Si sono spente da poco le luci dello storico palcoscenico del Teatro Ariston del Festival di Sanremo e da qualche giorno anche quelle che hanno illuminato palchi e set televisivi per gli ultimi appelli al voto referendario: la maggioranza si è espressa, sia canticchiando motivi musicali divenuti subito degli hits o dividendosi per gli esiti degli scrutini elettorali. In entrambi i casi si è avuta la sensazione di esiti non previsti, di dati non in linea con le previsioni e gli auspici; sondaggisti ed opinionisti si sono esercitati nel mestiere più difficile, volendo intercettare il vento dell’opinione pubblica, che è sempre sfuggente, mutevole, talvolta silente, ma inavvertitamente pronto a scompaginare i giochi. Sì, appunto, la realtà: misteriosa creatura dai mille volti, che in ogni scontro di visioni viene evocata come parola terapeutica del conflitto, senza però che nessuno sappia dove abbia casa. Ognuno di noi, infatti, è portatore di una convinzione di realtà, di una sua interiore rappresentazione che ispira pensieri e ne determina l’orientamento. Ognuno è profondamente convinto che questo sentimento del reale, questo odore dei fatti, sia a buon diritto tutto ciò che c’è, senza che al di fuori vi possa essere dell’altro. Dinanzi a tanta certezza che divide opinionisti e tuttologi in tv, che oppone deputati sugli scanni dei Parlamenti, o semplicemente che fa litigare al tavolo di un caffè dove si gioca a carte, resta una domanda aperta come uno strapiombo: ma che cos’è questo processo delle idee, che vorremo ricondurre all’unico perimetro della realtà? In fondo, tanto discutiamo – dalla canzone sanremese ai numeri raccolti da un quesito referendario – proprio perché non abbiamo scontate evidenze, altrimenti vi sarebbero solo certezze dinanzi ai nostri occhi. La realtà la creiamo ragionandoci, polemizzando, se ci va bene confrontandoci, poiché è questa convergenza tra le nostre immagini di realtà, che la rende possibile. In caso contrario, quando ciò non avviene, la pelle della nostra solitudine ci protegge fino a precluderci ogni altra reale esperienza. Spesso si deplora la fine e l’assenza di narrazioni capaci di universalizzare i nostri vissuti con delle comuni scelte morali e questo spaesamento delle certezze viene talvolta giudicato come uno dei segnali di un pericoloso declino di civiltà. O forse – mi chiedo! – è solo l’inizio di un diverso spirito dei tempi, in cui non si è disponibili a contrabbandare il sogno della libertà con le rassicurazioni di un pensiero unico ed ordinato per tutti?
Lo spazio “reale” è solo uno spazio comune, dove ognuno dice la sua raccontando ciò che vede quando pensa: questo spazio è una confluenza di immagini del mondo, che tracciano attitudini e talenti per avvicinarsi oltre la separatezza delle proprie comfort zone. In fondo, quando sosteniamo con forza le nostre convinzioni non dovremmo mai evitare di avvertire il fastidio del convincimento altrui, respirando il dubbio che il nostro pensare resti pur sempre un punto di vista. Una conferma la esemplifico dall’archivio dei ricordi familiari, quando mia Nonna amava ripetere: “il mondo è uguale a come ognuno se lo costruisce in testa”; certo è che solo la musicalità delle parole in napoletano – come le ripeteva mia Nonna – può dare il senso di questa affermazione al confine tra filosofia della mente ed esperienza di vita, con cui il nodo gordiano del dilemma viene tagliato senza rimanere imprigionati nell’opposizione tra chi ha ragione o torto. E non perché tutto si azzeri, ma probabilmente perché ogni cosa si debba contagiare della semplice presenza dell’altro. La realtà non è l’immobilità di un dato statistico di rilevazione, ma la mutevolezza di una terra di mezzo. Una realtà fissata, figlia di una premessa precostituita, semplicemente non esiste, poiché va ascoltata negli echi altrui, nelle parole rimaste in gola o non ancora pronunciate, poiché ognuno ha una sua pelle con cui sente la vita. Non a caso i sondaggisti avvertono che la fallibilità delle analisi di realtà proposte sta tutta nell’incertezza degli indecisi, ovvero in coloro che restano ad attendere come la presenza silenziosa di chi si astiene. La loro protesta è così veemente che quando poi diventa parola obbliga tutti gli altri a riformulare il proprio specchio della realtà. È accaduto con l’ormai celebre motivetto di Sal Da Vinci, che, mentre va via via spopolando con cover ad ogni latitudine, non lo si può di certo svilire associandolo sbrigativamente a colonna sonora di un “matrimonio della camorra”, come pure è stato scritto. Ugualmente la cosiddetta onda anomala della democrazia referendaria non la si può domare con la smania di frettolosi giornalisti di regime, che hanno tentato di surfarla scrivendo che “ha vinto il NO grazie a giovani “coltivati” in scuole e università e grazie al Sud attaccato al reddito e alle pensioni d’invalidità”. Rispetto a queste sentenze, può sorgere almeno il dubbio che le nostre immagini di realtà siano troppo logore e ristrette per parlare di ciò che di fatto avviene? Il sospetto di un dubbio è sempre indice di un rigore delle argomentazioni. Il senso della realtà è per definizione univoco, ma la nostra esperienza ci insegna che esistono i sensi dalla realtà: ovvero il suo peso quotidiano, il suo profumo, gli odori, le parole vaganti, le prospettive fugaci, che aprono il nostro mondo ai altri mondi; questo “disordine dei tempi” che alimenta incontrollate paure è big bang di vita e non val la pena tentare di ridurlo all’omologazione dei pensieri unici, poiché è proprio la confluenza di pensieri avversi che è specchio di realtà più vera. Quando i più si sentono sopravanzati dal sentimento di non caprici più nulla, solitamente non ci si rende conto che è così che qualcosa di diverso si sta aprendo un varco. In fondo, perché i giovani sarebbero i profeti del futuro possibile, se non per una loro intrinseca capacità, dettata dalla cronologia, di non essere ancora abusati dalle consuetudini, di fare resistenza alla pianificazione dell’abitudine: è questa loro scaltra ingenuità, che li rende capaci di futuro, intercettando quel che non si è ancora detto o fatto come possibilità di un migliore cambiamento. Piuttosto che distribuire vittorie e sconfitte come in una perenne competizione da stadio, i responsabili politici come i rappresentanti di grandi organizzazioni educative – vedi le confessioni religiose – dovrebbero costantemente chiedersi che idea di realtà si son fatti e che utilizzo ne fanno. La realtà, infatti, non è un perimetro, ma uno snodo di vissuti, un intreccio di svariate possibilità, un caleidoscopio di passaggi di luce. Questa convinzione ci dovrebbe rendere eversivi rispetto ad ogni progetto di pensiero unico, convinti come siamo che nessuna nostra immagine di mondo possa risolvere e contenere tutto in una rappresentazione.
In una bella intervista di qualche giorno fa il premio Nobel italiano Giorgio Parisi, premiato nel 2021 dall’ Accademia Reale delle Scienze Svedese “per la scoperta dell’interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici dalla scala atomica a quella planetaria”, ha ricordato l’importanza della nostra visione interpretativa del mondo. Il grande scienziato, infatti, ha offerto in fisica criteri per lo studio di sistemi complessi, che hanno mostrato come fenomeni apparentemente caotici e imprevedibili, possono rivelare regolarità e connessioni sorprendenti, se opportunamente analizzati con metodi adeguati allo scopo. La complessità dei sistemi espone alla conseguente difficoltà a prevederne i comportamenti, ma è anche indice di imprevedibili possibilità proprio per la ricchezza dei loro stati di disordine e che tra loro appaiono a noi scollegati. Avremmo proprio bisogno di imparare parole e pensieri, per arginare le paure ed intercettare gli imprevisti come possibilità di futuro non ancora prevedibili!
La realtà sarebbe, dunque, solo il tribunale d’appello – per usare un linguaggio divenuto d’attualità con i quesiti referendari – di ogni sogno: uno specchio di vita con cui alla fine fare i conti. Solitamente questa mutua esclusione dei piani ci induce a pensare come non vi sia – né vi possa essere – un piano continuo tra ipotesi e realtà: tra di loro vi è il burrone dell’evidenza da attraversare, poiché la realtà ama differenziarsi dal sogno; oppure all’inverso, la realtà non esiste se non che come palestra dove i sogni possono contagiarsi di vita. Esistono le rispettive rappresentazioni di realtà, che ognuno elabora, costruisce, definisce in base alla propria esperienza; ma poi vi è il momento in cui anche una semplice ed imprevista presenza, come ci ha insegnato un’indimenticabile canzone di Gino Paoli scomparso proprio in questi giorni, scoperchia le stanze abituali e sicure dinanzi alla bellezza di un cielo: anche questa è realtà, anzi ne è decisamente la parte migliore.
1. Giorgio Parisi, In un volo di storni. Le meraviglie dei sistemi complessi, Rizzoli, Milano 2023.
2. Gino Paoli, Il cielo in una stanza, 1959.
