LA RIFLESSIONE:

  1. Tombare la colmata di Bagnoli?

Sul sito del Comune di Napoli del 29 Gennaio 2024, leggemmo tutti che in Consiglio comunale, alla presenza di 23 consiglieri, il Sindaco Gaetano Manfredi aveva «informato sullo stato della bonifica di Bagnoli, evidenziando la costituzione della struttura commissariale e la risoluzione di contenziosi che hanno permesso lo sblocco di terreni precedentemente inutilizzabili».

Tra progressi della bonifica dell’amianto e del parco dello sport, nonché dello stanziamento di fondi per la bonifica a mare, non senza ipotizzare dei piani per Borgo Coroglio, mentre si andavano esplorando opzioni di esproprio e delocalizzazione, sembrò allora come una “marcia trionfale”, dopo l’avvenuta approvazione di altre iniziative in aree bonificate, come Città della Scienza e il Parco tecnologico dell’ambiente. All’epoca ci fu detto testualmente di «un progetto definitivo per la bonifica a mare, la più grande d’Europa con una spesa prevista di 650 milioni di euro, che ha l’obiettivo di garantire la balneabilità e rimuovere la colmata. Il principale problema è l’inquinamento del fondale, non dell’acqua, e l’intervento prevede la rimozione del sottofondo marino e la creazione di una barriera subacquea per evitare la ricomparsa dei sedimenti marini».

A distanza di poco più di due anni, ci s’informa che il Consiglio comunale, tenuto nella sede della Municipalità 10, per una seduta monotematica dedicata alla rigenerazione urbana di Bagnoli, che il medesimo Manfredi si è espresso in termini amletici circa il bonificare o tombare la cosiddetta colmata Infatti, egli «ha confermato che la bonifica a mare, pur nella complessità tecnica, è finalizzata a garantire la piena balneabilità; che, al netto della scelta sul mantenimento della colmata attraverso la tecnica del capping, non sono previste ulteriori modifiche al PRARU senza il coinvolgimento del Consiglio comunale; che saranno realizzati la spiaggia pubblica, l’accesso libero al mare, un parco urbano di 120 ettari e il Parco dello Sport, insieme agli interventi sulla viabilità e sulla rete fognaria. È stato inoltre ribadito che non è prevista la realizzazione di un porto turistico davanti alla colmata. In chiusura, è stata espressa solidarietà all’agente di polizia rimasto ferito negli scontri del pomeriggio». 

Come a dire che l’impresa per ora prevista vale la spesa. Insomma, i costi per rimuovere la colmata sarebbero addirittura inferiori a quelli per il capping? Sì, capping è l’inglesismo usato nel resoconto ufficiale del Comunicato stampa, pubblicato dal sito del Comune. Molti lo hanno tradotto “tombamento”, volendo indicare null’altro che il “coperchiamento”, o anche la “tappatura” della colmata: la colmata, insomma, resta lì, ma se ne fa la “coperchiatura” o, se si vuole, il “tombamento”. In altri termini, ecco non la rimozione, ma soltanto la copertura del materiale della colmata (che resta inquinante anche se posto nella tomba delle aggiunte di superficie!). 

A Napoli, si direbbe – come abbiamo ascoltato da qualche cittadino che “protestava” troppo veementemente sul posto, tant’è che Manfredi ha dovuto esprimere pure legittima «solidarietà all’agente di polizia rimasto ferito negli scontri del pomeriggio» – che, infine, si decide di mettere lo sporco sotto il tappeto, per non farlo vedere all’ospite; nel nostro caso, per non offrirlo alla vista degli attesi partecipanti alla America’s Cup. Eppure, resta che tombare i materiali di colmata, non significa seppellire un morto – i cui resti però non si decomporranno, anzi continueranno a far del male -. Tombare significa soltanto non far vedere la bruttezza di un materiale ormai eternizzato, che continuerà a produrre i suoi effetti mefitici sull’ambiente, gli esseri viventi e le cose, anche su coloro che vorranno in futuro approfittare dell’accesso libero al male? Sopra la lastra tombale vi saranno gli spazi e alle infrastrutture per i team velici, l’ipotizzato Villaggio con aree di intrattenimento per i visitatori…, insomma tutta la serie di cose promesse per la riqualificazione urbana che, a questo punto, rischia di essere soltanto superficiale? Rose e fiori, come nei camposanti-giardino, faranno forse dimenticare il morto-vivente che c’è al di sotto?

  1. Decidere senza dimenticare la storia industriale

È l’anno 1905 a segnare l’inizio dell’attività dell’acciaieria (Ilva), che opera fino al 1990 con la dismissione impianto per crisi internazionale mercato dell’acciaio. 

Un Bollettino dell’Ispra scriveva senza mezzi termini, pubblicando anche i dati delle indagini pregresse (alcune risalenti all’inizio del terzo millennio): «La realizzazione di un’area di colmata a diretto contatto con il mare con materiale di scarto dell’impianto siderurgico, oltre a variare sensibilmente la configurazione della linea di costa, determina una potenziale contaminazione dell’area marina». Del resto, gli sudi effettuati sui territori della Marlane in Calabria, oppure in quelli interessati dall’acciaieria di Taranto (attiva dagli anni ’60 come uno dei principali impianti di produzione d’acciaio in Europa), hanno portato la World Health Organization nel 2023 a scrivere, a proposito della sola ex Ilva di Taranto: «L’impatto diretto totale di altri tipi di contaminazione sulla salute, e su bambini e giovani, non può essere quantificato con un livello di precisione comparabile. In particolare, è probabile che la contaminazione del suolo, dell’acqua, della catena alimentare e dei flussi dei rifiuti abbia impatti aggiuntivi di entità sconosciuta sulla salute». Il che significa in termini soltanto economici, nell’anno 2023 e solo per Taranto, «l’equivalente economico quantificato di morti e morbilità prevenibili di €70 milioni all’anno». Altro che l’importo stimato dei lavori di Bangoli-Coroglio, che ammonta, stando a quanto viene comunicato nelle fonti ufficiali, in circa 152 milioni!

Oggi, i due progetti distinti – uno di rigenerazione urbana e uno legato alla 38th America’s Cup – ma con un’unica strategia pubblica, di cui parla Manfredi, pur prevedendo stanziamenti che vengono resi ora pubblici, sembrano voler badare solamente alle cose che comunque si faranno (quasi nulla sulle cose che non si faranno, o non si vogliono/possono fare): tutela degli affittuari del borgo Coroglio; richiesta di piena certezza sulla rimozione delle opere temporanee connesse alla Coppa America al termine dell’evento; attuazione rigorosa del protocollo sulla legalità sottoscritto in Prefettura, affinché non vi siano zone d’ombra sulla qualità del lavoro, sulla trasparenza degli affidamenti e sulle condizioni di sicurezza… Bene, giusto… Ma quanto si è investito per gli effetti sulla salute umana, degli animali che vivono in acqua, delle piante e del suolo?

  1. Mentre gli storici studiano il sito, la bioetica ambientale ammonisce tutti

La parabola della fabbrica chimica di Coroglio nella piana di Bagnoli è stata studiata dagli storici contemporanei, che hanno ricostruito la vicenda di uno dei maggiori poli industriali del Mezzogiorno nel ’900, il cui primo insediamento, ricordiamolo, fu una fabbrica chimica: fondata nel 1854 da Charles Lefebvre, passata poi alla gestione dell’americano Arthur Walter negli anni del boom della produzione per l’agricoltura, poi passata alla grande impresa con l’Unione Concimi (1905-1920), alla galassia Montecatini e infine alla Federconsorzi (nella crisi degli anni ’70), fino alla completa dismissione nel 1992 (cfr. Alle radici della Città della Scienza. La fabbrica chimica di Bagnoli 1854-1990, di Silvio de Majo e Augusto Vitale, 2014). 

Ma i problemi ambientali, nel senso più ampio del termine, nel caso specifico di Bagnoli-Coroglio, quelli chimici prim’ancora di quelli legati all’attività siderurgica, si intrecciano oggi con quelli dei nuovi urban studies e della bioetica ambientale. Da queste prospettive deriva una rilevante, e preoccupante, “avvertenza”: valutare se il gioco valga la candela. Anche le associazioni velistiche hanno osservato, con preoccupazione, che le stime ufficiali governative parlavano di 1,2 miliardi di euro come fondi necessari per bonificare e riqualificare l’intera area di ben 195 mila metri quadrati di cemento che, già negli anni Novanta, tombarono soltanto la costa, coprendo tutti gli scarti dell’altoforno (ovvero amianto, arsenico e mercurio e altre sostanze tossiche e inquinanti). 

Intanto a livello europeo i valori massimi di diversi contaminanti nei prodotti alimentari, tra cui alcuni metalli, sono stabiliti già dal 2006. Gli scienziati ci ripetono, dal mondo antico in poi, che bisogna stare attenti, in particolare, alla tossicità dei metalli. La loro tossicità è in funzione della concentrazione che raggiungono a livello cellulare: per i metalli non essenziali, aumentando la concentrazione, aumenta la probabilità di provocare un effetto avverso. 

Diverse condizioni possono, infatti, modulare e caratterizzare la tossicità dei metalli quali la forma chimica del metallo che determina la facilità di assorbimento, di distribuzione e di raggiungimento dei bersagli intracellulari. In generale, la forma organica è più tossica di quella inorganica, in quanto essendo più liposolubile è in grado di attraversare membrane biologiche quali quella placentare e quella emoto-encefalica. Anche la via di esposizione, la durata, la frequenza dell’esposizione e l’età possono influenzare la tossicità dei metalli. I bambini e le persone anziane, poi, sono più sensibili rispetto agli adulti. Nei bambini, questo tipo di tossicità è legata al maggior consumo di cibo per chilo di peso corporeo rispetto agli adulti e a un maggior assorbimento gastro-intestinale. 

Un Rapporto dell’Istituto Superiore di sanità del 2005 avvertiva già: «La provincia di Napoli è quella con il più alto numero di siti contaminati e con la maggiore estensione delle aree contaminate (le concentrazioni più elevate si registrano nel sito di interesse nazionale Napoli-Bagnoli-Coroglio)» (Rapporto Istisan 2005, p. 14). In particolare, «Nello studio sul mesotelioma pleurico in Italia troviamo i dati di mortalità e gli SMR per mesotelioma pleurico del periodo 1988-1997 dei comuni di Giugliano in Campania e Pozzuoli (che rientrano nel sito “Litorale domizio-flegreo e Agro aversano”) e del comune di Napoli (che rientra nei siti di bonifica denominati “Napoli orientale” e “Napoli-Bagnoli-Coroglio”), che risultano in eccesso rispetto all’atteso regionale» (Ivi, p. 42).

  1. Un appello o un grido d’allarme?

Il 18 luglio 1997, il Comitato nazionale per la Bioetica (organismo della Presidenza del Consiglio dei ministri, da consultare prima di approvare qualunque Legge dello Stato) pubblicò un rilevante Parere intitolato significativamene “Infanzia e ambiente”. In esso si leggono osservazioni ancor oggi attualissime: «L’ambiente è naturale e modificato dall’uomo, è della responsabilità degli adulti adeguarlo alla salute dei bambini ed ai loro bisogni, e questa responsabilità ha per fondamento l’impegno nella elaborazione della cultura dell’infanzia. L’ambiente è fisico, chimico, biologico, materiale, ed è anche il contesto socioculturale in cui matura l’individuale identità del bambino». 

Di qui la raccomandazione etica (siamo nel 1997!) di reagire al degrado ambientale, basata sulla convinzione del diritto di ciascuno, soprattutto degli infanti e dei bambini, alla vita, alla salute e all’ambiente stesso, cioè al suo godimento nelle condizioni migliori. Ovviamente, infatti i riflessi negativi del degrado ambientale ricadono principalmente sui soggetti più deboli: bambini e anziani. Due anni prima, in un altro Parere su “Bioetica e ambiente”, il medesimo CNB dichiarava: «Il deterioramento ambientale globale a seguito di eventi che hanno origine indistinta e che sono legati allo sviluppo delle attività industriali e degli incrementi dei consumi, sono stati considerati fenomeni lesivi di interessi fondamenta per l’umanità in quanto minacciano di alterare radicalmente gli equilibri dell’intero pianeta. Le piogge acide, la desertificazione, la deforestazione, riscaldamento atmosferico, l’assottigliamento della fascia di ozono, l’immissione di sostanze tossiche nella catena alimentare, l’estinzione di specie animali e vegetali, la distruzione di taluni ecosistemi effettuata dall’uomo, l’avvelenamento di interi sistemi fluviali, ledono il patrimonio comune dell’umanità e lo stesso processo di sviluppo economico». Insomma, avvisi a tutti, elaborati sulla base di enunciati etici generali.

Il Commissario straordinario del Governo per la bonifica ambientale del sito di interesse nazionale di Bagnoli-Coroglio, cioè il medesimo Manfredi, al primo annuncio della competizione velica, poté scrivere: «Per la prima volta nella storia, l’America’s Cup, la competizione velica più antica e prestigiosa al mondo, si disputerà in Italia. Napoli è stata ufficialmente designata quale sede della 38ª edizione, in programma tra la primavera e l’estate del 2027. Un risultato di portata straordinaria, frutto dell’intesa tra il Governo italiano e il defender neozelandese Team New Zealand, che ha scelto il Golfo partenopeo come scenario privilegiato delle regate finali, riconoscendone l’eccezionale valore paesaggistico, infrastrutturale e simbolico».

  1. Conclusione. Non fiori ma opere di bene!

Dio non voglia (o meglio gli uomini non vogliano) che il programma di risanamento di Bagnoli-Coroglio, nella fase attuale di imminenza della coppa velica internazionale, provveda, tutt’al più, al paesaggio, ponendo dei simboli e dei fiori sui terreni tombati, e non, piuttosto, a praticare delle opere radicali di bene (cioè di vera e radicale bonifica del suolo e del sottosuolo!).