo, il volto altrui.
Se i volti devono proprio ritornare, che abbiano, però, la faccia e il viso e le labbra dei poeti. E ciò anche quando i venti di morte e le urla di guerra sembrano sopraffare ogni bellezza: «Nel tramonto ogni sera si riscrive/ la poesia dell’ultima ora/ – una bellezza che non implora,/ ma si spegne, fiera, nel fuoco» (Tramonto rosso, p. 37). Solo i poeti sanno farci vedere e disegnare, nei mari e nei monti, due volti che, forse, stanno danzando: «Due mondi che danzano in tela tra colori,/ due diverse voci e unico l’intreccio./ Il mare chiama, la montagna attende,/ il tocco d’arte unisce, oltre il confine» (Mare e monti, p. 38).
