«I ragazzi non hanno bisogno soltanto di speranza, ma di possibilità concrete»
NAPOLI — La fragilità dei giovani non nasce soltanto dall’incertezza economica o dalla precarietà sociale. Spesso prende forma molto prima, dentro le aule scolastiche e universitarie, dove anche chi raggiunge risultati importanti finisce per sentirsi continuamente insufficiente. Per Paolo Vittoria, docente di Pedagogia dell’Università Federico II, il problema affonda le radici in un modello educativo fondato sulla competizione, sulla prestazione continua e sull’idea che il valore di una persona coincida con ciò che riesce a produrre.
La riflessione emerge a margine del seminario internazionale dedicato a Paulo Freire, organizzato nell’ambito del progetto EudAimOnia. Nel confronto con la docente greca Labrina Gioti, dell’Università Aristotele di Salonicco, il dibattito si concentra su temi che attraversano profondamente le nuove generazioni: disagio giovanile, sfiducia, crisi delle relazioni educative, precarietà sociale ed emigrazione.
Nel lavoro quotidiano del progetto EudAimOnia, qual è oggi la forma di fragilità che vede crescere di più tra gli studenti?
«La fragilità che osservo è legata a un modello competitivo che ha origine nella scuola e prosegue nel sistema universitario. In questo contesto, il continuo accumulo di crediti e l’acquisizione di competenze diventano spesso una ragione di stress e frustrazione, persino quando i risultati sono positivi».
Il punto, spiega, non riguarda il merito o l’impegno personale. Riguarda il modo in cui il successo viene percepito dentro un sistema che misura tutto attraverso la produttività.
«Oggi assistiamo a una realtà in cui voti vicini al massimo non bastano più. I ragazzi imparano molto presto a collezionare risultati, esperienze, certificazioni, ma fanno sempre più fatica a costruire un rapporto sereno con sé stessi. È una questione di modello didattico che va ripensato radicalmente in funzione della comunità, del dialogo e dell’educazione anziché di una competizione individualista».
Dietro il rendimento, spesso, si nasconde una stanchezza silenziosa: quella di una generazione che vive ogni traguardo come qualcosa di provvisorio, mai davvero sufficiente.
Questa competitività estrema è dovuta a un sistema educativo sempre più esigente o si tratta di una distorsione strutturale?
«Esistono distorsioni profonde che confondono il rigore con la competizione. Essere esigenti è importante, perché insegna a superare i propri limiti. La scuola non deve essere un percorso facilitato o un vestito perfettamente adattato alle comodità dello studente».
Per Vittoria la difficoltà non è un ostacolo da eliminare, ma una parte essenziale della crescita. Una scuola che protegge da ogni frustrazione rischia di lasciare i ragazzi impreparati davanti alla complessità della vita.
«Una didattica priva di ostacoli finisce per provocare fragilità. Tuttavia, altra cosa è la competizione permanente, che rappresenta il modello capitalista applicato all’educazione. Questa corsa continua all’accumulo impedisce la distensione del pensiero e la cura delle relazioni, trasformando l’apprendimento in una rincorsa che non lascia il tempo di capire davvero chi si sta diventando».
Il rischio è che scuola e università smettano di essere luoghi di formazione umana per assomigliare sempre di più a spazi in cui si impara soltanto a non fermarsi mai.
Come si può insegnare ai giovani a non perdere la speranza? E quale dovrebbe essere oggi il ruolo delle istituzioni?
«Bisogna innanzitutto ragionare sul tipo di speranza che vogliamo costruire. Se ci limitiamo a dire ai giovani che sono il futuro senza lavorare concretamente sull’oggi, costruiamo soltanto un’attesa astratta».
La speranza, osserva, non può ridursi a uno slogan motivazionale. Ha bisogno di realtà, relazioni, possibilità tangibili.
«La vera speranza si edifica attraverso un lavoro critico sul presente, sui modelli educativi e sulle comunità. Una comunità è tale solo se riesce a riflettere su sé stessa, altrimenti rischia di creare isolamento invece di legami».
Da qui anche la responsabilità delle istituzioni.
«Le istituzioni dovrebbero costruire ponti concreti tra le risorse esistenti. Nel Mezzogiorno, ad esempio, la mancanza di infrastrutture e collegamenti culturali alimenta ancora l’idea che studiare significhi necessariamente emigrare. Bisognerebbe invece far conoscere e valorizzare il territorio senza partire dal presupposto che sia inferiore ad altri luoghi».
Per molti ragazzi del Sud il futuro continua ad avere il volto della distanza. Restare viene spesso percepito come una rinuncia, non come una possibilità.
«I ragazzi hanno bisogno di qualcosa di concreto, di possibilità concrete».
Lei ha citato Paulo Freire e la sua critica all’educazione. In che modo il suo pensiero può essere considerato attuale per affrontare le crisi contemporanee?
«Il pensiero di Freire è estremamente attuale perché anticipava quella che definiva “educazione bancaria”, cioè un modello in cui si accumulano contenuti in modo passivo senza mai problematizzare la realtà».
Secondo Vittoria, questa tendenza oggi è ancora più evidente e si riflette persino nel linguaggio contemporaneo della formazione.
«Anche definire la scuola una “agenzia formativa” è significativo. Significa subordinare la pedagogia a logiche economiche e produttive».
Per questo, aggiunge, diventa necessario recuperare una dimensione educativa fondata sulla relazione e sulla presenza umana.
«La sfida è disobbedire a questo schema per aprirsi a un dialogo fondato sull’umanità. Inoltre, dobbiamo recuperare il valore formativo delle crisi e delle difficoltà. Un modello basato solo sull’eccellenza non insegna a vivere il dolore o il fallimento».
Nel finale il discorso si fa più personale.
«I veri maestri si creano anche attraverso le crisi, le esperienze, le difficoltà attraversate. Quando arriva un momento doloroso bisogna imparare a viverlo, perché è anche lì che una persona comincia davvero a conoscersi».
Forse è proprio questo il punto più duro che emerge dalle sue parole: una parte dei ragazzi di oggi non si sente fragile perché incapace, ma perché cresce dentro un tempo che chiede continuamente di dimostrare qualcosa. Di essere all’altezza, produttivi, impeccabili, sempre in movimento. E allora anche i successi perdono peso, perché diventano solo tappe da superare in fretta prima della prova successiva.
In questo senso, il problema non riguarda soltanto la scuola o l’università, ma il modo in cui una società intera ha smesso di lasciare spazio alla lentezza, all’errore, perfino alla possibilità di sentirsi incompleti senza vivere questa incompletezza come un fallimento.
