1. Domande “operative e gestionali” per le parrocchie italiane del terzo millennio

A che punto sono, nelle nostre parrocchie, i percorsi di Iniziazione cristiana (formazione previa e successiva alle celebrazioni di battesimi, cresime ed eucaristia)? Esiste un censimento di esperienze sui temi della pace, in un periodo di guerre totali e non più a pezzi? Quali processi attivare per valorizzare il protagonismo giovanile attraverso i social media? Come dare concretezza alle istanze della tutela di minori e adulti vulnerabili, anche creando e diffondendo strumenti volti a prevenire e affrontare abusi di potere e di coscienza nelle nostre comunità ecclesiali? Come amministrare correttamente i beni parrocchiali, anche accompagnandoli con sussidi operativi e gestionali? 

E ancora: dove sono e come lavorano, nelle nostre parrocchie cattoliche, i Consigli pastorali? La loro identità, funzioni e modalità operative non restano spesso ignote alla maggioranza dei fedeli, di cui non sempre viene promossa la formazione specifica e non sempre se ne favorisce una maggiore integrazione con gli altri organismi ecclesiali, perché diventino dei veri motori di rinnovamento? Qual è il grado di trasparenza economica e gestionale delle nostre parrocchie e chiese dove, talvolta, neppure esistono, se non sulla carta, i Consigli per gli affari economici? Come diffondere i criteri di trasparenza e rendicontazione per l’intera gestione economica delle parrocchie e delle diocesi, o chiese particolari, non solo per i fondi dell’8xmille, ma come strumento per comunicare in modo chiaro la vita e le scelte della comunità parrocchiale ed ecclesiale? 

In quest’ottica, ecco perché è da porre sempre più in luce, come si è detto a Roma, l’utilità del cosiddetto bilancio di missione: un’etichetta che è ritornata anche tra i vescovi italiani, riuniti a Roma in questi giorni per l’Assemblea generale nazionale. Tutti quelli enunciati, non sono degli interrogativi di un Consiglio di amministrazione di una compagnia o di un fondo d’investimento, ma sono precisi ed esigenti interrogativi che i vescovi si sono posti, essi che devono rendere conto anche del grado di efficienza delle strutture a cui sovrintendono. Del resto, e non a caso, proprio di efficienza e di accountability aveva recentemente scritto, in un elegante cofanetto, un vescovo esperto di diritto canonico (cfr. i due volumi: Fedeltà e perseveranza, la Valle del Tempo, Napoli 2025): «L’accountability, almeno nella Chiesa, riguarda la necessità di rispondere per la gestione delle risorse comuni, anche se non poggia sulla “rappresentatività” come accade in altri ambiti» (vol. I: Responsabilità economiche e amministrative nella Chiesa e negli Istituti religiosi, p. 22, n. 5). 

Insomma, ecco anche spiegato perché dei Pastori ecclesiali si sentono impegnati in vista del passaggio da una logica di mero bilancio economico di esercizio, a quella del bilancio di missione. E ciò vale per ogni ente ecclesiastico. Si esige, quindi, un documento che misuri, analizzi e rendiconti l’identità (distintiva), i suoi valori peculiari, le attività svolte e i benefici prodotti per gli altri e per le comunità, mettendo però sempre “al centro” la missione peculiare e istitutiva dell’organizzazione, nel nostro caso specifico dell’organizzazione ecclesiastica.

  1. Un organismo di raccordo, anche gestionale, delle diocesi italiane

Com’è noto, nella struttura gerarchica della Chiesa cattolica, il punto centrale e nodale è quello della Chiesa particolare, o diocesi: radunata, intorno a un vescovo-pastore di un territorio locale, come popolo che segue Gesù Cristo nel tempo, in un determinato territorio. Le Conferenze Episcopali, dunque anche la CEI (=Conferenza Episcopale Italiana) non sono altro che una struttura amministrativa, ovvero una modalità organizzativa di raccordo tra diocesi, con una fisionomia che dev’essere testata e periodicamente registrata (nel gergo ecclesiastico, sottoposta a verifica). Tale struttura di raccordo deve, dunque, cambiare secondo il cambiamento degli scenari e delle esigenze socio-culturali e socio-religiose.

Lo ha ribadito anche Papa Leone XIV, intervenendo ai lavori della 82ª Assemblea Generale dei vescovi della CEI, lo scorso giovedì 28 maggio 2026. Egli ha detto – papale papale – ai partecipanti: «L’organizzazione della Conferenza Episcopale va modellata alla luce delle esigenze della missione e delle mutate condizioni storiche. Non si tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i Pastori e le Chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda. Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma la purifica». Insomma, verifica vera e propria, verifica anche gestionale, seppur compiuto alla luce del Motore divino, che è lo Spirito santo.

Ha domandato, incalzante, papa Prevost, a tutti i vescovi della CEI, che, pur nell’autonomia di ogni Chiesa locale, mantengono un legame particolare con il vescovo della Chiesa di Roma: «Siamo dunque chiamati a domandarci: quale volto di Dio lasciamo trasparire nella predicazione, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nella vita delle nostre comunità? In che modo favoriamo l’incontro con Cristo e che cosa significa oggi, per noi e per le nostre Chiese, iniziare altri alla vita cristiana?». Ovvero, ogni aspetto esterno, organizzativo e gestionale, deve rinviare a ciò che conta davvero, ovvero al volto di Dio e all’incontro con Cristo.

Di qui, ha insistito papa Leone, anche degli impegni prioritari. Primo, «la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il “grembo” in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale». Fuori dal gergo ecclesiale, riscoprirsi comunità generative e feconde, ovvero, ha continuato Leone XIV, ambienti che collocano «il cammino che si apre con il Battesimo all’interno di una Chiesa che crede, celebra, accompagna, genera. Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale»

  1. Il vescovo è l’uomo dell’ascolto?

Ma forse, l’espressione più “risuonante”, utilizzata dal Papa, è quella che tratteggia il vescovo-pastore come una persona di «un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi».

Chi sa ascoltare Dio e il popolo, aiuta tutti gli altri credenti a partecipare. Si potrebbe quasi dire: libertà è partecipazione. Ha incalzato Leone XIV: «La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia richiama il valore degli organismi di partecipazione, come luoghi nei quali il discernimento delle comunità può prendere corpo. Non basta, però, che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero».

  1. Meno preoccupati dei numeri, cioè più liberi: la testimonianza da offrire all’Italia da parte dei cristiani cattolici

Nel Rapporto del novembre 2024, commissionato al Censis dalla CEI, si leggeva già che il 71% degli italiani si dichiara cattolico, ma solo perché la maggioranza di questa percentuale ha in sé un vaghissimo senso religioso e lo qualifica come cattolico perché la religione di riferimento in Italia è ancora il cattolicesimo. Se quella stessa quota fosse nata in India, il 71% si sarebbe dichiarato induista. Insomma, se il sig. Rossi deve indicare un proprio riferimento religioso, è ovvio che citi ancora il cattolicesimo. E tuttavia, quasi in controcanto, nell’anno scolastico 2023/24, 1 milione e 164mila studenti, pari al 16,62% del totale, scelesero di non avvalersi dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC): un aumento di circa 68mila alunni rispetto all’anno precedente, secondo i dati ottenuti dall’UAAR tramite un accesso civico generalizzato al Ministero dell’Istruzione e del Merito.

La crisi di denatalità, che affligge già la nostra società civile, sta diventando anche una crisi statistica per quanto riguarda la partecipazione dei fedeli: sempre di meno, sempre più stagnanti, preoccupati di salvare il salvabile e di conservare. Anche i dati Censis parlano chiaro: «In un paese dalla natalità catastrofica, con la cronaca nera che rilancia episodi di violenza feroce con minori protagonisti come colpevoli e come vittime, in un contesto globale che amplifica i rischi e destabilizza le vite a livello micro anche a seguito della velocità eccezionale di trasformazione dei codici sorgenti della vita collettiva imposta dalle tecnologie digitali, assumono un valore enorme le opinioni, i comportamenti, le aspettative e le valutazioni di chi ha scelto di essere genitore» (Rapporto finale del Censis del maggio 2026).

A proposito di tutte queste linee di tendenza, papa Prevost è andato controcorrente. Soprattutto rispetto a una certa – ancora “resistente” – sensibilità ecclesiale italiana,  a cui ha chiesto di puntare sul coraggio: «Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia. Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: “Abbiamo trovato il Messia (Gv 1,41). L’Italia ha bisogno di questa testimonianza».

  1. Un’Agenda “esigente” per il prossimo quinquennio

L’approvazione del documento “Radicati e costruiti in Cristo”. Linee di orientamento per l’attuazione del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, per il prossimo quinquennio, ha concluso i lavori assembleari della CEI degli scorsi giorni. Quel documento offre linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia, ispirandosi al cosiddetto Documento di sintesi del cammino sinodale, già avviato sotto il Papato di Francesco, senza sostituirsi a esso, nel solco dell’itinerario sinodale della Chiesa universale. I Vescovi hanno già offerto in Assemblea i loro punti di vista integrativi al testo, ma gli orientamenti quinquennali restano già ben chiari e precisi: «La prima linea di orientamento evidenzia la necessità di riconnettere vita e Vangelo, prendendo atto che la fede e la sua trasmissione non possono più essere date per scontate. La seconda, strettamente connessa alla prima, riguarda la vita comunitaria: se la fede è un atto personale, non è questione solo individuale; la Chiesa è il soggetto per antonomasia e l’esperienza ecclesiale il luogo in cui la fede si vive, si trasmette e si celebra. In un contesto segnato dall’individualismo la vita comunitaria diventa una testimonianza concreta della fede. La terza linea tratta della “corresponsabilità differenziata”, con attenzione alla presenza missionaria dei laici, agli organismi di partecipazione e all’attivazione di ministeri battesimali. La quarta richiama a verificare l’adeguatezza delle strutture per la trasmissione della fede, riguardando le comunità parrocchiali o interparrocchiali, le Conferenze Episcopali Regionali e alcuni aspetti della struttura della CEI». 

È una vera e propria Agenda per il prossimo quinquennio?