15 febbraio 1986. Una piccola stazione di provincia, una notte di pioggia torrenziale e tre solitudini che si incrociano. Domenico (Roberto Capasso) è un capostazione meticoloso che vive di orari e regolamenti; Flavia (Annarita Ferraro)è una giovane donna in fuga da un amore tossico e da una vita dorata ma vuota, l’incontro forzato tra questi due mondi opposti si trasforma in un confronto intimo e rivelatore, mentre il televisore manda le immagini e i suoni della finale del Festival di Sanremo, i cui brani sembrano raccontare le vite dei protagonisti. Ma quando il passato di Flavia bussa alla porta con il volto violento di Danilo (Gregorio Del Prete), il suo compagno, l’umile capostazione dovrà scegliere se restare invisibile o compiere il gesto più grande della sua vita.
Una commedia malinconica sulla dignità, sul coraggio dei piccoli e sulla bellezza inaspettata degli incontri che ci cambiano per sempre.
Mettere in scena “La Stazione” di Umberto Marino oggi, esattamente 40 dopo la sera in cui ho voluto ambientare la vicenda, (e 36 anni dopo il famoso film di debutto alla regia di Sergio Rubini) significa compiere un’operazione di archeologia dei sentimenti, spalancare una finestra sugli anni Ottanta italiani, un decennio carico di contraddizioni, slanci e disillusioni. In questa pièce claustrofobica e tagliente, il microcosmo della piccola stazione diventa lo specchio deformante di una società in corsa verso l’edonismo, il potere e la violenza relazionale. L’opera ci riporta in un’epoca predigitale dove una stazione di provincia notturna non era solo un luogo di transito, ma l’emblema della solitudine assoluta: un limbo sospeso tra la frenesia di un decennio votato al benessere e l’immobilismo di chi resta a guardare i treni che non fermano.
La regia punta tutto sulla collisione tra mondi opposti, trasformando un piccolo scalo ferroviario in un “non-luogo” confessionale. La scena diventa il ring dove tre solitudini si scontrano, rivelando verità sopite sotto il rumore della pioggia. Il cuore del dramma non risiede nell’azione, ma nell’evoluzione psicologica dei suoi protagonisti che risultano un vero e proprio “Trittico Umano”: Domenico, il Capostazione, è l’uomo “invisibile”. In una notte, la sua timidezza si trasforma in dignità, elevandolo da grigio impiegato a eroe morale. Flavia rappresenta invece la scheggia impazzita del mondo esterno. Elegante e nervosa, porta con sé il riflesso di una società veloce ma vuota. Sotto la maschera dell’arroganza, rivela una fragilità spezzata da una relazione tossica, trovando in Domenico uno specchio di inaspettata purezza., mentre Danilo è l’incarnazione della virilità prepotente e del potere economico. È l’antitesi brutale di Domenico; la sua violenza serve a far risplendere, per contrasto, la nobiltà del piccolo capostazione.
La Stazione è una commedia malinconica sulla capacità di cambiare restando confinati tra poche mura, è un noir dell’anima, una riflessione sulla violenza normalizzata, sulla fragilità dell’amore, ma anche sull’importanza di chi, pur restando ai margini, sceglie la gentilezza. È la dimostrazione che, nell’incontro tra due anime alla deriva, anche l’uomo più piccolo può compiere il gesto più grande, riscattando la propria esistenza dal silenzio della provincia.
La scelta linguistica
La trasfigurazione di Domenico in chiave napoletana non è un semplice adattamento linguistico, ma un’operazione di elevazione drammaturgica. Il capostazione si fa così erede di quella “pazienza vigile” tipica dei protagonisti di Eduardo De Filippo. Come in “Le Voci di dentro” o “Gli esami non finiscono mai”, Domenico trasforma l’attesa del treno in un rituale metafisico. La stazione cessa di essere un luogo di transito per farsi “limbo dell’anima”, un microcosmo dove il tempo è sospeso.
La dignità di Domenico, prigioniero dei suoi regolamenti ma fiero della sua “autorità” ferroviaria, richiama, inoltre, il rigore morale dei personaggi di Raffaele Viviani. Il dialetto qui è “legge del marciapiede”: un codice d’onore che mantiene una postura eroica anche nella miseria.
L’incontro con Flavia accende un meccanismo tipico del teatro eduardiano: lo scontro tra il mondo borghese, nevrotico e “italiano”, e quello popolare, filosofico e “napoletano”: mentre Flavia corre verso un futuro che la spaventa usando una lingua veloce e spezzata, Domenico risponde con un napoletano arcaico, fatto di pause e modi di dire. È lo scarto tra chi insegue il mondo e chi lo sta a guardare passare sui binari. Il Capostazione accoglie la ragazza sì con devozione, ma con quell’ironia disincantata e quel “disprezzo” filosofico per la sfortuna che è il marchio di fabbrica del Pulcinella moderno. Proteggerla dall’uomo che la insegue diventa per Domenico un obbligo etico, non è amore romantico, bensì quella pietà radicata nella cultura del Sud, dove l’ultimo della scala sociale si erge a paladino dell’indifeso.
Il ribaltamento dei ruoli è totale: la “napoletanità” di Domenico — intesa come capacità di abitare il dolore con filosofia — diventa l’ancora di salvezza di Flavia, lui le offre un caffè preparato con le sue mani, e questo gesto, puramente eduardiano (si pensi a “Questi Fantasmi” o “Natale in casa Cupiello”), rompe il ritmo frenetico del dramma moderno: il caffè non è una bevanda, ma un atto di comunione che impone il tempo della narrazione napoletana, un tempo lento, rituale, dove il caos emotivo di lei trova finalmente un nome e un ordine.
Gianmarco Cesario
In scena gli attori Roberto Capasso, Annarita Ferraro, Gregorio Del Prete.
Regia Gianmarco Cesario
Sabato 11 Aprile 2026 ore 20:00
Domenica 12 Aprile 2026 ore 19:00
Teatro Instabile Napoli – Vico Del Fico al Purgatorio 38 – Napoli
Info e prenotazioni: 3383015465 – info@teatroinstabilenapoli.it
RECENSIONI
…Il testo è quello di Umberto Marino, intitolato La stazione, diretto in maniera ineccepibile da Gianmarco Cesario … la scena è quella di una piccola stazione di provincia (in Puglia) dove c’è un impiegato delle ferrovie, Domenico (interpretato da Roberto Capasso) annoiato dal lento ritmo dei treni che passano: ha appena sistemato davanti a lui una malconcia televisione, pronto a spezzare la noia guardando il festival di Sanremo condotto da Loretta Goggi.(Donatella Gallone – IL MONDO DI SUK)
La trama di Umberto Marino è ben costruita, avvincente non solo per i temi trattati che spaziano dalla solitudine, alla nevrosi, alla violenza di genere ma soprattutto per la vivacità, l’acume, a tratti la comicità – irresistibile la gag del mobiletto – con cui questi temi sorreggono una narrazione apparentemente leggera ma non per questo meno profonda. La storia si dispiega con l’individuazione sempre più precisa delle personalità dei tre protagonisti fino al finale liberatorio e risponde ai requisiti che il grande Leonard Bernstein affermò essere peculiari dell’opera d’arte in generale e del teatro in particolare che, a suo parere, “non dà risposte alle domande, le suscita”. È proprio ciò che avviene in questo allestimento di “La Stazione” per merito del testo, come si diceva, ma anche o forse soprattutto per la regia di Gianmarco Cesario che offre un’interpretazione briosa, incisiva, accattivante senza essere di maniera, ben calibrata in tutte le sue sfaccettature. Ottimo il cast a partire da Roberto Capasso, attore d’esperienza che fa apparire naturale una recitazione per niente facile fatta di mimica, tempi comici perfetti, pause sapienti. Non sfigurano al suo fianco Annarita Ferraro e Gregorio Del Prete nell’interpretazione grintosa delle varie sfumature dei loro personaggi. Il pubblico apprezza e applaude convinto. (Valeria Rubiacci – LO STRILLO)
La regia di Cesario è perfetta nel mettere in luce la psicologia dei personaggi, in un crescendo emotivo dove il timido Domenico reagisce con astuzia alla violenza, accompagnando infine Flavia, maturata e consapevole di sé stessa, al treno, con la precisione e il senso del dovere di sempre. Lo spettacolo ha momenti di gustosa comicità con tempi perfettamente calibrati e momenti di tristezza nel racconto di sogni spezzati, di vite ordinarie, di amori impossibili. Gli attori sono bravi e in parte, capaci di dare spessore e leggerezza ai personaggi creati da Umberto Marino. Roberto Capasso caratterizza un capostazione memorabile, che non risolverà la solitudine e l’invisibilità della sua esistenza ma saprà dimostrare nobiltà d’animo e coraggio. Ci fa sorridere, ci fa parteggiare, ci vena lo sguardo d malinconia. Interminabili, meritati applausi per tutti. (Maresa Galli – OLTRECULTURA)
