L’Analisi

  1. Il futuro delle mafie è nel cyberspazio

Mafie si dice al plurale. Come abbiamo letto il 4 gennaio 2026, nel contirbuto di Elio Collovà del Centro studi “Pio La Torre): «Quando ci riferiamo alle componenti più grosse del sistema mafie in chiave moderna, dobbiamo andare oltre alle organizzazioni cosa nostra, ’ndrangheta, camorra, per approdare ad una organizzazione molto più vasta e moderna, con “partecipazioni” in numerosi campi; ciò consente di poter contare su un’organizzazione molto più fluida ma, al contempo, più riservata e quindi più invisibile. Le nuove mafie operano nelle reti transnazionali dei traffici, del riciclaggio, della finanza offshore, avvalendosi di professionisti esperti e consenzienti; e, al crescere del ricorso a tali professionisti disponibili, cresce più che proporzionalmente la rete operativa dell’organizzazione che può dunque occultarsi e confondersi all’interno del sistema legale».

Restano, sì, delle forme di mafie particolarmente presenti in certe regioni italiane, dove assumono anche denominazioni definite (si pensi alle Stidde dell’agrigentino, dove fu progettato e attuato l’assassinio drl magistrato Rosario Angelo Livatino, oggi martire della fede, beatificato dalla Chiesa cattolica). Non c’è più la mafia, bensì le mafie. Ormai il fenomeno riguarda il mondo intero e, in particolare, il cyberspazio. Anche per questo la nostra Commissione bicamerale ha cambiato nome, rispetto al 2013. Dagli Atti parlamentari, infatti, ricaviamo chiaramente che la legge 19 luglio 2013, n. 87, istituì la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali similari, anche straniere (allora la presidente eletta fu l’on. Rosy Bindi nella seduta del 22 ottobre 2013). In precedenza, nel corso delle legislature repubblicane erano state istituite, per legge, altre nove Commissioni parlamentari di inchiesta “antimafia”. 

L’uso consolidato del plurale anche negli atti parlamentari – mafie, invece che mafia – segnala linguisticamente che i compiti. di volta in volta assegnati alla Commissione stessa, sono passati da quanto era previsto dalla legge 1720/1962 – che allora geolocalizzava il fenomeno prevalentemente alla Sicilia – all’estensione e amplificazione del riferimento. Oltre a correlare il fenomeno della mafia con altre associazioni criminali similari, nella XV e XVI legislatura, l’oggetto di inchiesta è stato ampliato, fino a comprendere le “altre associazioni criminali anche straniere”. Ma è nel corso della XVII legislatura, infine, che l’oggetto è, appunto, diventato quello “delle mafie”, al plurale. Le più recenti attività parlamentari della Commissione d’inchiesta, registrate sul portale ufficiale del nostro Parlamento, a riprova della valenza ormai internazionale del fenomeno, registrano perifno audizioni del Procuratore generale della Repubblica del Cile e del Direttore dell’Unità specializzata in criminalità organizzata, traffico illecito di stupefacenti, armi e riciclaggio della medesima Repubblica del Cile. Mafie, al plurale, significa fenomeno internazionale, inso,a

Mercoledì 15 gennaio 2025, alle ore 13.30, presso l’Aula del V piano di Palazzo San Macuto, la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, svolse l’audizione del dott. Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, il quale, tra l’altro, segnalò, in riferimento al territorio di competenza della Procura di Napoli, che le mafie oggi, non solo sono un fenomeno plurale, preferiscono nuove tecnologie, criptovalute e strumenti dell’Intelligenza artificiale.

2. Camorre molteplici: una camorra da strada, una camorra nel mondo dell’imprenditoria e una camorra nel mondo del Dark web.

In riferimento specifico al territorio di competenza della Procura di Napoli, il dottor Gratteri nel corso della sua citata audizione parlamentare, si riferì, appunto, alla pluralizzazione dei livelli delle mafie nell’hinterland partenopeo: «A Napoli, a grandi linee, ho visto tre livelli di camorra. Ho visto la camorra da strada, capace di entrare in una piazza grande due volte quest’aula con un kalashnikov: uno guida e l’altro spara ad altezza uomo per conquistare quella piazza. […] Poi abbiamo una camorra molto forte nel mondo dell’imprenditoria e una camorra leader nel mondo del dark web. Io non immaginavo, arrivando a Napoli, di trovare un così alto livello sul piano tecnologico, sul piano informatico, la capacità di penetrare nel dark web. Noi abbiamo assistito a soggetti in grado di entrare nel dark web e comprare 2 mila chili di cocaina. Questo è un qualcosa che mi ha molto meravigliato ed è un qualcosa di cui ci dobbiamo preoccupare e a cui dobbiamo pensare da ora in avanti. Mi spiego. Vedo che si parla molto di cyber, è diventata quasi una moda da salotto. Tutti gli esperti di mafia oggi parlano di cyber […]. Occupiamoci di cyber, sì, ma come dico sempre e mi permetto di suggerire ai vertici delle forze dell’ordine, andate alla Guardia di finanza, andate a L’Aquila, cercate di capire se nella scuola dei marescialli ci sono ragazzi appassionati di informatica e cerchiamo di formarli; andate alla scuola dei marescialli dei Carabinieri di Firenze per vedere se ci sono ragazzi appassionati. […] I Carabinieri hanno iniziato da poco, hanno una struttura a livello centrale di specialisti del cyber. Vi assicuro, però, che il fenomeno esploderà e che da ora in poi in ogni squadra mobile, in ogni gruppo, in ogni reparto operativo ci sarà bisogno di uno o due specialisti di questo settore. Sarà il futuro che ci impegnerà e ci occuperà. […] Non mi parlate di costi. La settimana scorsa in una sola indagine, con intercettazioni durate due mesi, ho sequestrato 35 milioni di bitcoin che sono già nel FUG (Fondo unico di giustizia)».

  1. Nel cyberspazio mafioso…

Il 18 marzo 2025, Europol ha pubblicato la sua Valutazione della minaccia rappresentata dalla criminalità organizzata e dalle forme gravi di criminalità nell’UE (EU-SOCTA 2025), segnalando che, alle minacce fisiche, si addizionano le Minacce online (attacchi informatici, frodi online e sfruttamento sessuale dei minori…). Gli attacchi informatici, inoltre, sono sempre più orientati allo Stato e prendono di mira infrastrutture critiche e strutture governative. Le frodi online sono diventate senza precedenti per dimensioni, varietà, sofisticatezza e portata e si prevede che supereranno altre forme di criminalità grave e organizzata. 

Con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa per produrre materiale pedopornografico, lo sfruttamento sessuale dei minori (online) si sta trasformando. In precedenza, esattamente il 14 giugno 2024 la Fondazione Magna Grecia aveva presentato uno studio sul cyber organized crime, che documentava, appunto, la trasposizione digitale delle organizzazioni criminali in ambiti che fino a qualche anno fa sembravano inimmaginabili: rischio concreto sul fronte economico, su quello del diritto e su quello della tenuta democratica, tanto più preoccupante se si considera la vulnerabilità informatica di imprese e Pubblica amministrazione. 

Il problema non è più un problema italiano quanto un problema internazionale, senz’altro europeo (vogliamo parlare dei capitali della ‘Ndrangheta nella banche di Londra e dei raccordi tra Camorra e paesi sudamericani?). Soprattutto è un problema, ma lo è in un mondo frattanto in guerra, con la guerra in Europa, il riarmo, le migrazioni, la demolizione del lavoro, gli accumuli di ricchezze favolose, le stringenti questioni salariali, l’invecchiamento delle società, le variazioni climatiche, i cedimenti delle democrazia davanti ad autocrazie e dittature…. Se le mafie ormai sembrano usare la violenza “solo quando è strettamente necessaria”, e preferiscono le “nuove tecnologie”, ci spieghiamo il perché non soltanto del plurale (le mafie!), se vogliamo osservare dei fenomeni ormai tecnologicamente raffinati: le mafie continuano a sopravvivere perfino in un mondo in guerra (la famosa terza guerra mondiale a pezzzi, come diceva papa Francesco e ripete Leone XVI), con la guerra in Europa, il riarmo, le migrazioni, la demolizione del lavoro e delle sue sicurezze, gli accumuli di ricchezze favolose, le stringenti questioni salariali, l’invecchiamento progressivo delle società, le variazioni climatiche, i cedimenti delle democrazia davanti ad autocrazie e dittature…

Com’è noto, l’Unione Europea, adottando l’AI Act (Norma sull’Intelligenza Artificiale), ormai in vigore, pur condividendo la comune lotta alle mafie cibernetiche, introduce dei limiti stringenti sull’uso di sistemi predittivi basati unicamente sulla profilazione o sui tratti della personalità. La cosiddetta polizia predittiva rappresenta, infatti, un’evoluzione delle strategie di sicurezza pubblica, basata sull’analisi dei dati per prevedere e prevenire comportamenti criminali. Sebbene non implichi necessariamente l’uso di tecnologie avanzate, l’integrazione dell’intelligenza artificiale ha trasformato radicalmente questi sistemi, sollevando non pochi interrogativi etici e giuridici. Come ha detto alla Rai il 16 gennaio di quest’anno, il criminologo Vincenzo Musacchio, «L’intelligenza artificiale rappresenta tanto un vettore di rischio quanto uno strumento investigativo. Gli inquirenti devono perfezionare e impiegare algoritmi per prevedere i modelli di attacco basati su comportamenti ripetuti nel tempo tra cui le tecniche di machine learning supervisionato e non supervisionato che sono in grado di identificare anomalie, cluster di attività sospette e pattern ricorrenti»

  1. Alcuni ammonimenti del beato Livatino contro le zizzanie mafiose

Contro certa retorica antimafia, che non tiene conto delle mutazioni genetiche delle mafie, suonano perentorie, e ancora molto attuali, alcune espressioni di Rosario Angelo Livatino, anche se egli scriveva a mano le proprie indagini e utilizzava ancora la macchina da scrivere per le ordinanze, le richieste di rinvio e giudizio e le sentenze), Livatino risulta comunque essere stato, per riconoscimento del Consiglio Superiore della Magistratura, il magistrato più produttivo della Procura di Agrigento. Nella sua interessante conferenza Il ruolo del giudice nella società che cambia (Conferenza tenuta dal giudice Rosario Livatino il 7 aprile 1984 presso il Rotary Club di Canicattì), egli osservò alcune cose, molto utili di fronte ai mutamenti della nostre società, anche in riferimento alla nuova pelle cibernetica della mafie attuali: se «la società intesa come unione ordinata e regolamentata di persone che vivono in un ambito territoriale (e, quindi, per noi la società italiana), la quale è per sua stessa natura una entità in continua evoluzione» – oggi potremmo aggiungere, che cambia anche nelle sue manifestazioni mafiose e tecno-criminali -, «il magistrato non dovrebbe essere una realtà sul cui mutamento ci si debba interrogare: egli è un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare. Se questa cambia, anch’egli dovrebbe cambiare; se questa rimane immutata, anch’egli dovrebbe mantenersi uguale a sé stesso, quali che siano le metamorfosi della società che lo avvolge […], le due realtà, società e magistrato, sono su un identico piano evolutivo e bene si comprende e si giustifica l’interrogativo sugli effetti che tale parallelismo può avere prodotto, sulla positività o negatività di questa esperienza che si è voluta vivere e, conseguentemente, sulla persistente conducenza del mezzo che si è scelto rispetto al fine che si voleva originariamente conseguire». E tra l’altro, il futuro Beato osservava, in maniera quasi “profetica”: «La magistratura, per restare ancora fedele al dovere costituzionale di fedeltà alla legge, altro non cerca, anche per evitare ondeggiamenti, incertezze ed ulteriori ingiusti rimproveri, che di poter disporre di dettati normativi coerenti, chiari, sicuramente intelligibili, nonché di testi negoziali nei quali la posizione di diritto e di obbligo delle parti non sia offuscata da una trama tormentata di sottili e complicate espressioni verbali, che nascondono premesse politiche tutt’altro che chiare anziché una precisa volontà che sostenga il precetto. Fin quando tutto questo non sarà assicurato dal nostro legislatore e dalle parti sociali in sede di contrattazione, sarà ineliminabile che il giudice di Pordenone ed il giudice di Ragusa, con gli abissi di cultura e dei substrati territoriali, sociali ed economici nei quali si trovano ad operare, cerchino di districarsi nella perigliosa giungla di queste regolamentazioni adoperando dei machete interpretativi tra loro dissimili o addirittura contraddittori». 

Come a dire, che il vero problema non è quello che sarà sottoposto anche nell’imminente quesito referendario, bensì dell’esigenza urgente di dettati normativi coerenti, chiari, sicuramente intelligibili, che tengano conto anche dell’evoluzione delle zizzanie mafiose.