In pieno boom economico, mentre le donne lottavano per l’autonomia, lei scelse di non sposare l’uomo che le aveva usato violenza. Quel gesto di rispetto per sé stessa, appoggiato dalla famiglia, scosse l’opinione pubblica e aprì la strada a una storica riforma legislativa e sociale in Italia
Nelle campagne di Alcamo, a metà degli anni Sessanta, la famiglia Viola conduceva una vita dedicata al lavoro nei campi. Bernardo e Vita, i genitori, avevano cresciuto Franca e il piccolo Mariano nel rispetto delle tradizioni, ma anche della dignità personale. Nel 1963, Franca, allora quindicenne, viene promessa in sposa a Filippo Melodia, un giovane di ventitré anni imparentato con il potente boss locale Vincenzo Rimi. Tuttavia, quando Melodia finisce in carcere per furto e associazione a delinquere, Bernardo Viola compie un gesto inusuale per l’epoca: rompe ufficialmente il fidanzamento. Per la mentalità mafiosa del tempo, questo è un affronto intollerabile che richiede una punizione esemplare per ripristinare il prestigio del pretendente rifiutato. Al ritorno di Melodia dalla Germania, dove si era rifugiato per un periodo, inizia una vera e propria campagna di intimidazione contro i Viola per costringerli a cedere: Nel maggio del 1965, la casa colonica di Bernardo viene data alle fiamme. Cinquecento piante di vite, risorsa fondamentale per la famiglia, vengono tagliate e distrutte. I terreni vengono devastati dal passaggio forzato di greggi. Nonostante le minacce, la famiglia non recede, e Franca si fidanza con un altro giovane, Giuseppe Ruisi. È a questo punto che Melodia decide di passare all’azione diretta attraverso il “ratto”. La mattina di Santo Stefano, un commando di tredici uomini guidato da Melodia assalta l’abitazione dei Viola in via Arancio 41. Per scoraggiare l’intervento dei vicini, viene esploso un colpo di pistola in aria. Gli aggressori fanno irruzione in casa e trascinano via Franca. Nel caos, portano con sé anche il fratellino Mariano di otto anni, che cercava disperatamente di difendere la sorella. La madre, Vita, tenta un ultimo eroico sforzo aggrappandosi alla maniglia dell’auto in corsa, venendo trascinata per diversi metri prima di cadere a terra. Mentre il bambino viene rilasciato dopo due giorni, Franca resta nelle mani dei suoi carcerieri. Viene portata in un casolare e successivamente nascosta nell’abitazione della sorella di Melodia. Per otto giorni subisce violenze fisiche, maltrattamenti e stupri. L’obiettivo di Melodia è chiaro: secondo l’articolo 544 del Codice Penale allora in vigore, il matrimonio con la vittima avrebbe estinto il reato di violenza carnale e rapimento. Era la cosiddetta “paciata”: un accordo tra famiglie che trasformava lo stupro in un atto d’onore, rendendo l’aggressore il legittimo marito e “ripulendo” la reputazione della donna, altrimenti considerata “svergognata” dalla comunità. Bernardo Viola, d’accordo con la polizia, finge di accettare le trattative per le nozze riparatrici, agendo come “esca” per localizzare la figlia. Il 2 gennaio 1966, le forze dell’ordine intervengono, liberano Franca e arrestano Melodia e i suoi complici. Franca difese la propria libertà con una «normale scelta dettata dal cuore», percorrendo una strada finora mai battuta. «Io non sono proprietà di nessuno — affermò — nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto. L’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce». In questa battaglia ebbe al suo fianco la famiglia: il padre Bernardo sostenne con ogni forza la volontà della figlia, rassicurandola con le parole: «Tu metti una mano, io ne metto cento. Basta che tu sia felice, non mi interessa altro». Il processo a Filippo Melodia e ai suoi complici si aprì nel dicembre 1966 presso la Corte di Assise di Trapani. Gli imputati dovevano rispondere di diciassette capi d’accusa, tra cui sequestro, lesioni pluriaggravate e violenza carnale. Per screditare la vittima, la difesa tentò di sostenere che Franca fosse consenziente e che i due avessero già avuto rapporti in precedenza, richiedendo persino una perizia medica per accertare quando la ragazza avesse perso la verginità. Franca però rifiutò e, insieme al padre, si costituì parte civile.
Nonostante le minacce di morte e la vita sotto scorta, il 17 dicembre 1967 arrivò la condanna per Melodia: undici anni di reclusione, poi diventati dieci in appello (confermati in Cassazione) insieme a due anni di soggiorno obbligato vicino Modena. Una volta scontata la pena nel carcere di Trapani e lasciata la Sicilia, Melodia trovò la morte nel 1978, ucciso da un colpo di lupara davanti a un ristorante nella periferia modenese. Franca Viola divenne la prima donna italiana a dire ufficialmente “no” al matrimonio riparatore. Solo nel 1981, ben quindici anni dopo i fatti, l’articolo 544 venne finalmente abrogato, eliminando la possibilità di cancellare uno stupro con le nozze. Solo nel 1996, lo stupro smise di essere considerato un “reato contro la moralità pubblica” per diventare un “reato contro la persona
