1. Una parola che non possiamo lasciar cadere

Fu papa Francesco che, il 31 agosto 2022, rese popolare tra la gente questa parola: discernimento. Disse allora il compianto Pontefice: «il discernimento si presenta come un esercizio di intelligenza, e anche di perizia e anche di volontà, per cogliere il momento favorevole: queste sono le condizioni per operare una buona scelta. Ci vuole intelligenza, perizia e anche volontà per fare una buona scelta. E c’è anche un costo richiesto perché il discernimento possa diventare operativo… Situazioni inattese, non programmate, dove è fondamentale riconoscere l’importanza e l’urgenza di una decisione da prendere. Le decisioni le deve prendere ognuno; non c’è uno che le prende per noi. Ad un certo punto gli adulti, liberi, possono chiedere consiglio, pensare, ma la decisione è propria; non si può dire: “Ho perso questo, perché ha deciso mio marito, ha deciso mia moglie, ha deciso mio fratello”: no! Tu devi decidere, ognuno di noi deve decidere, e per questo è importante saper discernere: per decidere bene è necessario saper discernere». Il discernimento coinvolge gli affetti, che spingono a prendere una bella decisione, una decisone giusta, ti porta sempre a quella gioia finale; forse nel cammino si deve soffrire un po’ l’incertezza, pensare, cercare, ma alla fine la decisione giusta ti benefica di gioia. Anche Dio, nel giudizio finale, opererà un discernimento. Oggi 6 luglio 2026, i Vescovi della Campania ribadiscono che vi è urgenza di «un discernimento serio, condiviso e non ideologico».

Il Presidente della Conferenza Episcopale Campana e vescovo di Acerra, mons. Antonio Di Donna, ha perciò consegnato ufficialmente, un documento collettivo (esattamente denominato Appello), firmato da tutti i Pastori delle Chiese particolari della Campania. Tre i grandi temi e problemi messi a fuoco ripensando alla recente presenza di papa Leone XIV a Pompei, Napoli e Acerra: «dignità della persona; bene comune; responsabilità verso la nostra terra». Tutti temi etico-sociali, insomma, che declinano, per la Campania tellus (una volta, tellus era termine associato al vino Falesco, ma oggi evoca prevalentemente la sismicità del nostro territorio), le questioni e i criteri emergenti dalla cosiddetta dottrina sociale della Chiesa contemporanea. 

Una dottrina, questa, di grande spessore etico e politico, che si è andata sviluppando particolarmente dall’enciclica Aeterni Patris (4.8.1879) di Leone XIII in poi, fino alla prima enciclica sociale di papa Prevost, che egli ha significativamente intitolato Magnifica Humanitas sulla custodia della persona nel tempo dell’intelligenza artificiale (25.5.2025). I nostri Vescovi sentono, dunque, il dovere morale di nutrire la questione etico-sociale in Campania, allo scopo di non lasciar cadere quanto emerso dalla recente visita di Papa Leone in Regione, che ha consegnato alle Chiese una parola che i Presuli dichiarano oggi, appunto, di non poter lasciar cadere: «Il Santo Padre ha richiamato tutti a un sussulto di dignità e di responsabilità, invitando a servire la vita, a scegliere la giustizia e a porre il bene comune al di sopra degli interessi di parte».

  1. I destinatari privilegiati dell’Appello episcopale

L’Appello sollecita tutti a un generale «discernimento serio, condiviso e non ideologico». Dunque, non si rivolge soltanto ai cristiani e ai credenti, ma a tutte le persone di buona volontà, senza ideologie pre-concette e senza paratìe divisorie. Ma esso raccomanda, in particolare, ai politici (dal livello regionale e quello comunale) grande attenzione e ascolto operativo. Soprattutto se essi «dichiarano di ispirarsi alla Dottrina sociale della Chiesa»: dovranno, soprattutto loro, mostrare nei fatti (sia nel livello normativo che operativo e fattuale) «coerenza, coraggio e soprattutto capacità di tradurre i principi in scelte concrete». Ecco perché l’Appello viene indirizzato «soprattutto alle Istituzioni, agli amministratori, ai rappresentanti politici, a quanti hanno responsabilità nella vita pubblica e a tutti coloro che, a diverso titolo, concorrono alle scelte che riguardano il presente e il futuro della Campania».

Pur nella distinzione dei ruoli – le soluzioni tecniche spettano alla responsabilità propria della politica, dell’amministrazione e della società civile -, i Vescovi offrono a tutti un metodo: quando le scelte amministrative, giuridiche e politiche ricadono sulla vita concreta e quotidiana delle persone, soprattutto dei più poveri e di quanti non hanno voce, chi ha il dovere di decidere su temi e soluzioni dovrà previamente attivare un confronto vivo, un dialogo serio, una lettura condivisa insieme «con i soggetti sociali che quotidianamente incontrano le ferite della gente». L’auspicio episcopale viene così esplicitato: «Non vogliamo che la Campania sia raccontata solo attraverso le sue emergenze, né che il futuro venga consegnato alla paura, all’indifferenza o all’illegalità». Effettivamente i Pastori, come scrivono, hanno a cuore la Campania e la sua gente: «Ci stanno a cuore le nostre comunità, le famiglie, i giovani, gli anziani, i malati, i lavoratori, i migranti, i detenuti, coloro che abitano le aree interne, le periferie urbane e sociali, le terre ferite dall’inquinamento, dall’illegalità e dall’abbandono».

  1. Les chaiers de doléances

Risalenti al secolo XIV, i cahiers de doléances raccoglievano per iscritto, in Francia, voci, istanze, proteste… da indirizzare al rappresentante del potere (a quei tempi, il re), perché s’intervenisse sollecitamente prima di sommosse popolari. Oggi – introdotti da una serie insistente di verbi (ci interpellano, non possiamo ignorare, ci preoccupano,  sentiamo il peso…), accorati appelli e lamenti – raccolti in mezzo al popolo dai Vescovi campani – centrano l’attenzione collettiva e individuale su delle peculiari note dolenti, ovvero sulle tante cose che ancora non vanno, soprattutto a livello sociale e legislativo. È sintomatico che, mentre la nostra Regione discute, dal 22 maggio scorso, il disegno di legge sul suicidio assistito (precisamente: Modalità organizzative per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito, in attuazione dei principi enunciati dalle sentenze della Corte costituzionale n. 242/2019, n. 135/2024 e n. 204/2025); e che, mentre conta le proprie carenze nel numero e nella gestione degli Hospice per i malati terminali (solo per il territorio di Napoli, contiamo solamente un Hospice: a Napoli 3 centro, al Santobono, a Napoli 2 nord; e due Hospice a Napoli 3 sud), insomma, mentre tutto questo accade nell’ambito della salute, il documento dei Vescovi decida di partire proprio dalle «gravi questioni della salute e della sanità, soprattutto quando le disuguaglianze territoriali, economiche e sociali rendono più difficile l’accesso alle cure e colpiscono le persone più fragili. Non possiamo ignorare l’emigrazione dei nostri ammalati verso regioni dove l’assistenza sanitaria garantisce condizioni migliori». 

Oltre alle doglianze circa la situazione sanitaria (che riguarda l’ambito della cosiddetta autonomia differenziata Stato-Regioni), in ordine di apparizione leggiamo altre dolentissime note: «la condizione delle carceri, il disagio dei detenuti, delle loro famiglie, del personale penitenziario, e la necessità di percorsi che non si limitino alla custodia, ma aprano alla dignità, alla responsabilità, alla giustizia riparativa e al reinserimento». Appare evidente, sul punto specifico delle carceri e dei detenuti, l’azione di stimolo svolta dal Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della  libertà, che, peraltro, ha recentemente pubblicato “Lettere al Garante” (edizioni Iod): parole scritte ancora sulla carta, perché solo il carcere offre ormai questa possibilità di vergare la vecchia carta scritta con la biro (perché i detenuti scrivono ancora così le lettere che, poi, vengono inviate alle caselle di posta del Garante).

I Pastori della Regione mettono anche il dito sulla piaga dei senza fissa dimora (i migranti e le diverse etnie accomunate dall’etichetta Rom). La doglianza riguarda «in particolare i Centri di permanenza per il rimpatrio»; ma, soprattutto, segnala. Sul piano etico-sociale, «il rischio che persone e popoli vengano percepiti come problema da respingere e non come volti da incontrare, accompagnare e integrare secondo giustizia e legalità». Viene altresì inventariato il vero e proprio popolo dei senza fissa dimora, delle famiglie povere, dei lavoratori sfruttati, del lavoro povero, del caporalato e di ogni forma di economia che sacrifica la dignità della persona al profitto o alla convenienza. E intanto, l’occhio ritorna sulle aree interne, sul loro spopolamento, con la correlata chiusura di servizi e presìdi educativi: è enorme la fatica di territori che rischiano davvero di essere lasciati ai margini del futuro. D’altra parte, nel solco di un cammino, avviato nel maggio 2019 e proseguito con diverse iniziative, tutti i Presuli italiani – in rappresentanza di ben 11 regioni, tra cui la Campania -, si vanno già incontrando periodicamente, appunto per confrontarsi sulle cosiddette Aree interne, ovvero su quelle zone in preda allo spopolamento e alla crisi, minacciate da un declino che sembra ormai inarrestabile e su cui amministratori e politici devono farsi sentire. 

Non manca, nell’Appello dei vescovi campani, il ricordo delle ferite della cosiddetta Terra dei Fuochi, ma anche quello delle conseguenze tragiche dell’inquinamento, dell’illegalità e della camorra. Sempre, però, insieme con il desiderio di rinascita, di bonifica morale e ambientale, di responsabilità condivisa. 

E poi, ecco la lunga e tragica carrellata sul disagio giovanile, sulla violenza minorile, sulla povertà educativa, sulla disaffezione alla partecipazione (anche al voto!) e sulla progressiva perdita di luoghi (anche parrocchiali ed ecclesiali) nei quali poter educare alla fiducia, alla legalità, alla cittadinanza e alla vita buona del Vangelo. E ancora, insieme con il problema dell’abbattimento delle case, vengono ricordate tutte le condizioni di quando la vita, come si legge nel documento di Pompei circa la Campania, «è fragile, quando è malata, quando è ferita dalla solitudine, quando è minacciata dallo sfruttamento, quando è respinta ai margini, quando è privata di futuro, quando è esposta alla violenza, all’illegalità o alla rassegnazione».

  1. Conclusione: non vogliamo rassegnarci

Nelle comunità diocesane della Campania, oltre ai cittadini e alla gente, vi sono dunque delle sentinelle: vescovi che stanno di vedetta, memori della parola profetica di Isaia: «La vedetta ha gridato:/ “Al posto di osservazione, Signore,/ io sto sempre, tutto il giorno,/ e nel mio osservatorio/ sto in piedi, tutta la notte» (Is 21,8). Quanto resta ancora della notte? – chiediamo anche noi oggi, insistentemente, alle nostre sentinelle episcopali, che fanno la guardia dai loro osservatori pastorali -: «Sentinella, quanto resta della notte?/ Sentinella, quanto resta della notte?» (Is 21,11). Passeranno mai per noi le ombre del buio e della morte e arriverà, finalmente, il giorno? La nuttata passerà – ne siamo convinti con l’immortale Eduardo della milionaria Napoli. Come di fronte alla grave malattia della piccola Rituccia – quasi emblema di tutti i piccoli, i poveri, i fragili e le nuove generazioni di questa nostra terra -, anche noi vogliamo dire, anzi gridare: «Mo ha da passà ‘a nuttata. Se passa questa nottata…». «Lo dobbiamo a noi e alle generazioni che verranno», scrivono i Presuli. Senza se e senza ma, le ombre della notte dovranno, devono, passare. No, il nostro futuro individuale e collettivo non può essere «consegnato alla paura, all’indifferenza o all’illegalità».