Da Milano e Venezia a Gaza e Cisgiordania: quando l’occupazione militare trasforma un popolo in un esercito di ribelli.
Il marzo della storia italiana non è una ricorrenza polverosa, ma un monito sanguinante. Le Cinque Giornate di Milano e la rinascita della Repubblica di Venezia nel 1848 non furono semplici tumulti: furono la reazione fisica di un organismo che rigettava un trapianto forzato. Oggi, quel medesimo rigetto attraversa le terre della Palestina, svelando una verità universale: nessuna tecnologia militare può sedare per sempre il desiderio di autodeterminazione.
L’argomentazione storica ci mostra che l’Impero Austriaco non occupava il Lombardo-Veneto solo con i soldati, ma con una struttura di potere che negava l’identità. A Milano, i cittadini risposero alla superiorità bellica di Radetzky con l’inventiva della disperazione, trasformando i mobili di casa in trincee. A Venezia, il grido di Daniele Manin liberato dal carcere fu l’urlo di una città che si riprendeva il proprio nome. Questo è il punto di contatto più crudo con la questione palestinese: la trasformazione del civile in resistente. Quando un intero popolo vive sotto il controllo pervasivo di un’autorità straniera — che sia la giubba bianca austriaca o l’esercito israeliano — ogni gesto quotidiano diventa un atto politico.
Il parallelismo si fa stringente nell’analisi della legittimità. L’Austria difendeva la propria presenza in Italia in nome del Congresso di Vienna, parlando di “ordine” e “sicurezza imperiale”. Allo stesso modo, oggi, la narrazione che circonda il conflitto in Palestina si arena spesso su cavilli di sicurezza che ignorano il dato fondamentale: l’occupazione è, di per sé, un atto di violenza continua. Gli italiani del 1848 non erano “terroristi” agli occhi della storia, ma patrioti; eppure, per Vienna, erano solo ribelli da sottomettere. La storia ci insegna che è la prospettiva del potere a definire il nemico, ma è la prospettiva del tempo a definire chi aveva ragione.
Venezia e Milano ci dicono che la pace non è mai il silenzio dei fucili sotto l’occupazione, ma la parola data a chi abita la terra. Come allora l’Europa non trovò stabilità finché l’Italia non fu libera, oggi il mondo non troverà equilibrio finché alla Palestina non verrà riconosciuta la stessa dignità di Stato che Manin sognava per la sua laguna. Il marzo dei popoli non finisce finché l’ultimo muro, di pietra o di leggi discriminatorie, non viene abbattuto.
