RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

C’è una Napoli che appartiene solo a chi l’ha vissuta davvero — non quella delle cartoline o dei libri di storia, ma quella dei profumi del ragù la domenica mattina, delle voci che si rincorrevano tra i balconi, dei negozi dove tutti ti conoscevano per nome. La Napoli di Chiaia, quella vera, quella nostra.

Scrivo questi ricordi per tutti coloro che quegli anni li hanno vissuti con me, per le strade, nei bar, nei locali di un quartiere che aveva una sua anima precisa e irripetibile. Lo faccio anche perché queste cose non vadano perdute — perché una città è fatta soprattutto di memoria, e la memoria ha bisogno di essere raccontata.

*Il nostro rito quotidiano*

Il nostro salotto era la strada. E il nostro giro aveva un percorso preciso, quasi un rito quotidiano: si partiva dal *Liceo Umberto, si passava da **Certus, si risaliva verso l’Upim, e si finiva da **Moccia* a mangiare quella pizzetta che non aveva uguali al mondo. Un tragitto breve sulla carta, lunghissimo nella memoria.

Negli anni tra il 1967 e il 1973, quel marciapiede davanti a Certus prima, e poi davanti a Moccia, era il nostro quartier generale. Eravamo ragazzi pieni di energia e di voglia di stare insieme, senza bisogno di molto altro. Tra quelli che ricordo con affetto: *Mario D’Agostino, Mario De Luca, Daniele De Luca, Alfredo Spadaro, Gianni Iaccarino, Alfonso Casella, Paolo Lupo, Umberto Ceré, Mauro Ventura, Gaetano Abeltino detto Agonia, Claudio e Carlo Goscè, Sergio Lama, Arturo Di Lorenzo, il mitico Amedeo Finn, Renatino Tortora, Pinuccio Occhionero, Gianni Castaldi, Giggetto Castaldo, Ino Rac, Corrado Coirò, Enrico De Sio, Giampaolo e Nicola Tisci, Franco Monachese, Piero Jossa, Marco De Rosa, Carletto Miceli detto il Negus, Fulvio Perez Sabbato Borrelli, Tonino Colangelo, Amerigo Crispo, Bruno Pelli, Mario Grilli, Luciano Troisi, Luciano Ceccoli, Alfredo Caldarola, Diego ConcilioSlfredo De Crescenzo,Antonio Molis,Giampiero Giudicepietro, Paolo Massimo,Renato Ricca,Alfredo Caldarola, Brunello Ferrara, Bruno Vitelli, Mimi Fusella e tanti altri che il tempo non ha cancellato dalla memoria, anche se i nomi a volte si fanno sfumati.

Un ricordo speciale va a *Roberto Farina*, idolo indiscusso delle ragazzine più giovani, che girava su una mitica decappottabile sportiva gialla — una Jaguar, forse? — che faceva girare la testa a tutti.

E le ragazze? Le ragazze non si fermavano davanti a Moccia — sia ben chiaro — ma girando e rigirando intorno ai palazzi erano sempre lì. Lo sapevano, lo sapevamo tutti. Era il gioco più antico e più bello del mondo.

*I locali, la musica, le notti*

Prima ancora di parlare dei locali più famosi, bisogna ricordare il *Queen’s Club* — il primo vero posto per ragazzi, che si trovava a *Monte di Dio, nel palazzo del Politeama. Un luogo speciale perché lo costruimmo praticamente noi stessi, con le nostre mani e la nostra voglia di avere uno spazio tutto nostro. Suonava un complesso che si chiamava **i Galanti, e le feste di Capodanno e di Carnevale erano memorabili. Passò anche **Nicola Pietrangeli*, e tanti altri personaggi che rendevano quelle serate indimenticabili.

Poi arrivò *La Mela* dei *Campanino* — e proprio i ragazzi di Moccia furono tra quelli che ne inaugurarono l’apertura, al suono di **Non si può leggere nel cuore**. Chi c’era ricorda ancora tutto: la musica, l’aria, la sensazione che stesse cominciando qualcosa di nuovo.

I locali non mancavano, e ognuno aveva la sua atmosfera: *lo Stereo* al Parco Margherita, *il Meeting* a via San Pasquale, *lo Schiribizzo* a via Partenope, *la Giungla* a Marechiaro. Serate diverse, stessa voglia di vivere.

E chi ricorda la *Tavernetta* a via Partenope? Lì un giovanissimo *Peppino di Capri* e *Fred Bongusto* suonavano e cantavano, e noi eravamo tutti intorno al pianoforte a cantare con loro. Una cosa che oggi sarebbe impossibile anche solo immaginare.

*Il Miranapoli — il tempio della notte*

Il cuore notturno di quegli anni aveva però un indirizzo imprescindibile: il *Bar Miranapoli* — quello di una volta, non quello di adesso — che occupava gli spazi dove oggi si trova il *San Paolo*. Lì si andava per stare insieme, e le serate scivolavano via tra chiacchiere, risate e immancabili partite a poker improvvisate. Spesso si facevano le due, le tre di notte senza nemmeno accorgersene.

Fuori, il parcheggio era territorio di un personaggio leggendario: un omone che tutti chiamavano *il Siciliano, una presenza fissa e rassicurante come un monumento. E davanti al bar, oltre alla mitica **Prince di Celotto*, sfilavano macchine di ogni tipo — un campionario dell’epoca che oggi farebbe girare la testa a qualsiasi appassionato.

*Mergellina, all’alba, con i pescatori*

Non tutti i ricordi più belli nascevano nei locali. Alcuni di noi — e penso in particolare alle passeggiate serali sul *molo di Mergellina* — si ritrovavano a camminare fino alle prime luci dell’alba, cantando a squarciagola tutte le canzoni del momento. I pescatori tornavano con le barche cariche di pesce e ci salutavano con un sorriso. Era una Napoli genuina e bellissima, che non tornerà più.

*Quello che resta*

Chiaia era tutto questo — e molto di più. Era un modo di vivere il quartiere, di abitare la strada, di costruire amicizie che in molti casi sono durate una vita intera. Era una comunità, anche se allora non usavamo questa parola.

Oggi, rileggendo questi ricordi insieme a tanti amici ritrovati, mi rendo conto di quanto fossimo fortunati. Avevamo poco, in termini materiali, rispetto ai ragazzi di oggi. Ma avevamo la strada, avevamo la pizzetta di Moccia, avevamo il mare di Mergellina e la musica della Tavernetta. Avevamo, soprattutto, gli uni gli altri.

Quella era Chiaia. Quelli eravamo noi.

Renato Colucci Senior