- Non calde, ma accalorate
I mesi estivi di quest’anno ci stanno regalando – ahimé – oltre al caldo asfissiante da morire, le terribili emergenze sismiche nel territorio interessato da decenni dal bradisismo: vediamo famiglie sfollate dalle case pericolanti e senz’acqua potabile, edifici di culto costretti a chiudere per pericolo di crollo nella diocesi di Pozzuoli, al punto che qualche parroco ha dovuto disdettare tutti i matrimoni già programmati per luglio… Altrettanti segnali, terribili e tragici, che ci ricordano la realtà quotidiana di tanta gente, che chiede di non esser lasciata sola. In tanti, soprattutto coloro che accudiscono persone con disabilità o anziani decrepiti e non più autosufficienti, ci vanno sollecitando alla solidarietà nazionale e alla prossimità con i più disagiati; ma impongono anche, contestualmente, di parlare di progettazione del territorio, di economia dell’ecosistema, di solidarietà sociale, di interventi di ristoro… insomma di vita e di morte. Ma di quale vita e di quale morte si tratta? E perché bisogna parlarne non da soli, bensì con altri tu? Sì, non si nasce soli, non ci si ammala da soli e neppure si muore da soli: non siamo eroi letterari che, in autonomia e senza interlocuzioni, decidono che cosa sia il vivere, che cosa il soffrire, che cosa il morire, quando sopravvivere e quando basta. A ben vedere, nel clima rovente di agosto, tutti questi temi si stanno associando a un più ampio dibattito sul senso stesso del vivere e del morire, dello stare al mondo in un certo modo o in un altro, perfino dell’eventuale decidersi di chiamarsi fuori, soprattutto se i medici ci dicessero che non c’è più niente da fare, mentre il contesto non aiuta a continuare in una forma di esistenza fragile e compromessa al punto che si potrebbe, tutt’al più, ricorrere a terapie palliative, ovvero all’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici” (Legge n.38/1 Art. 2-Definizioni). In molti, di fronte ai grandi e piccoli disastri materiali, sociali ed economici, sento risorgere domande e interrogativi che, un tempo, erano chiamati fondamentali: chi sono, donde vengo, dove vado, perché continuare a stare al mondo, perché è bene vivere in comunità anziché da soli… forse soltanto un dio ci potrebbe salvare?
- Fine vita e libertà di scegliere: che cosa?
Stanno ritornando, quasi alla fine del primo trentennio del Duemila, le domande di senso. In particolare, in questi giorni in Campania, sul senso stesso del vivere e del morire. Era domenica 5 maggio 2013 quando il quotidiano cartaceo “La Repubblica” pubblicava un corsivo di Vito Mancuso (già, a suo tempo, anche allievo di Bruno Forte nella Facoltà teologica di Capodimonte). In esso, fin dal titolo (Fine vita, perché dico sì alla libertà di scegliere) si sottolineava che qualcuno, qualcosa, addirittura lo stato o la stessa chiesa, scegliendo per il bene del singolo, dovrebbero/potrebbero impedire un pur giusto desiderio e diritto di volere, nella pace, vivere eternamente. Era quello già il tempo, iniziale, non caldo come oggi, in cui si dibatteva il grave e urgente problema dell’eutanasia o suicidio assistito (le due espressioni erano ancora intercambiabili, senza le numerose precisazioni, frattanto intervenute, sul decidere di far morire/di lasciarsi morire dolcemente, oppure sul chiedere di depenalizzare il reato di istigazione al suicidio, o anche – come adesso sta avvenendo in alcune legislazioni regionali – di esercitare il diritto di rinuncia alle terapie palliative e ottenere gratuitamente, dalle ASL, assistenza e farmaci suicidari. Sostenendo che “la vita vada rispettata sempre e che la vita sia qualcosa di sacro”, l’intellettuale Mancuso denominava a quel tempo sacra ogni forma di vita (anche quella vegetale e animale): dalla vita biologica a quella della mente; ma che fare, si domandava, di fronte alla “malattia cronica e inguaribile” che segnerebbe “il conflitto irreversibile tra le diverse forme vitali”? “Di fronte ai casi estremi di malattia”, continuava Mancuso, “quando la disarmonia tra le forme vitali diviene lacerante, vi sono esseri umani che intendono mantenere l’armonia tra corpo, psiche e spirito e quindi scelgono di piegare la psiche e lo spirito alle condizioni del corpo, accettandone la sofferenza”. Ed ecco il passaggio eticamente rilevante di quelle antiche, ma ancora attuali, considerazioni: “Ci sono però altri esseri umani che non riescono, o non vogliono, mantenere l’armonia tra la loro vita biologica, la loro vita psichica e la loro vita spirituale. Per loro la vita-bios diviene un tale carico di ansia, paure e sofferenze da risultare devastante per la salute psichica e spirituale. Che cosa significa in questo caso rispettare la loro vita? In che senso qui si deve applicare l’etica del rispetto della sacralità della vita? E che cosa è più sacro: la vita biologica oppure la vita spirituale?”. La conseguenza del ragionamento di Mancuso fu allora molto chiara: “Lo Stato dia a ciascuno la possibilità di ‘vivere’ la propria morte nel modo più conforme a come ha vissuto la propria vita, in modo tale che si possa scrivere l’ultima pagina del libro della propria vita con responsabilità e dignità”.
- Parlare di fine vita ai bambini?
In quell’anno – 2013 – il dibattito bioetico sul fine vita era davvero effervescente, anche perché, nel maggio 2013, avvenne, come qualcuno ricorderà, il deposito di una proposta di legge d’iniziativa popolare (Atto Camera n. 2 della XVIII legislatura), ricollegandosi ai precedenti nodi etici e giuridici dei casi di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby. Era intitolata “Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia”. Nella Relazione alla proposta veniva già affermato il «diritto costituzionale a non essere sottoposti a trattamenti sanitari contro la propria volontà», denunciandone la costante violazione «anche solo per paura o per ignoranza», che, secondo le decine di migliaia di sottoscrittori, determinava quale conseguenza «il rafforzamento della piaga sia dell’eutanasia clandestina che dell’accanimento terapeutico». Ormai erano stati posti al centro del dibattito parlamentare i temi legati al cosiddetto “fine vita” (quelli che ri-appaiono quando la terra trema fortemente e fa ri-emergere la precarietà di cose e persone), avviando un percorso parlamentare, che si concluse, dopo oltre quattro anni, con l’approvazione della legge 22 dicembre 2017, n. 219, recante Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento.
Frattanto, sulla base di un’indicazione di Paul Ricoeur – che aveva invitato i filosofi a parlare di etica già ai bambini -, avevo fondato, dieci anni prima, esattamente nel 2003, presso l’Isola dei ragazzi di Napoli, una coloratissima collana, intitolata BioeticaMente, in cui si cercava, appunto, di raccontare anche ai ragazzi i delicati profili della cosiddetta bioetica, allora una scienza emergente: vero e proprio terreno di confronti (ma anche di scontri) tra visioni diverse, e non sempre complementari, del mondo. Andai a parlare del volumetto Lorenzo. Processo all’eutanasia – scritto a quattro mani con l’agile penna di Carla Colapinto -, ai genitori di ragazzi della scuola elementare. Presentai la storia di quel volumetto: Lorenzo ha vinto uno stage di orientamento agli studi universitari in un grande Ateneo del nord-Europa. Potrà affiancare medici ed infermieri nel lavoro quotidiano e saggiare le sue attitudini a studiare medicina, per poi diventare medico. Il suo sogno potrebbe, però, diventare, se non proprio un incubo, certamente un momento fondamentale della sua formazione di fronte ai grandi temi del vivere e del morire, anche eventualmente di scegliere di morire o di aiutare a morire. Uno dei più spinosi temi della bioetica contemporanea (accanimento terapeutico ed uscita consapevole dalla vita) veniva da noi affrontato in maniera avvincente per i ragazzi e, soprattutto, documentata con riferimenti alle diverse posizioni morali in campo. Una mamma, alla fine di quell’incontro partecipato, mi disse che si trattava di temi troppo forti per un ragazzino come suo figlio… Risposi, forse cinicamente: “Signora, meglio parlarne già oggi; suo figlio tra una ventina d’anni dovrà lui a decidere se aderire o meno alla sua richiesta di suicidio assistito”.
- Una reazione a Mancuso di un allora Direttore generale di una ASL campana
In ogni caso, Mancuso metteva come il dito sulla piaga e spinse a dibattere la problematica in vari contesti e ambienti. Uno di essi fu un Convegno della ex ASL Napoli 3, con sede a Frattamaggiore, di cui il Direttore generale era Armando Poggi, che mi aveva designato nel Comitato etico (purtroppo così, allora, si chiamava, nonostante le mie insistenti, e inascoltate, proposte di cambiarlo almeno in Comitato di etica). Si parlò, in quel Convegno della ex Asl Napoli 3 – era ancora il 2013 -, di eutanasia, diritto alla vita, scelte suicidarie, terapie palliative e, soprattutto, di Hospice: anche perché Poggi si stava battendo (anche con il supporto del Coreb regionale: Comitato regionale di bioetica, dove sedevo, insieme con altri, con gli amici Sciaudone e Zamparelli) per la creazione di un Hospice territoriale proprio a Frattamaggiore (al 31.12. 2006, il Bollettino regionale lo dava ancora in fase di realizzazione, ma la cosa avvenne e continuò sotto altre gestioni territoriali sanitarie). Non tutti ricordano che, quella volta, al Convegno della ex ASL Napoli 3, intervenne anche il Direttore generale, che mi volle consegnare la copia del suo testo, inviato – purtroppo senza reazioni o risposte – anche a La Repubblica e che oggi ho avuto il permesso di pubblicare. Mi sembra, quel testo, emblematico di una posizione che potrebbe, forse, ancora incoraggiare a discutere di vita e di morte e, soprattutto, illuminare il dibattito nell’attesa di una Legge regionale campana e, soprattutto, di una Legge nazionale, sul “suicidio assistito”. Eccone il testo: «Ho letto il Suo scritto su “la Repubblica” di domenica 5 maggio 2013. Mi chiamo Armando Poggi, ho 71 anni, ho fatto studi filosofici e teologici, ed ho conseguito nelle due discipline i titoli accademici previsti. Nella vita, rimanendo radicato in tale formazione, ho fatto diverse cose alcune in sintonia, anche di fede, con gli studi fatti; sono stato professore, dirigente d’azienda, city manager in un comune, direttore generale in una Asl ed altro prima e dopo. Una tra le cose che ricordo della mia esperienza nella sanità pubblica è un convegno sulla bioetica. Ci fu un’affluenza ampia e qualificata. Si affrontarono argomenti giuridici e legislativi, ma anche quelli etici e sociali. Avevo introdotto, come da prassi, i lavori; dopo le relazioni chiare e qualificate svolte dai quattro relatori… ci furono diversi interventi. Le risposte fornite furono molto vicine agli argomenti esposti nel Suo scritto, ma forse per l’ambiente e per il tempo non altrettanto sincere come le sue. Allora, spogliandomi del ruolo e proponendomi come Cristiano adulto con una vita di fede cercata di vivere in sintonia con Cristo, dissi quello che scrivo anche a Lei e che potrebbe essere l’ultimo punto, perdoni l’ardire, del suo scritto, visto ovviamente dal mio punto di vista. Argomentando, come Lei, sul piano teologico e filosofico, concludevo così: Credo da cristiano che se la vita è un dono, abbiamo il diritto di disporre di essa e di risponderne con matura responsabilità a Chi ce l’ha donata. Ma per il credente, benché dolorosa e sofferta, la morte è il Dies natalis che ci porta all’acquisizione dell’altro dono, la vita da continuare a vivere con Lui e con tutti i fratelli che “ci hanno preceduto nel segno della fede”. Allora, se ho cercato di vivere la mia vita con impegno, con disponibilità ed amore nella giustizia, nel rispetto degli altri e dei propri diritti, avendo certamente commesso tanti errori, ma non per disonestà e cattiveria, arrivato al momento della perdita di quell’equilibrio ed armonia (tanto bene descritti da Lei), ed essendo impossibilitato a dare agli altri ed a quanto mi circonda ancora il mio fattivo contributo, stanco e desideroso di serenità, pace ed Eterno Amore, perché qualcuno, qualcosa, addirittura lo stato o la stessa chiesa, scegliendo per me, dovrebbero impedire un mio giusto desiderio e diritto di volere, nella pace, vivere eternamente? Scegliere di vivere ed anche di morire, quindi, non è mancanza di fede, né di coraggio, tantomeno negazione dell’amore di Dio. Invece una profonda testimonianza di fede e di amore verso Dio, i fratelli e verso se stesso».
- Ascoltare tutti i soggetti co-interessati, anche i più piccoli
Ecco: mio giusto desiderio e diritto di volere, nella pace, vivere eternamente. Desiderio, non da accettare col metodo del prendere o lasciare; ma da discutere nel confronto con altri, da decidere senza che altri decidano al mio posto, fossero anche lo Stato e la Divinità. In altri precedenti interventi [https://www.focusitaliaweb.it/discernimento-un-appello-accorato-dei-vescovi-della-campania/; https://www.focusitaliaweb.it/ulteriori-considerazioni-sul-suicidio-medicalmente-assistito/], abbiamo anche noi già commentato, in queste pagine digitali, la situazione di grande effervescenza e di dibattito, provocato in Campania dal deposito, il 22 maggio scorso, di una proposta Legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, per disciplinare, anche nella nostra Regione, le modalità organizzative con cui il Servizio Sanitario Regionale è chiamato a dare attuazione ai principi già affermati dalla Corte costituzionale, ma non ancora tradotti in Legge dal Parlamento. Non sappiamo come andrà a finire, ma dai mezzi di stampa apprendiamo, con piacere, che la presidente della commissione regionale Sanità ha fatto già sapere che “nella prima decade di settembre raccoglieremo tutte le proposte sui soggetti da ascoltare, intendiamo avviare una ricca fase di confronto” e che, a sua volta, il presidente del Consiglio regionale ha accolto “con grande soddisfazione la richiesta di dialogo della Conferenza episcopale. Sul potenziamento delle cure palliative, sull’assistenza domiciliare e sul sostegno alle famiglie, la giunta e gli assessori competenti, di concerto con il Consiglio, stanno già lavorando nell’ottica di un potenziamento”.
Ecco una via giusta, anche nel caldo assolato di agosto e anche, perfino, nella terribile contingenza sismica cha ha ulteriormente danneggiato una situazione già compromessa: ascoltare tutti i soggetti co-interessati, ovviamente privilegiando quei soggetti organizzati, come il Forum socio-sanitario, presieduto dal dottor Aldo Bova, che hanno già chiare le idee o le proposte alternative o integrative. E tuttavia, come già ai tempi di quel pezzo su “La Repubblica” di carta invocava il Direttore generale, aprendo tutti a visioni polivoche della vita e della morte, soprattutto non lasciando mai fuori dai giochi i minori, i piccoli, i senza voce, gli emarginati, i reclusi, i malati cosiddetti terminali, i degenti in Hospice, che non sono certamente, né possono essere dei cimiteri degli elefanti umani, dove magari si somministrino, a richiesta convalidata da un Comitato di saggi, dei farmaci suicidari gratuiti.
Quando sapremo offrire ai disagiati, agli sfollati, ai malati e ai loro gruppi familiari di riferimento, la possibilità di dare più vita agli anni dell’esistenza terrena, invece di stare soltanto a combattere per dare più anni a una vita, magari grama, precaria, sofferente, senza casa e, ora, come nelle zone flegree, anche senz’acqua potabile?
