Polemiche sul volto di un “arcangelo” in san Lorenzo in lucina.
Il gran parlare, anche polemico e politico, circa la contraffazione del volto di un “arcangelo” – già dipinto, nell’anno Duemila, in un lato della cappella di san Lorenzo in Lucina (via in Lucina, 16/a, Roma) – ha forse fatto perdere a qualcuno il senso dell’insieme storico, religioso artistico e anche politico della vicenda.
È alla luce di tali aspetti, infatti, che, forse, andrebbero anche lette e interpretate le polemiche circa le presunte figure “angeliche”, poste a corredo di un monumento complessivo, che un anziano sacrista ha, si fa per dire, prima “restaurato” e poi, come dichiaro, a seguito di intervento del vicariato di Roma, ha dovuto “cancellare”, così riconoscendo di aver almeno esagerato nel ri-disegnare un volto che, piuttosto che cherubico, sembra essere proprio quello di una vittoria alata, a corredo di una parte dedicata ai Savoia. Con chi si è già impegnato ad approfondire la questione, vorremmo ora ribadire due-tre considerazioni, per così dire, a margine, ma non troppo.
Le prime polemiche e critiche si sono, purtroppo, indirizzate verso il sacrista, il parroco, il Vicariato di Roma… che hanno dovuto, perciò, ricordare la loro competenza subordinata rispetto al vero proprietario del monumento, che è il Fec (Fondi edifici di culto)-; è il Fec che aveva dato in gestione all’Ente ecclesiastico Parrocchia, l’intero monumento, dunque anche l’ormai famosa cappella del Crocifisso nella chiesa di San Lorenzo in Lucina. Com’è stato già precisato l’ente proprietario (Fec) era al corrente, già dal 2023, di un’azione di restauro delle figure alate della suddetta cappella, opera di fattura recente risalente al Duemila. Com’è noto, il Fec è un ente dotato di personalità giuridica, legalmente rappresentato dal ministro dell’Interno pro tempore, il cui patrimonio deriva dalle leggi della seconda metà del 1800, con le quali lo Stato italiano soppresse alcuni enti ecclesiastici. Si tratta di ben 866 chiese di interesse storico-artistico distribuite in tutta Italia; di aree archeologiche e museali, come le Case romane del Celio a Roma e il Chiostro di santa Chiara a Napoli; perfino di Complessi forestali, gestiti grazie alla collaborazione con il Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri.
- Visite e turismo religioso nei luoghi sacri.
La prima riflessione a margine, che ci viene alla mente – peraltro correlata all’oggettivo incremento di visitatori e turisti, oggi attratti. Piuttosto che dalla devozione, dal volto angelico-politico della cappella di san Lorenzo in lucina -, riguarda, dunque, il tema della gestione dei luoghi di culto, particolarmente quelli dati in affidamento dal Ministero degli interni. In molte parti d’Italia, infatti, sia monumenti del patrimonio Fec, che monumenti ecclesiastici, risultano ticketizzati, non solo come effetto dello svuotamento progressivo dei luoghi di culto a seguito del secolarismo imperante in Occidente e in Italia, ma anche come forma di finanziamento degli enti affidatari (che, si spera, consegnino regolarmente alle Prefetture i loro bilanci e le prove dei loro introiti, oltre a inserirli nelle dichiarazioni dei redditi): condizionare l’accesso ad alcune chiese di grande rilevanza storica e artistica al pagamento di un biglietto di ingresso, comunemente chiamato ticket, pone, al mondo ecclesiastico, una questione sociologica di caduta della pratica di fede e, al mondo politico, una questione di “turistizzazone” di tali realtà. Dal punto di vista strettamente giuridico, la questione non riguarda tutti gli edifici diculto cattolico, ma solo le chiese in senso proprio, vale a dire quelle a cui tutti i fedeli hanno diritto di accedere ai sensi del canone 1214 del Codice di diritto canonico. Infatti se, almeno in linea di principio, nessuna obiezione potrebbe essere mossa alla richiesta di un contributo per accedere a un oratorio, per sua natura destinato a una comunità o a un gruppo determinati (can. 1223), e tanto meno a una cappella privata, per definizione riservata all’uso di una o più persone fisiche (can. 1226), sempre più resistenze riguardano i vincoli di ticketizzazione posti dall’Autorità ecclesiastica per l’accesso devozionale a tali luoghi. Tutti sanno che, per accedere alla Messa nel Duomo di Firenze, che è stato ticketizzato, bisogna farlo nell’imminenza della Messa orario e seguendo un particolare percorso, che non sottragga al pagamento il visitatore per soli scopi turistici. Un effetto, non secondario, generato dal caso del volto, prima raffigurato, poi cancellato, è stato appunto quella della fruizione, anche turistica, dei luoghi sacri.
- Non sappiamo più guardare all’insieme?
Una seconda riflessione a margine, è quella della progressiva nostra perdita di capacità di guardare all’insieme, indugiando troppo su un particolare, nel caso di san Lorenzo in lucina, su un volto contraffatto che, peraltro, non sarebbe quello di un cherubino, ma di una vittoria alata.
Difatti su una parete della cappella che tanto sta facendo discutere, dedicata ai Savoia, si stagliano delle figure alate con cartigli. Evocavano la famiglia regnante in Italia prima della nascita della Repubblica, due alate figure furono raffigurate ai lati di un busto di Umberto II di Savoia, figlio del re Vittorio Emanuele III, e dunque principe ereditario d’Italia: quando suo padre, il re Vittorio Emanuele III, abdicò, Umberto fu re per 34 giorni, dal 9 maggio al 12 giugno 1946; alla proclamazione della repubblica, Umberto II lasciò il paese e si trasferì a Cascais in Portogallo, dove visse fino alla sua morte. Il Catalogo generale dei beni culturali ci ricorda che il centro della scena, nella cappella “incriminata”, non sono le figure alate: oltre al Crocifisso, laddove c’è anche una ormai famosa figura cherubica, vi è una scultura in marmo bianco. Si tratta, testualmente, di un «sopra fronte di sarcofago con coperchio spezzato, il busto ritratto del defunto entro nicchia rettangolare, incavata nella parete concava e sormontata da timpano curvilineo»; e che «il monumento fa parte della decorazione della cappella, divenuta patronato di Domenico Pasqualoni nel 1647. Si ignora sia l’identità del defunto, sia l’autore del monumento, sicuramente di ambito romano».
In verità, tutta la Chiesa di san Lorenzo, e non soltanto la cappella “incriminata”, è piena di figure angeliche: dagli angeli musicanti eseguiti nella volta da Simon Vouet (1590/ 1649), con qualche elemento già baroccheggiante, per andare al fregio tipicamente rinascimentale, che corre lungo le estremità superiori delle pareti dell’attuale sacrestia (in origine cappella dei ss. Filippo e Giacomo, voluta dal card. F. Calandrino titolare della chiesa dal 1451 al 1468), con dei cherubini in rilievo; per giungere all’acquasantiera da parete, quella sì con testa di cherubino (di ambito romano del sec. XVII) e, in particolare, fino all’angelo reggitorcia che fa coppia con l’altro, sul lato destro del presbiterio (opere di Roversi, scultore minore romano, collocati, probabilmente, durante il restauro della chiesa tra il 1856 e il 1860). Un monumento sacro non può che essere pieno di angeli, e non soltanto cherubini, se è vero che a ogni Messa, al momento del Santo, Santo, Santo, queste figure angeliche vengono evocate dal sacerdote e da tutta l’assemblea terrestre che senta prossima a sé l’assemblea celeste. Angeli e vittorie alate, dunque, affollano non soltanto la chiesa di san Lorenzo in Lucina, ma l’immaginario religioso sia greco classico pre-cristiano che – a partire dalla stagione di pseudo-Dionigi Areopagita -, anche cristiano.
- Tra cielo e terra, oltre le polemiche di politica “spicciola”
Una terza riflessione a margine, riguarda la religiosità cristiana, ricca di angeli custodi e di arcangeli. Attribuendosi il nome dell’unico convertito di san Paolo nel cenacolo filosofico neo-stoico dell’Areopago di Atene, un autore anonimo, vissuto probabilmente nella Siria del V secolo, forse un ecclesiastico, scrive un’opera di successe: La gerarchia celeste. In essa, composta da tre ordini ripartiti a loro volta in tre sottogerarchie (Serafini, Cherubini, Troni – Dominazioni, Potenze, Potestà – Principati, Arcangeli, Angeli), venivano nominati quello che alcuni Prefazi nominano. Ciascun ordine della gerarchia di Dionigi assolveva a una funzione particolare della trasmissione della potenza unificante e della conoscenza del Principio divino, secondo la duplice modalità discensiva e ascensiva. Nella prima gerarchia, si trovano, sempre secondo pseudo-Dionigi, gli esseri angelici più vicini all’Uno divino, immersi nella contemplazione della divinità e caratterizzati da una conoscenza diretta di essa: a questo livello appartengono i Serafini, simbolo dell’amore ardente per Dio e del fuoco divino che purifica e illumina, e i famosi Cherubini, che seguono immediatamente ai Serafini, rappresentando la conoscenza suprema e la saggezza divina, quindi sono coloro che custodiscono il mistero della verità.
Infine, in pochi hanno forse ricordato che, piuttosto di cherubini e di angeli (che teologicamente non hanno volto, né figura!), esiste un’ampia tradizione di Vittorie alate, come quelle che fanno parte di una serie di studi eseguiti da Appiani in commemorazione delle vittorie dell’armata napoleonica (qui Eylan e Friedland), proprio degli anni intorno al 1805-1810 circa. Più che guardare in alto a vittorie alate e a presunti volti di cherubini, bisogna guardare alle cose di quaggiù, particolarmente a quelle sociali, economiche e politiche. Bene ha fatto il cardinale Reina, nel comunicato del 31 gennaio scorso, a ricordare che «le immagini d’arte sacra e della tradizione cristiana non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni, essendo destinate esclusivamente a sostenere la vita liturgica e la preghiera personale e comunitaria». Ma, almeno da Luigi Sturzo in poi, i cristiani sanno che dalla vita liturgica e dalla preghiera derivano stringenti esigenze d’impegno politico. Il 18 gennaio 1919, la Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano lanciava l’Appello ai «liberi e forti», rivolto a quanti, «uomini moralmente liberi e socialmente evoluti», erano disposti a impegnarsi a sostenere un progetto politico e sociale per l’Italia all’indomani della Prima guerra mondiale. Tra i membri della Commissione provvisoria, guidata da Luigi Sturzo, vi erano Giovanni Bertini, Giovanni Bertone, Stefano Gavazzoni, Achille Grandi, Giovanni Grosoli, Giovanni Longinotti, Angelo Mauri, Umberto Merlin, Giulio Rodinò, Carlo Santucci. Era un appello ideale per la libertà: «Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all’autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale».
